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C.I.E.

28 agosto 2011 in Senza categoria

C.I.E. centri di identificazione ed espulsione

Già il nome fa paura, sembra quasi un luogo adibito a merci più che a persone.

Una sigla che potrebbe rivolgersi ad un interporto o a qualche dogana.

Qui però vengo “stoccate” le persone.

Persone qualunque, non diverse da nessuno di noi, se non per la provenienza geografica.

Ognuna di loro ha una storia alle proprie spalle, fatta per lo più di paura e difficoltà, ognuna spera in una sua storia futura, come noi appunto.

Lo fanno anche le 35 donne del CIE di Bologna, che mercoledì 24 agosto hanno dato vita ad una protesta all’interno della struttura, perchè non capivano in che modo fosse possibile che, nonostante non si siano mai macchiate di nessun reato, l’Italia abbia deciso di prolungare la loro pena da 12 a 18 mesi, grazie al decreto legge Maroni.

 

E’ la disperazione che nel pomeriggio le ha fatte reagire ad una prigione ingiusta e priva di ogni diritto.

 

Vivono in cameroni, con pochi o nessuno spazio di intimità, salvo qualche doccia comune.

Dormono su letti di cemento in strutture senza nessun tipo di refrigerio, caldissime e opprimenti.

Vivono peggio dei detenuti, a cui il diritto delle visite almeno è concesso.

 

E’ difficile raccontare un luogo di questo tipo, perchè è difficile immaginarsi che in Italia possano esistere spazi simili.

Spazi in cui lo stato di diritto può essere acceso o spento come una lampadina, in cui l’essere madre non ti viene riconosciuto, così come si annulla la possibilità di essere figlio.

 

Una bambina di soli quattro anni infatti, aspetta da mesi di poter riabbracciare la madre rinchiusa, senza colpa, all’interno del CIE e ieri qualcuno ha detto alla donna che per almeno altri sei mesi non potrà uscire.

 

Sarebbe ora di dire basta, e chiedere che questi luoghi vengano chiusi e che a quelle donne e quegli uomini vengano liberati.

 

Bisogna dire basta non per bontà d’animo, ma per pudore. Perchè noi per fortuna o purtroppo siamo Italiani, e chi li rinchiude è l’Italia.

 

 

Offese al corpo

28 agosto 2011 in Senza categoria

Sono reduce da una serie di discussioni davvero animate, avvenute su alcuni socialnetwork che seguo, successive all’uscita dell’intervista fatta da Conchita di Gregorio a Piero Marrazzo, (l’intervista la trovate qui). Ed essa se ne sono susseguite altre relative all’uso del corpo delle donne, sulla maternità surrogata (donne che affittano l’utero), sull’uso del velo per le donne islamiche e poi ancora sulla lunga serie di pubblicità che usano, offendono, sviliscono il corpo delle donne.

Così mi sono soffermata a pensare a quanto la parola corpo sia associata a donna, e quanto sia importante il corpo delle donne.

Eppure anche gli uomini riescono a farne un uso altrettanto disinvolto e discutibile; mi basta pensare ai corpi esplosi ed espansi degli atleti del body building, spesso stravolti dall’uso di steroidi, oppure gli uomini che praticano quella straordinaria forma di prostituzione “morale”,  pagata con briciole di potere o notorietà, ci si vende l’etica per una poltrona in regione o in comune. Ma una donna che usa il botox o si prostituisce è “peggiore”, viene esecrata e offesa per strada se si fa raccomandare dal politico di turno o se usa il corpo per ottenere favori.

Il corpo delle donne è importantissimo, per tutti, nel bene e nel male, e sembra diventare un principale oggetto di contesa, osservazione, fruizione.

Così le donne si ribellano, con una strenua lotta ricorrente, sempre più stringente, verso le pubblicità offensive. E non solo leggiamo della feroce critica alla chirurgia estetica, contemporanea alla difficoltà di comprendere il ruolo del velo per le donne islamiche, e poi penso anche alle critiche dirette alla maternità in età avanzata di Gianna Nannini (o alla complementare e sconfinata ammirazione), o ancora alle polemiche sugli uteri in affitto. Insomma comunque ci si muova, il perno attorno a cui tutto ruota è il corpo femminile.

