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Sorte di donna: la conferenza di M. Marzano

29 settembre 2010 in Senza categoria

La settimana scorsa l’allegra brigata delle Donne Pensanti, si è recata quasi al gran completo al Festival della Filosofia organizzato a Modena, per ascoltare Michela Marzano in una conferenza dal titolo promettente: Sorte di donne.

Non voglio tralasciare la difficoltà e l’imponente spiegamento di mezzi e nonni per gestire la prole delle donne pensanti, un gioco di incastri e di capacità diplomatiche che testimoniano l’esperienza e la capacità manageriale delle nostre eroine. Ma ne doveva valere la pena, è così raro ascoltare una filosofa esprimersi sui temi delle donne, della parità di genere, della deriva sessista del nostro paese che quando accade, certo, ne deve valere la pena. E allora, vai di incastri e diplomazia, e allora sfidiamo il pessimo tempo e l’autostrada di notte per andare a sentire Michela Marzano.

La fila fuori dal teatro Rossigni di Carpi ricordava vagamente quelle serate di tanto tempo fa quando si faceva la fila fuori da un locale per andare a ballare. Qualche risata con i vicini in fila, una birra per pazientare…sarà, ma 40 minuti per entrare a sentire una conferenza di filosofia forse hanno fatto salire l’aspettativa…

Ci sistemiamo in una loggia del bellissimo teatrino di Carpi, un po’ di eccitazione e di risate come prima di una apertura di sipario. Alle dieci, Marzano inizia la sua conferenza. La inizia in modo improvviso, concitato, annunciando che non aprirà come aveva previsto ma che si permetterà di iniziare citando una mail che ha ricevuto poco prima nella quale la giornalista Angela Azzaro attacca il festival di Modena per l’assoluta predominanza di relatori uomini con la sola eccezione di tre relatrici donne fra cui appunto Michela Marzano. Continua citando in particolare un passaggio in cui dice che se la Marzano (filosofa e giornalista) ha partecipato al festival maschilista significa che deve essere complice di questo tipo di impianto:

La presenza tra le tre donne che sono state invitate di Michela Marzano, filosofa e giornalista di /Repubblica/ in primo piano contro il velinismo, non mitiga il giudizio semmai lo peggiora. Perché la signora Marzano, che facendo questi discorsi ha costruito la sua fortuna pubblica, deve capire che le sue tirate contro le veline non servono assolutamente a nulla se poi si presta a operazioni che confermano esattamente quella visione della donna e della politica che lei dice di voler combattere .

Sarà ma Marzano ha dato più spazio al fatto di essere stata scambiata per una giornalista oltre che una filosofa (cosa che ha voluto smentire più volte) che al fatto che forse queste cifre, sfavorevoli alla rappresentazione femminile in un festival di filosofia fossero, oggettivamente, un dato sul quale ragionare. La conferenza vera e propria inizia e dopo un’ introduzione della definizione delle categorie cartesiane di corpo e anima, della gerarchia dell’anima sul corpo, e della conseguente gerarchia degli uomini sulle donne, passando per un certo numero di temi e di argomenti, dalla violenza sulle donne, al velinismo imperante, dalla violenza del linguaggio alla crisi del “maschio” (sottolineando che il termine di maschio secondo lei è fonte di stereotipi sessisti), dalla differenza e identità, alla differenza fra sesso e genere. Ammetto che la sensazione nell’ascoltarla è un po’ la stessa che si ha leggendo il suo ultimo libro Sii bella e stai zitta: un susseguirsi di argomenti centrali per il dibattito attuale sulla questione della parità dei generi, una lista che però rimane lista, un’enunciazione che aspetta di essere sviluppata. Insomma un po’ come si rimanesse nell’anticamera…ad aspettare. Forse perché si tratta di una filosofa, forse perché quei 40 minuti fuori ad aspettare erano tanti, ci si sarebbe aspettate di poter entrare nella concettualizzazione, di andare appunto al di là della enunciazione del problema. Un esempio fra tanti: sul problema delle veline, Michela Marzano ha sottolineato che non ha nulla contro le ragazze che vogliono fare le veline, ma che è preoccupata che questo sia un modello univoco, imperante, assoluto al quale oggi le ragazze vogliano tendere. E fin qui, siamo tutti d’accordo…e poi? E poi si passa all’argomento successivo, il tutto senza MAI nominare chi governa, senza mai dire quale e quanta responsabilità politica e sociale ci sia nel far sì che il modello del velinismo diventi così imperante nel nostro paese, il tutto senza mai nominare l’assenza di possibilità professionali, in particolare per le giovani donne, oggi in Italia. Ci sarebbe piaciuto che la filosofa – dal suo osservatorio privilegiato di donna che guarda all’Italia da un altro Paese – contestualizzasse maggiormente i temi proposti, facendo, magari, un’analisi del perché in Italia diventa sempre più difficile per le donne realizzarsi nel lavoro, come persone, prescindendo dall’aspetto fisico che fa da traghettatore.

