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Il lato B dei cervelli

29 luglio 2011 in Senza categoria

Oggi sul sito Ansa.it c’erano due foto notizia: la prima che ritraeva Stefano Tempesti della nazionale maschile italiana di pallanuoto, in acqua con la palla tra le mani, trionfante per la vittoria contro la Croazia.

C’era anche un’altra foto notizia che riportava la vittoria della nazionale femminile di pallanuoto greca, peccato che la foto ritraeva le atlete, festanti mentre si abbracciano, dalla vita in giù.

Insomma delle atlete erano inquadrate solo i glutei e le gambe.

Trovo davvero avvilente che ormai in Italia, paese dove i cervelli sono in fuga sotto tutti i punti di vista, reali e anche metaforici, la donna sia rappresentata nelle immagini e sui Media, sempre più solo attraverso un costante annichilimento della sua identità, del suo Essere e ridotta ad una somma di parti anatomiche.

Seni, glutei, gambe, labbra.

La pubblicità ormai per vendere affianca qualunque prodotto a un corpo di donna nudo o a parti di corpo di donna.

Utilizzare quello stesso linguaggio nei confronti di atlete che stanno festeggiando una vittoria, per la quale hanno speso energie, impegno, lavoro, forse è ancora più offensivo. Il volto è l’identità delle persone, ci parla della emozioni; una donna,  non è un aggregato di parti anatomiche, è un individuo con pensieri, sogni, progetti.

Quelle atlete hanno lavorato e si sono impegnate per raggiungere quel traguardo esattamente come l’atleta della nazionale maschile italiana  fotografato, mostrando nell’ immagine il volto e non il suo bacino.

Mi piacerebbe domandare al direttore dell’Ansa se avrebbe mai messo o metterebbe mai una foto notizia su una vittoria sportiva che mostri solamente i glutei degli atleti.

La questione non ha a che fare con il moralismo ma con la concezione che si ha delle donne e della rappresentazione che se ne vuole dare.

Sarebbe atto di intelligenza sostituire la foto mostrando i volti sorridenti delle atlete, ma l’intelligenza risiede in alto e per esprimerla è in alto che si deve guardare.

I lussi delle donne e il vademecum antistupro del Comune di Roma

27 luglio 2011 in Senza categoria

A Roma stasera in Piazza Trilussa ci sarà una protesta per il vademecum antistupro patrocinato dal Comune di Roma con lo slogan: “Vademecum per la tua sicurezza. Sicurezza, un lusso che oggi noi donne vogliamo permetterci”.
Ventiquattro pagine redatte da un gruppo di donne, una ventina di promotrici, tra cui Anna di Lallo, ideatrice del progetto e dirigente della società Omniares comunication.
Diecimila copie del vademecum sono già state distribuite dal 10 luglio per le strade di Roma e nelle stazioni della  metropolitana.

Leggendo il vademecum si scopre che contiene i soliti consigli che ogni donna arrivata all’età di tredici anni già conosce perché se li è sentiti ripetere dalla nonna, dalla mamma o dalla zia.
Quelle della mia generazione un po’ vecchiotte, avevano un assaggio di questa tradizione di consigli antiaggressione, fin dall’età dell’infanzia con il noto “non accettare caramelle dagli sconosciuti”. Dopo qualche anno lasciate perdere le caramelle, le raccomandazioni tra la scaramanzia, il buon senso e il pregiudizio erano di evitare le strade non illuminate, di non vestirsi in maniera “provocante”, di non uscire sole di notte. Il vademecum contiene insomma le stesse raccomandazioni delle ansiose mamme.

Mi domando quali consigli dispenserebbe alle donne che negli anni ho incontrato: quelle aggredite a mezzogiorno sul pianerottolo di casa dopo aver fatto la spesa (non andate al supermercato?), o alle nove di mattina nei bagni della propria facoltà (non andate in bagno o non iscrivetevi all’università?) o ancora quelle molto più numerose vittime di violenza familiare (non sposatevi? ).

Il vademecum si conclude con consigli per gli acquisti, pubblicizzando Pe.Tra, un telecomando con localizzazione  gps  che se attivato richiede l’intervento delle forze dell’ordine. Ovviamente   a pagamento: il lusso che ci possiamo permettere insomma ce lo possiamo portare a casa con  299 euro. Oltre a coprirci, e ad evitare il buio e gli sconosciuti,  dovremmo anche  dotarci di gps un po’ come le auto di lusso; del resto noi donne ultimamente in Italia siamo rappresentate così: un po’ persone, un po’ cose. Sempre meno persone e sempre più cose.