Che resta eternamente sospeso nell’ambivalenza tra oggetto e soggetto.

Noi stesse non sembriamo essere in grado di smarcarci da questa ambivalenza, infatti il corpo è anche il più grosso “luogo” di potere del femminile: la maternità. E la rivendicazione di una certa sacralizzazione del corpo delle donne, da parte delle donne, forse afferisce proprio lì. Il corpo non può essere strumentalizzato, pagato, perchè è il luogo del potere femminile, e della procreazione. Non può essere offeso, o umiliato.

Gli uomini, che pure subiscono ingiurie e umiliazioni assimilabili, sembrano del tutto scevri da questi fastidi: usano il corpo e si fanno usare, prostituiscono la propria umanità con leggerezza che sarebbe quasi ironica, non fosse così grottesca. Sembrano indifferenti alla sacralizazzione dl corpo, tanto più che nessuno mai gliene chiede il conto.

Noi donne sembriamo incastrate nella doppia sacralizzazione del corpo, siamo noi per prime che proteggiamo il luogo di genesi del nostro potere sociale (non economico, non politico, non culturale, non scientifico), il potere che permette di partecipare al sociale, dando un contributo. Un altro corpo: i nostri figli.

Inoltre “qualcuno”, e da sempre, ci chiede di rendere conto di come usiamo quel “sacro”. O più banalmente stabilisce con chi/quando/come/dove possiamo avere rapporti sessuali, e di chi è il figlio che genereremo.

La domanda che ne discende è se possiamo uscire da questo vincolo? Possiamo rivendicare altre proprietà alternative al solo corpo? Possiamo sfuggire dalla rivendicazione del singolo corpo per rientrare nell’unitarietà complessa e ambivalente che ci compone, per chiedere molto di più? Il solo corpo non è uno specchietto per allodole? Faremo togliere il cartellone della modella che in mutanda maschile ci guarda dall’alto, ma non avremo altro da questo?

Lasciatemi questo dubbio.

 

Immagine tratta da All Pictures

 

Il corpo, ricordo, infine non è. Sono.

E vorrei concludere con una frase di E. Mounier:

Il mio corpo è più del mio corpo. Io non ho un corpo, io sono un corpo.

 

Donne in rete: come cambia il modo di relazionarsi

28 agosto 2011 in Senza categoria

rielaborazione dipinto d'epoca con donna e pcDi anno in anno aumenta il numero delle donne che frequentano o per meglio dire abitano e vivono il web. Non sono soltanto donne in cerca di shop on line o di diete o di chat o, nel mio caso i primi tempi, di amici sparsi per il mondo.

Sono donne che dopo aver frugato nei vari angoli per curiosità, hanno trovato uno spazio adatto ai propri interessi e lo hanno arredato su misura. Dopo la nascita dei blog personali, di quelli delle mamme, di quelli delle amiche, le donne hanno scoperto che la rete consentiva loro ben altro:

    • di incontrarsi con pensieri ed esperienze femminili diverse dalle proprie
      di fare di una passione un lavoro, acquisendo un linguaggio ed un comportamento da apprendista nerd
      di ampliare le competenze di base, qualunque fosse la loro professione
      di condividere conoscenze, informazioni, istruzioni
      di offrire possibilità di lavoro e di crescita

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La vecchia e la volpe

28 agosto 2011 in Senza categoria

Che strana giornata, fuori il sole è salito alto sui campi bianchi di neve.

Nelle cavedagne i segni dei grossi pneumatici si mescolano a quelli più piccoli e nascosti degli animali: lepri e cinghiali, qualche volpe.

L’unico indizio del natale imminente è una piccola corona appesa alla porta della casa di sasso in fondo alla discesa. La sola dal cui camino esca un filo di fumo.

Le altre case hanno gli scuri chiusi: alcuni nuovi e lucidi, altri scrostati e un po’ sbilenchi sui cardini.

Le tracce si allontanano dalla casa e il ghiaccio che le riempie, dice che sono vecchie di alcuni giorni.