E’ stato un po’ come se Michela Marzano avesse imbandito una tavola, disponendo tanti interessanti elementi davanti a chi la ascoltava, un po’ di questo, un po’ di quello, un pizzico di teoria alla base degli studi di genere, qualche citazione colta e qualche fatto di attualità, un po’di linguistica per spiegare come il linguaggio sia importante nella sua performatività, un po’ di storia della filosofia femminista per non scordare Simone de Beauvoir e il suo celebre “donne non si nasce, si diventa”. La tavola imbandita da Marzano è ricca, variegata, forse troppo ricca e variegata per dare in coloro che hanno ascoltato la sensazione di aver degustato e finalmente compreso. Si esce da tavola un po’ confusi, chiedendosi in parte se il livello della conferenza non fosse tarato su un pubblico digiuno e quindi tanto inesperto da dover essere intrattenuto con mille assaggini, in parte chiedendosi se ormai siamo talmente dentro questi temi che non ci stupiamo più di ciò che sentiamo. Sarà, ma sono convinta che in quanto filosofa, Marzano avrebbe potuto anche solo scegliere di commentare l’articolo di giornale che le ha fatto notare come le donne fossero assenti dal festival, cercando di costruire quella macchina del pensiero che i filosofi sanno guidare, facendo fare così ai suoi ascoltatori un bel viaggio, in una terra che a volte sembra ostile perché non immediata, perché richiede strumenti, basi concettuali, categorie epistemologiche, ma in quel tipo di viaggio di solito si torna a casa con le idee in subbuglio, con la sensazione di aver colto un pezzo in più, di aver capito. Ha scelto invece un sentiero meno irto, più percorribile, di quelli che quando esci invece delle idee in subbuglio, hai voglia di una bella birra fresca.

“Diversità come stimolo e valore” – Intervista a Simona Coppola

17 settembre 2010 in Senza categoria

L’altra sera, durante un incontro che abbiamo fatto con le altre socie fondatrici per riprendere immediatamente i fili del nostro progetto al ritorno dalle ferie, è stato citato anche L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, uno dei miei romanzi preferiti.

Per me L’arte della gioia è la storia di una donna che sa ascoltare la sua voce più profonda, al di là delle proiezioni imposte dalla società per cui tante volte ci ritroviamo ingabbiate dentro a modi di fare, di vivere, addirittura di essere, preconfezionati, che spesso nemmeno ci accorgiamo che non ci appartengono, una donna che sa lottare per realizzarsi nella sua autenticità più profonda, che sa pagare il prezzo di questa sua volontà indomabile e assaporare la ricchezza di una vita che, soltanto grazie a questo scarto, mai gratuito, delle convenzioni, si è fatta vita piena e degna di questo nome.

La vita di Simona è completamente diversa da quella di Modesta, la protagonista del romanzo, ma in lei ho avvertito la stessa persuasione e la stessa energia, quella consapevolezza assodata che ognuno è pioniere della propria esistenza e che i modelli, quando esistono, hanno un valore puramente orientativo, perché nessuno è un duplicato e chi lo diventa non sta veramente vivendo.

Simona ci ha contattate per raccontarci la sua storia e, in particolare, quella parte della sua storia in cui ha dovuto investire tutta la sua forza e in cui si è sentita più sola, senza punti di riferimento: la sua scelta di diventare madre nonostante sia affetta da sclerosi multipla.