Iniziative come queste, che uniscono l’utile al dilettevole, ovvero la demagogia al guadagno, sono davvero offensive ed irritanti. Per fare informazione e liberarci degli stereotipi dovremmo sapere invece che lo stupro avviene per in maggior parte all’interno delle pareti domestiche nelle relazioni violente, o da parte di amici, conoscenti o datori di lavoro e che solo una percentuale minore viene agita da sconosciuti per strada.
Dovremmo sapere a dispetto dei soliti consigli sull’abbigliamento, che lo stupro non ha a che fare con il desiderio ma con la distruzione, non si accompagna ad eros ma a thanatos: la sessualità è utilizzata per denigrare, umiliare, annichilire la vittima che durante l’aggressione viene ridotta ad un oggetto. Lo stupro è infatti una uccisione metaforica della vittima.

Sappiamo che la stampa e i Media hanno una grande responsabilità nel perpetrare lo stereotipo sullo stupro generando allarmismo, facendo da cassa di risonanza e amplificando l’effetto emotivo sul pubblico soprattutto quando si tratta di aggressioni per strada; alle donne così arriva un messaggio ambiguo e sottile che altera la reale percezione del rischio: “la strada, il luogo pubblico: non è il tuo spazio; lì non sei al sicuro. Se sei sola quindi una potenziale preda, con un compagno sei al sicuro. E’ la casa il tuo luogo sicuro ”. La realtà è che le donne sono più vittimizzate in casa per le violenze perpetrate dai partner.

Quando poi le aggressioni sono commesse da immigrati allora la cassa di risonanza dei Media è alimentata dai politici che strumentalizzano le violenze per instillare xenofobia e usare la paura a scopo elettorale promettendo “sicurezza”.

La paura permette di governare meglio e sulla paura  si può anche lucrare come la società che venderà Pe.Tra: il dispositivo “antistupro”.

Davvero la sicurezza per le donne non deve essere più un lusso? E allora perché non si finanziano i centri antiviolenza che in Italia sono a rischio di chiusura e che aiutano da vent’anni le donne vittime di violenza anche tra le mura delle “sicure” case? Perché il Piano nazionale contro la violenza alle donne non ha ancora finanziamenti?

Perché non si istituisce una commissione governativa che sanzioni le aziende che utilizzano manifesti o immagini pubblicitarie che mostrano donne reificate e umiliate o addirittura violate?
E invece si  lascia solo all’iniziativa individuale  la segnalazione allo Iap (Istituto di autoregolamentazione della pubblicità) delle immagini lesive della dignità delle donne.

E piuttosto che far circolare vademecum che reiterano stereotipi sullo stupro e rischiano di far ricadere sulle donne parte della responsabilità dello stupro, perché non si spendono risorse per sensibilizzare l’opinione pubblica, educare nelle scuole, formare i giornalisti per smantellare gli stereotipi e i pregiudizi che pesano sulle spalle delle donne vittime di violenza in modo che anche quando purtroppo la violenza avviene, non siano vittimizzate una seconda volta, e poi una terza?

L’intelligenza, la sensibilità, il rispetto dell’altro sono i migliori gps che si possano attivare nei cervelli umani ma ci vogliono anni di lavoro e di progettualità. Ci vogliono azioni politiche ed efficaci non sterile propaganda demagogica. I progetti politici e le azioni non si distribuiscono per strada o sulle metropolitane come i vademecum, e soprattutto nessuno ci può lucrare anche se tutti e tutte avremmo da guardarci non tanto in sicurezza  ma soprattutto  in civiltà!

L’ombra delle donne nella società italiana

18 luglio 2011 in Senza categoria

Ieri a New York, il comitato della Cedaw, Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne, adottata dall’Onu nel 1979 ha esaminato il VI rapporto sullo stato di attuazione della Convenzione, presentato nel 2009 dal Governo italiano. Nello stesso anno, si è costituita la Piattaforma italiana che ha riunito associazioni e singole donne impegnate contro la discriminazione di genere che ha redatto lo shadow report, il rapporto ombra, sull’accoglimento delle raccomandazioni che erano state fatte all’Italia nel 2005. La Cedaw è considerata il trattato internazionale più completo sui diritti delle donne, ma negli ultimi anni, in Italia i suoi principi trovano una debole applicazione.

