Parole da appendere, parole per apprendere

11 Marzo 2010 in Senza categoria

Tutta questa neve che imbianca Bologna e la conseguente ordinanza che ha fatto chiudere oggi anche le scuole di Casalecchio, ha fatto saltare questa bellissima iniziativa a cui ero stata invitata dalla professoressa di spagnolo Chiara Stanghellini, che ci ha mandato anche lo scritto che pubblico stasera, in cui finalmente si parla di insegnamento, di scuola, di giovanissimi. Ma se ne parla a partire da lontano, da quel Sudamerica che lei tanto ama, conosce e canta. Mi piace pensare che anche questi nostri post siano proprio come i fogliettini che volteggiano a baluardo della memoria in Cent’anni di solitudine, fogliettini appiccicati sulle persone e sulle cose, sui luoghi e  sugli eventi che, per motivi talora opposti, non possiamo né dobbiamo dimenticare, qui, nella nostra Macondo nostrana.

Vi ricordate cosa succede a Macondo, il paese che Gabriel García Márquez racconta in Cent’anni di solitudine? La gente soffre di una malattia progressiva e inarrestabile e comincia a scordarsi le parole.

Per non rischiare di dimenticare i nomi delle cose, Aureliano Buendía, il protagonista, inventa un sistema: scrive su un foglio il nome dell’oggetto, che poi applica con la colla all’oggetto stesso.

Alla parete viene fissato un pezzo di carta con scritto “parete”, alla sedia un altro fogliettino con indicato “sedia” e anche agli animali viene appeso un cartello identificativo: “mucca”, “maiale”, “cavallo”. Tutto il villaggio mette in pratica questo metodo, ma l’oblio a Macondo non si ferma, anzi si espande.

Gli abitanti, guidati da Aureliano e da suo padre, José Arcadio, per non dimenticare a cosa servono gli oggetti e gli animali, devono inventarsi un nuovo stratagemma e scrivono altri cartelli: “Questa è la mucca e bisogna mungerla tutti i giorni per ottenere il latte, che poi si bolle e si può aggiungere al caffè per fare il caffelatte.”

Per non scordare il significato dei sentimenti inventano sistemi complicati: mazzi di carte per leggere il passato invece che il futuro e strumenti basati su esercizi per la memoria e per ripetere tutte le conoscenze. Infine, come ultimo baluardo di prevenzione dell’oblio, viene posta all’entrata del paese un’insegna con la scritta “Macondo” e un’altra nella strada principale con la scritta: “Dio c’è”.

Un giorno arriva a Macondo, proveniente da quella parte del mondo dove la gente ancora era in grado di ricordare, uno zingaro di nome Melquíades, uomo decrepito e dall’aspetto strano, con una valigia panciuta legata da corde e un carretto di stracci scuri.

Estrae dalla sua vecchia valigia una pozione magica che offre a José Arcadio e a tutti gli abitanti di Macondo, restituendo loro la memoria e il ricordo delle parole perdute.

Questa storia magica risuona dentro perché è qualcosa che conosciamo bene e che ci riguarda: siamo noi Macondo, siamo noi il padre e il figlio della famiglia Buendía, siamo noi l’anziano zingaro, noi che abbiamo perso la memoria e perso le parole, noi che ci sentiamo per questo confusi e dispiaciuti.

Ma l’antidoto all’oblio e la medicina per riconquistare il senso delle nostre parole sono a portata di mano: c’è ancora chi scrive fogliettini, chi inventa quotidianamente macchine per la memoria, chi, creando strategie per la ripetizione delle conoscenze, è capace di offrire la magica medicina.

Dall’eroico maestro di prima elementare, che su lavagne polverose di gesso e fogli di abecedario porge l’universo delle parole al piccolo cittadino; al professore che regala a timidi o sfrontati adolescenti tutte le parole della letteratura affinché ne rimanga ricordo, esempio e valore; all’insegnante di lingua straniera che magicamente svela a una platea impaurita ma curiosa il mistero di parole aliene e nuovi suoni; a ogni insegnante, che con fogli o computer, in un’aula o in palestra, negli ambiti scientifici o umanistici, con sistemi moderni e, sempre, con antica sapienza, spiega e dispiega oggetti, azioni e sentimenti, restituendo a una popolazione smarrita la parole per capire, per divertirsi, per comunicare, per creare.

Gli abitanti giovani della Macondo nostrana non amano soffermarsi su questi eroi fuori moda né desiderano riflettere sulla banalità e sull’omologazione imperante che li avvolge, aiutati in questo da pessimi amministratori della cosa pubblica che hanno dimenticato il valore dell’esempio.

Ma poiché, come a Macondo, nella nostra realtà la magia è di casa, possiamo immaginare un finale ottimista per i nostri protagonisti.

Gli abitanti giovani – li chiameremo per comodità scolari – vivaci, pieni di idee e fermenti, non si fanno scoraggiare poiché posseggono la predisposizione al bene e la capacità di autoguarigione dalla malattia dell’oblio. Trovano finalmente il coraggio di pensare autonomamente e di riappropriarsi delle parole dimenticate.

I membri più anziani – li chiameremo maestri e professori – solo apparentemente stanchi e provati, instancabili coltivatori diretti di sorprese, tenacia e memoria, fiduciosi delle qualità degli abitanti più giovani, si fanno trovare preparati per la quotidiana distribuzione dei fogliettini, dei pensieri e delle parole nuove.

Chiara Stanghellini

1 risposta a Parole da appendere, parole per apprendere

  1. Che poesia questi due post! Quasi una favola da raccontare… Dovremmo tutti ritrovare il gusto perduto di narrare ad alta voce ai nostri piccoli uomini e donne di domani…crescerebbero di sicuro migliori. Meno tv e qualche narrazione in più. La vita quatidiana narrata così acquista una magia che ti avvolge e ti riscalda portandoti sulle ali della fantasia. Ti conduce in luoghi ed emozioni ancora non del tutto conosciute, pronte per essere scandagliate e farti riflettere…

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Vai alla barra degli strumenti