La vecchia sta lavando i piatti nel lavello, davanti alla finestra, passa le mani dalle dita storte velocemente sotto l’acqua gelata per togliersi le ultime tracce di sapone e bestemmia, mentre si asciuga.

Di fianco alla porta si infila un grosso cappotto imbottito, glielo ha portato il figlio due giorni prima.

“Mamma, ma sei sicura che non vuoi venire giù a Bologna?” le ha chiesto mentre stava salendo in macchina e accendeva il motore.

Una domanda che sarebbe suonata falsa anche in casa di un ladro.

Ad ogni modo il cappotto è caldo e quando esce, il freddo non la morde nemmeno troppo.

E’ sicura di averla vista questa volta la piccola volpe che ogni giorno le fa fuori una gallina. Difatti quando arriva nell’aia coperta di neve, ci trova una macchia di sangue e penne.

Intorno le orme della volpe: se l’è tirata lì fin dal pollaio sul retro.

“Maledetta bestiaccia” pensa, mentre con la punta del piede sposta i grumi di neve arrossata. Poi segue a ritroso le tracce fino a trovare il buco nella rete dalla quale è passato l’animale.

Dopo pochi minuti è nuovamente lì, china a rammendare lo strappo con del fil di ferro, le mani le fanno male per il freddo: ha dovuto togliersi i guanti per riuscire a stringere bene i nodi di metallo e chiudere le maglie.

“Maledetta bestiaccia” ripete

“Avrei dovuto seguirla”

Borbotta mentre tiene i piedi sulla pietra del camino, sembra un po’ pinocchio con le gambe secche e bitorzolute. Intanto le mani lavorano agili con i ferri, è sempre stata brava a lavorare a maglia, tanto che fino a che non è sceso in città suo figlio non ha mai dovuto comprarsi un maglione.

Fuori dalla finestra, intanto, i denti smussati degli Appennini si sono mangiati anche questa giornata.

“Sai Giovanni, domani è Natale” dice mentre continua a lavorare “chissà che luci ci saranno là sulla torre?”

Parla alla sedia dall’altra parte della stanza: una vecchia seggiola a dondolo di legno scuro, mal sgrossato e piena di spigoli coperti di polvere.

Sulla spalliera c’è un gilet di velluto da uomo.

“Ti ricordi quando mi ci hai portata in inverno? E io non volevo salire perchè avevo le vertigini, e tu ridevi e mi spingevi su per gli ultimi scalini con le mani sul sedere.”

Aspetta, come ad ascoltare la risposta, poi si alza e butta un altro piccolo ceppo sul fuoco.

“Alè a letto che è tardi” aggiunge con un sorriso un po’ stanco.

Il letto e la camera, su dalle scale, sono di quelle vecchie e piene di mobili pesanti e scuri. Sotto le coperte si vede bene il rigonfiamento del prete che la vecchia riempie con le braci per scaldare le coperte.

“Mo che freddo che fa. Almeno quando eri qui mi potevi scaldare i piedi”.

Alcuni minuti dopo è coricata, con le coperte tirate fin sopra il naso.

“Buonanotte Giovanni” sussurra.

Nella notte riprende a nevicare, una neve leggera di quelle che più che altro bagnano se non trovano un terreno già gelato. Qui invece si ammassa in cumuli umidi che ghiacciano e diventano duri come pietre.

La neve però riesce lo stesso ad attutire un po’ i rumori, così quando riapre gli occhi la vecchia non capisce subito cosa la abbia svegliata.

Le galline urlano nella loro gabbia, mentre la volpe scava sotto la rete rompendosi le unghie contro la terra ghiacciata.

E’ magra con un po’ di bava bianca alla bocca, mentre gli occhietti neri saettano dall’aia alle galline che si accalcano sul fondo del cassone del pollaio.

La vecchia intanto ha già sceso le scale, il più in fretta possibile, e ha infilato dei moon boot rosa che la nipote ha lasciato lì l’anno prima. Si butta di nuovo il cappotto addosso a coprire la vestaglia e corre fuori con in mano la pala da neve.