Lo rivela il Rapporto ombra “30 anni Cedaw, lavori in corsa” presentato da Claudia Signoretti, Simona Lanzoni (Fondazione Pangea) e Barbara Spinelli (Giuristi democratici) che traccia un triste bilancio sulle politiche contro la discriminazione delle donne. E’ emerso che dal 2005 le donne non hanno migliorato la loro condizione. A parte qualche nota di merito come l’approvazione della legge sullo stalking, l’istituzione nelle scuole, della settimana contro la violenza di genere, e qualche altra estemporanea iniziativa priva di progettualità, ben poco la politica ha fatto per abbattere gli stereotipi, gli svantaggi o le discriminazioni nei confronti delle donne in Italia.

La svilente rappresentazione delle donne nelle immagini pubblicitarie e nelle trasmissioni televisive, la scarna rappresentanza e partecipazione delle donne nella vita politica, nei posti di responsabilità e di dirigenza delle aziende, i tagli al welfare, agli asili, sono solo alcuni dei punti dolenti criticati nel Rapporto Ombra, dai quali emerge il totale disinteresse per il Governo italiano a svolgere un ruolo politico efficace. Anzi viene rilevato un peggioramento della politica che discrimina le donne: come la legge che permette la firma delle dimissioni in bianco usata dalle aziende soprattutto contro le lavoratrici quando restano incinte. Fra i tanti segnali di arretramento anche il calo di interesse per il contrasto del fenomeno della tratta delle donne e della prostituzione coatta. Nessuna sensibilizzazione e informazione è stata più fatta a livello sociale sul fenomeno della schiavitù sessuale. Iniziative come quelle attuate o promesse da alcuni sindaci, (recentemente Alemanno a Roma), di perseguire le prostitute in strada, mettono a rischio le donne vittime della tratta di essere in una condizione di maggiore debolezza ed isolamento e ancora più controllabili dagli sfruttatori. L’interesse politico per la discriminazione delle donne immigrate rispetto ai loro connazionali uomini è quasi nullo.

Tra le leggi peggiori, la legge 40 sulla fecondazione assistita che dovrà essere modificata perché vìola la salute psicofisica delle donne, nella parte dove vieta l’impianto di più di tre embrioni, aprendo al calvario di un sopranumero di stimolazioni ovariche.

Tutte queste resistenze ad attuare le raccomandazioni della Cedaw alla fine rivelano che l’Italia è un Paese misogino, arretrato e bloccato in una sorta di involuzione del rapporto uomo-donna, dove nemmeno le donne vittime di violenza sessuale riescono a trovare pieno rispetto e giustizia. Non esiste ancora nell’ordinamento giuridico italiano una definizione corretta della violenza di genere, né tantomeno una raccolta di dati statistici nazionali sui femminicidi e il maltrattamento familiare alle donne. Dal 2004 lo Stato italiano (insieme alla Grecia!) è inadempiente nel garantire il risarcimento delle vittime di violenza di genere. Il Governo Prodi istituì un fondo di 56mila euro che non è stato più rifinanziato. Le vittime di violenza sessuale attendono ancora il risarcimento dallo Stato che nel frattempo è stato condannato dalla Corte di Giustizia europea. In compenso nel 2010 è stato istituito un fondo di solidarietà per le vittime dei reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive. La vita di una vittima di stupro per l’attuale Governo, evidentemente non ha lo stesso valore di quella di una vittima di tifo calcistico.

Un uomo gentile

6 luglio 2011 in Senza categoria

Continuiamo a pubblicare i vostri scritti per la seconda edizione di Testimonia il femminile che quest’anno vuole focalizzarsi sul nodo delle relazioni fra i generi. Oggi la parola a Letizia che ci racconta Federico. Aspettiamo i vostri contributi, in tante forme: anche video e fotografie quest’anno. E poi ancora racconti, riflessioni, poesie, appunti, frammenti. Gettiamoli nel mondo.

