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La resistenza delle donne: morire per la libertà di dire no!

22 giugno 2011 in Senza categoria

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Post che fa parte della campagna

Barbara Cuppini aveva 36 anni, abitava a Serramazzoni vicino a Modena ed era una manager del settore marketing della Ferrari; aveva una vita da vivere ma domenica scorsa è stata assassinata dall’ex convivente.

Barbara voleva interrompere la relazione proprio come le altre cinque donne che sono state assassinate dall’inizio dell’anno, in Emilia Romagna, da compagni, mariti, fidanzati, ex .

Si chiamavano Ilham 32 anni, (uccisa insieme al figlio Rachid di 2 anni), Stefania, 20 anni, Giuseppina, 45 anni, Camilla, 35 anni e Maria, 50 anni.

Tutte avevano una vita da vivere e sono morte per aver pronunciato un no!

Da qualche anno alcune associazioni di donne raccolgono con la rassegna stampa i nomi e le storie delle donne assassinate dal partner insieme al dato numerico che parla di una mattanza che è in continuo aumento.

L’indagine conoscitiva sul femminicidio condotta dal 2005 a livello nazionale, dalla Casa delle donne di Bologna denuncia una crescita nel numero delle vittime: 84 nel 2005, 101 nel 2006, 107 nel 2007, 112 nel 2008, 119 nel 2009, 127 nel 2010 .

Negli ultimi anni sono aumentati gli assassinii da parte degli ex che non accettano la fine della relazione.

La stampa definisce molto spesso questi delitti “omicidi passionali”, “raptus” della gelosia o della follia che irrompono improvvisamente nella coppia e quasi mai viene fatto un approfondimento della notizia con riferimenti a violenze precedentemente agite dal partner sulla donna.

Gli studi fatti a livello internazionale rivelano invece che il 75% dei casi di omicidi di donne sono preceduti da violenze fisiche o psicologiche.
Ma i media con quelle parole ci dicono anche come i cronisti che raccontano le notizie, e la stessa società, vedono quelle morti.

La follia o il raptus della gelosia sono ottime giustificazioni per occultare i nodi che tengono legati uomini e donne nelle relazioni.

A livello internazionale, le associazioni impegnate sul campo della violenza alle donne definiscono femminicidi questi delitti.

I femminicidi hanno una matrice comune: quella di colpire le donne quando non accettano un ruolo sociale imposto.

Nel femminicidio sono incluse le molestie e le violenze sessuali e tutti i comportamenti agiti individualmente o socialmente nei confronti delle donne per mantenerle in un stato di subalternità e in caso di resistenza distruggerle fisicamente o psicologicamente.

Anche le discriminazioni sul lavoro, il mantenimento delle donne in situazione di povertà economica vanno inserite nel contesto del femminicidio. Del resto, il linguaggio del femminicidio comunica anche attraverso le immagini con cui i mass media o la pubblicità rappresentano le donne.

Le vediamo tutti i giorni sugli schermi televisivi o sui cartelloni pubblicitari come corpi svuotati di identità e dignità e reificati sessualmente.

Vera pelle vegetale conciata” recitava accanto alla foto di un pube femminile, lo slogan di una abberrante pubblicità di Oliviero Toscani censurata poi dallo Iap alcuni mesi fa.

Quando ho letto quello slogan mi è venuto in mente l’over killing , lo strazio che spesso viene compiuto dagli uomini sui corpi delle donne quando avviene un femminicidio.

Se non porteremo alla luce della coscienza collettiva il significato di queste morti smettendo di raccontarle e raccontarcele come “raptus della follia” e non faremo una rivoluzione copernicana della cultura superando gli stereotipi e i ruoli imposti ai generi maschile e femminile e se non sottrarremo le donne al ruolo di subalternità continueremo a fare il conto delle vittime.

E allora a quale cifra si chiuderà il 2011?


E gli anni che verranno?

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