“Ah ma questa volta non mi scappi mica” pensa, mentre le suole spaccano il sottile strato di ghiaccio che copre la neve e che la fa inciampare.

Prima di arrivare al pollaio è scivolata due volte e le mani sono viola dal freddo.

La volpe si gira appena in tempo per vedere la pala che la vecchia ha alta sopra la testa. Sembra quasi una statua, di quelle che si vedono nelle città della Romagna. Solo che al posto dell’uomo muscoloso con il petto squadrato dai muscoli c’è lei: le braccia che tremano e la gonna fiorita che esce dal piumino verde militare.

Quando il colpo scende la donna lo segue nello slancio ansante, ma la volpe è già qualche metro più in là.

E’ un bell’ animale: piccolina con il musetto nero appuntito sotto le grandi orecchie rosso scuro e la grossa coda gonfia di pelo invernale.

Ringhia piano, mentre l’altra si rialza appoggiandosi al bastone della pala e si guarda intorno.

“Brutta bestia che non sei altro!” geme “ va via!”

Si allontana trotterellando di qualche passo, poi si siede, nascosta dal buio.

Se non fosse per la neve candida la vecchia non potrebbe vederla.

“Ho detto va via!” le urla e le lancia una manciata di neve, iniziando subito a bestemmiare per gli aghi di freddo nelle dita, mentre fa alcuni passi per spaventarla.

V La volpe si allontana ancora di qualche passo e si siede ancora a guardarla.

Non ringhia più e piega la testa incuriosita.

“Mo insomma vuoi andartene?” prova ancora a colpirla, ma quella si scansa stancamente.

Dopo quasi mezz’ora stanno ancora ballando, la volpe si sposta di pochi passi alla volta, mentre la donna la insegue poggiandosi alla pala.

La notte intanto si è fatta ancora più fredda e la luna riflessa sulla neve la colora di azzurro.

La vecchia non si preoccupa quando per seguire la volpe si deve incamminare per la cavedagna, la casa si vede bene e le piccole luci di natale dell’albero che ha addobbato in giardino sono accese.

La segue ancora e ancora e inizia anche a divertirsi, non fa nemmeno più tanto freddo in fondo.

Lancia palle di neve e gioca con la volpe, che le corre intorno come un cane.

“Uh mamma mia, aspetta un attimo” dice, sedendosi su una pietra, che spunta vicino ad un fosso al bordo del campo del vicino.

“Non sono mica più una bambina sai?”

La volpe la guarda piegando ancora la testa.

Sale i pochi scalini della porta di ingresso con passo leggero. La volpe se ne è andata e lei è tornata indietro, in fretta senza faticare troppo.

Infila la chiave nella toppa sotto la corona natalizia ed entra.

L’odore delle castagne le arriva forte alle narici, insieme a quello del brodo e del bollito.

Poggiato di fianco alla porta della sala, c’è il mattarello ancora imbiancato di farina.

Lei si avvicina e quando passa in cucina le si stringe la gola:

la tavola è imbandita e seduta intorno c’è tutta la sua famiglia.

Suo figlio con il cucchiaio in mano e i pantaloni corti, sta mangiando dal secondo piatto di tortellini.

In piedi che le sorride c’è Giovanni

“Be era ora che arrivassi Viola, è un pezzo che ti si aspetta sai?”

Dice mentre finisce di attaccare le decorazioni sul piccolo abete che troneggia sulla stanza.

“Nicola non ha voluto aspettarti.”

Lei quasi non riesce a parlare mentre lo guarda e lo ascolta

“Non fa niente -dice sorridendo -ero uscita a controllare le galline”

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Racconto finalista al concorso 8X8 2011 di Oblique
Racconto di Juri Guidi

 

La pazza

28 agosto 2011 in Senza categoria

Racconto per la presentazione della mostra fotografica:
“Pelle” di Alexander Gonzalez Delgado

La musica continuava da ore, ininterrotta.
Tutta la spiaggia ne era invasa, dai piccoli scogli su cui si infrangeva il mare, fino all’accenno di pineta che la divideva dalla statale che da Gallipoli arriva fino a Santa Maria di Leuca.
Con le torce e i ritmi dei tamburelli che rimbalzavano in quello spazio semichiuso, si poteva quasi pensare di essere in un  luogo senza tempo.