La tua storia, Simona, ci ha colpito proprio per la determinazione che hai dimostrato nel percorrere una strada poco battuta, andando contro i pregiudizi e adoperandoti con tutta la forza di volontà perché il tuo desiderio di diventare madre si avverasse, consapevole che non si trattava di un capriccio, né di una scelta egoista, come qualcuno ha provato a farti credere, ma del modo più autentico per avvicinarti a quello che sei veramente. Quali sono gli ostacoli più grandi che hai incontrato in questo tuo percorso verso la maternità e quali, invece, gli elementi determinanti nel non farti mollare?

Tra i principali ostacoli metto senz’ombra di dubbio la totale mancanza di empatia da parte del neurologo che a suo tempo mi seguiva; mentre la vicinanza dei miei genitori, soprattutto quella di mia madre – una presenza costante sia fisica che morale – è stato l’apporto fondamentale durante tutta la mia gravidanza.

Nel tuo blog, Leucosia, scrivi che all’inizio, quando sei rimasta incinta, hai cercato in rete esperienze simili alla tua ma non hai trovato praticamente nulla e questo ti ha fatto sentire molto sola. Il tuo blog nasce anche dalla necessità di cominciare a colmare questa lacuna? Di cosa parli soprattutto nei tuoi post? Come immagini il tuo lettore o la tua lettrice-tipo?

Leucosia in realtà è nato cinque anni fa, quindi molto tempo prima che scoprissi di essere incinta. Ed è un blog a metà strada tra il diario on line ed un taccuino sul quale annotare i fatti quotidiani, legati non solo alla malattia, ma anche alle mie tante passioni come ad esempio l’archeologia e lo scrivere racconti. E siccome nel blog racconto di me, è stato naturale raccontare soprattutto della mia maternità, in modo da viverla anche attraverso le parole, nella speranza che queste raggiungessero più persone possibili, magari donne che con la mia stessa patologia abbiano in futuro intenzione di diventare madri. Ed in fin dei conti, quando scrivo, immagino proprio loro dall’altra parte del monitor…

So che hai un altro progetto mirato alla creazione di una comunità virtuale di mamme malate di sclerosi multipla, un progetto che, scrivi, “ruota per forza di cose intorno a una versione “altra”, non stereotipata della maternità”. Ce ne vuoi parlare?

Certamente! Si tratta di un gruppo sul social net di Facebook, che conta circa un centinaio di membri, il cui scopo è quello di dare e ricevere consigli sulla maternità in generale ed in particolare su come affrontare e risolvere serenamente i numerosi interrogativi sul decorso della malattia o sui farmaci da assumere, senza dimenticare di curare il lato emotivo del rapporto genitori-figli-famiglia.

Quali sono i consigli che daresti a chi decide di fare una scelta come la tua?

Innanzitutto farsi seguire passo dopo passo dall’equipe medica, creando un solido dialogo tra ginecologo e neurologo; in secondo luogo, organizzare e gestire gli spazi della vita domestica, tenendo conto della possibilità di avere bisogno in futuro di una mano esterna al nucleo familiare, per superare le possibili ricadute da post partum.

Che cosa soprattutto credi che la gente, di solito, non capisca davanti alla decisione di fare un bambino, pur essendo diversamente abili?

Spesso, di fronte a donne che, come me, sono portatrici di una disabilità più o meno accentuata, le persone cadono nel pregiudizio, ritenendole simili ad alberi senza frutto , incapaci quindi di metter su famiglia. Invece noi diversamente abili abbiamo gli stessi desideri ed ambizioni delle persone normodotate, per raggiungere i quali dobbiamo scavalcare ostacoli di dimensioni maggiori, a partire dai luoghi comuni che tristemente ci ingabbiano in uno squallido stereotipo.

Parliamo ora più specificamente della tua malattia, la sclerosi multipla, di cui molti sanno poco e niente. Studi recenti, condotti dall’équipe del professor Paolo Zamboni, dell’Università di Ferrara, stanno producendo risultati decisamente rincuoranti per molti malati: stanno sperimentando un’operazione per l’insufficienza venosa cronica cerebro-spinale (CCSVI), una patologia che si è dimostrato essere, in moltissimi casi, strettamente connessa alla SM. Ci puoi raccontare di cosa si tratta e che cosa significhi per te e per i malati di SM questa nuova possibilità?