 

Federico non era andato volentieri al corso di aggiornamento sulle “tecniche di comunicazione” organizzato dall’azienda in cui lavorava da anni.
Non solo perché lo trovava del tutto inutile, ma, mentre altre volte era entusiasta di andare a Roma a vedere qualche mostra o ad un concerto, quella volta i suoi amici avevano organizzato una grande cena in paese, lì sarebbe potuto stare un po’ con Anna, che gli piaceva molto, anche se non dava il minimo segno di contraccambiare il suo interesse. Ma chi sa, col tempo magari poteva cambiare idea. Solo che lui aveva già quarant’anni, viveva ancora con sua madre, nonostante avesse un lavoro che gli permettesse di vivere egregiamente da solo e desiderava tanto mettere su famiglia.
Il corso iniziò con le solite presentazioni, accanto a lui sedeva una donna con qualche anno di più. Non particolarmente bella ma con un largo sorriso sincero. Scambiarono qualche parola, qualche battuta su quel genere di corsi e decisero di cenare insieme.
Clara viveva sola, il suo compagno era morto qualche anno fa, non aveva figli. Parlarono di cinema, libri, musica, scoprirono di avere molti interessi in comune. Poi passeggiarono per Roma, tra le fontane luminose e l’allegria dei turisti. Clara amava quella città, ammirare le cupole scintillanti dopo la pioggia, sedersi per un caffè in piazza del Pantheon, camminare la sera per le strade, sola coi suoi pensieri, i suoi ricordi.
La sera dopo decisero di andare al cinema insieme a veder l’ultimo film di Nanni Moretti, e poi a prendere una pizza.
A Federico piaceva parlare con lei, o ascoltarla. Clara sapeva un sacco di cose, aveva studiato all’Università ma non era saccente. Aveva sofferto molto, ovviamente, per la morte del suo compagno. Ma aveva cercato di continuare la sua vita aiutata dai mille interessi che coltivava e dalle amiche che amava.
Federico raccontò delle sue poche e brevi storie d’amore, del suo desiderio di avere una famiglia. Dopo tre sere di uscite comuni si ritrovarono mano nella mano. Federico non se lo spiegava ma desiderava quella donna ardentemente. Clara era stupita, non aveva desiderato più un uomo dalla morte del suo compagno. Ed ora invece desiderava baciare quell’uomo, con grandi occhi verdi e dai modi così gentili.
Andarono a casa di lei e si lasciarono andare al loro desiderio. Fu una grande sorpresa per entrambi, i loro corpi erano assetati uno dell’altro. Per Clara quell’uomo, quasi sconosciuto, emanava come scariche elettriche alle quali ogni centimetro del suo corpo reagiva simultaneamente. Federico sentiva che Clara lo accoglieva nel profondo del suo essere e questo lo ammaliava ma anche lo spaventava.
Ogni sera finito il corso, volavano a casa di Clara per fare l’amore per ore, e poi parlare, parlare, guardarsi, ridere di se stessi.
Finì la settimana, decisero di continuare la loro storia, Federico sarebbe venuto da Clara ogni quindici giorni.
Tornato a casa gli venne una gran voglia di cercare un appartamento tutto per sé, lo trovò e lo arredò con gusto. Clara era contenta della sua decisione, era un segno di crescita, ma non voleva intromettersi. Federico invitò Clara nella sua nuova casa, per le vacanze di Pasqua, ma lei lì si sentiva una clandestina, nessuno della sua famiglia sapeva di lei, non che desiderasse essere presentata come una “fidanzata”, ma neanche essere volutamente nascosta. Lei si era innamorata pazzamente di lui, ma non avrebbe mai desiderato vivere insieme. A quarantacinque anni non aveva alcuna intenzione poi di avere figli che, comunque, non aveva mai desiderato col suo compagno. E poi Federico non le aveva mai chiesto una cosa del genere, sapeva che lui non la amava, anche se le voleva molto bene. Ma Clara desiderava ardentemente far parte della sua vita, si sentiva legata a lui profondamente, non riusciva a spiegarsi i motivi, era come una magia.
Da quando Federico stava con Clara, si sentiva più sicuro, più uomo, ridevano tanto insieme e le voleva molto bene, era la prima donna a cui aveva svelato se stesso. Ma il suo sogno era mettere su famiglia con Anna.
Dopo quasi un anno Federico lasciò Clara. A lei occorse molto tempo per rimettere insieme i cocci della sua vita. Federico non si sposò né con Anna né con altre. E’ ancora in cerca di una moglie e di una madre per i suoi futuri figli.

Letizia Del Bubba (Livorno)

Fotografia di Andò, Venosa 2005

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