Lei Ballava.

La pelle tesa e rigida nei cerchi di legno degli strumenti si stava via via tingendo di rosso scuro, mentre anche i grossi calli dei suonatori cedevano e si spaccavano sui tre quarti della musica. Suonavano ansimanti ormai incapaci di cantare per accompagnare la pizzicata, la pazza da curare.

——

“Angelina tutto a posto?” sua madre batteva contro la porta con la mano aperta. Era una donna piccola piegata nelle forme da un lavoro lungo e troppo pesante per lei, di cui però non si era mai lamentata, nonostante il sudore e i suoi cinque figli.
Angelina però le era venuta su strana: bella, quasi troppo a dirla tutta e con una testa difficile, sempre presa dietro a sogni e voglie di partire.
L’aveva vista crescere e litigare con il padre su ogni scelta, urlare e strapparsi i capelli per studiare e per andare all’università e adesso per opporsi al matrimonio che da anni era lì pronto per lei.

“Si mamma tutto a posto, ora esco”
Era in piedi davanti allo specchio, le mani che scorrevano sull’abito nuziale che era stato di ogni donna della sua famiglia da troppe generazioni. Lo sentiva pesante sulla pelle nuda, fatto di una seta ruvida come la corda e pruriginosa come la lana mal cardata. Se lo tolse gettandolo sulla sedia, con un movimento carico di disprezzo a cui l’abito si ribellò graffiandole una spalla con uno degli innumerevoli ganci del corpetto.
“Ma vaffanculo”

Aprì la porta per fare entrare sua madre, che li guardò entrambi con rimprovero, come quando anni prima sgridava lei e i fratelli dopo una litigata.
“Perché non lo provi?”
“Lo ho provato e non mi piace”

La sera, a cena, il padre quasi non la guardò in faccia.
Mangiarono in un silenzio cupo, a lume di candela, doveva essere una festa, un saluto per lei da parte della sua famiglia, prima che… la vendessero le venne da pensare.
Per lei era una vendita, nulla di più, un contratto commerciale per assicurarsi non si sa quale futuro tornaconto e lei era la valuta di scambio.
Non è che Antonio fosse una brutta persona, o che non le piacesse, solo non poteva accettare che le fosse imposto, come era stato per sua madre o per sua nonna.
Finirono di cenare senza una parola se non per chiedere di passarsi l’acqua o il sale, poi aspettarono che suo padre si alzasse per primo come ogni sera.
Stettero lì per quasi due ore con gli avanzi freddi nei piatti e il gatto che raspava alla porta per entrare in casa, poi Angelina non ce la fece più, si alzò e uscì di casa senza una parola, non ascoltando le grida di suo padre che la rincorrevano.

—-

La musica le arrivò alle orecchie dopo quasi due ore che camminava lungo la spiaggia.
Attraverso una stretta fila di pini che chiudevano, lo sapeva, una piccola baia oltre cui c’erano solo gli scogli e il rumore del mare e del vento.
Gli uomini stavano suonando per una donna, una soltanto, che danzava in cerchio su una sabbia schiacciata e resa compatta dai suoi piedi e dal suo sudore.
Alla luce delle torce sembrava una strega impiegata in un sabba, il corpo pieno rimbalzava ad ogni salto, mentre le mani alzavano la gonna a mostrare le caviglie tese come spade.

Si avvicinò guardandola ballare, poi piano piano sentì qualche cosa sciogliersi in una sensazione quasi fisica di dolore.
Iniziò anche lei a seguire la musica, prima fuori dal cerchio formato dagli uomini, poi via via sempre più vicino fino a che non si lanciò al centro.
L’altra donna le fece spazio con naturalezza, accogliendola nella sua danza.

Ballarono insieme per ore, ognuna sul metro della propria rabbia o dolore, senza conoscersi.
Ballavano e urlavano con i capelli carichi di sudore che diventavano fruste e lasciavano segni rossi sulla pelle.

Ballavano e urlavano.

Racconto di Juri Guidi

 

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