Circa dieci anni fa il prof. Zamboni, avendo la moglie colpita da sclerosi multipla, avviò un’intensa attività di ricerca, riscontrando nei pazienti affetti da sm accumuli di ferro anomali nelle vene che conducono il sangue al cervello. Usando un doppler ad ultrasuoni ha poi scoperto che i depositi di ferro che scatenano le tipiche infiammazioni della malattia sono la conseguenza di un restringimento delle vene stesse, malformazioni che non consentono al sangue di fluire normalmente all’interno del cervello. Tale disordine da lui scoperto è stato denominato CCSVI, ovvero Insufficienza Venosa Cronica Cerebrospinale. Subito dopo si è scoperto che alla gravità dei blocchi delle vene in questione corrispondeva la gravità dei sintomi del paziente. I pazienti con una sola vena bloccata di solito hanno forme più lievi della malattia, mentre quelli con due o più vene danneggiate presentano una malattia più grave. Zamboni ha individuato blocchi non soltanto nelle vene del collo che si trovano direttamente sotto il cervello – le vene giugulari – ma anche in una vena centrale di drenaggio, la vena azygos. E semplicemente grazie ad un intervento di angioplastica, dilatando cioè le vene del collo interessate dalle stenosi, è stato possibile riscontrare nei pazienti operati un evidente miglioramento della loro qualità di vita, associata ad una notevole riduzione delle cosiddette poussé, le ricadute della sm, gli attacchi della malattia.

In Italia però non è ancora possibile, per tutti, operarsi. In particolare, è di qualche settimana fa la notizia che, nella tua regione, la Campania, un comitato etico si è opposto alla possibilità di sperimentare questa operazione. Come hai reagito davanti a questa notizia e cosa vorresti dire a chi infrappone questo ulteriore ostacolo tra te e la possibilità di “liberarti” del tuo male?

Sinceramente sono rimasta molto delusa ed amareggiata dall’ostruzionismo e dallo scetticismo che sinora ha manifestato la classe medica nei confronti della scoperta di Zamboni e a dire il vero, la tentazione di andare all’estero per poter essere operata è molto forte. A coloro che attualmente non consentono a me e a tanti altri malati italiani di accedere alle cure appropriate al nostro male, chiedo soltanto di avere un briciolo di cuore e di correttezza professionale, rammentando loro il giuramento di Ippocrate, e di riconsiderate le loro scelte in merito.

Veniamo a un’altra passione: l’archeologia. Ti sei laureata con una tesi sui percorsi archeologici per diversamente abili e collabori con una rivista di turismo che si chiama Diversamente agibile. Come ti sei avvicinata all’archeologia?

L’archeologia mi ha appassionata sin da piccola, ed è stata una passione scatenata ed assecondata grazie anche al luogo in cui sono nata – Napoli, città dalle millenarie stratificazioni. E’ stato quindi più che naturale per me intraprendere questo genere di percorso dapprima di studi, e poi lavorativo.

Qual è la situazione, mediamente, in Italia, per i diversamente abili che vogliano visitare monumenti e luoghi d’interesse artistico?

Sebbene musei ed aree archeologiche si stiano dotando di percorsi ed esposizioni che rispettino gli standard museali universalmente noti ed accettati, siamo ancora abbastanza lontani dal raggiungimento di un adeguato livello di fruibilità consono ad un pubblico disabile nel nostro Paese.

Un’ultima domanda. Come sei venuta a conoscenza del nostro gruppo e in cosa, in particolare, ti riconosci all’interno di questa nostra iniziativa?

Navigando in rete sono capitata per puro caso sul sito di “Donne Pensanti”, spulciando tra i link del blog di Panzallaria. Leggendo dell’iniziativa intrapresa sull’abuso del corpo femminile nei media italiani ed i vari articoli scritti su personalità autentiche del mondo femminile, ne sono rimasta colpita al punto tale da voler partecipare in maniera tangibile al vostro gruppo, innanzitutto raccontando la mia testimonianza di donna e di madre, contribuendo nella volontà di creare una nuova visione della nostra società, una società in cui l’essere diversi sia per tutti uno stimolo ed un valore.

 

 

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