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Centri antiviolenza a rischio chiusura, causa manovra finanziaria italiana? Il parere di Titti Carrano

22 settembre 2011 in Senza categoria

Titti  Carrano avvocata di  Differenza donna (Roma) dall’11 settembre scorso, è la nuova presidente dell’associazione nazionale D.i.re (Donne in rete contro la violenza); l’associazione è stata fondata nel 2008 per dare maggiore forza e visibilità ai centri antiviolenza, e nei mesi scorsi ha lanciato l’allarme per il rischio di chiusura di alcuni Centri antiviolenza che operano da due decenni in Italia, a causa dei tagli al welfare del Governo. Un momento difficile e impegnativo che si appresta ad affrontare con molta determinazione.

L’obiettivo di D.i.Re – spiega Titti Carrano – è di essere più forte e diventare sempre  più un punto di riferimento politico dei centri antiviolenza e ideare linee politiche nell’ottica del pensiero della differenza di genere. L’associazione si impegnerà in particolare per fare emergere le difficoltà che molti centri, troppi, hanno in varie parti d’Italia. Una problematica da affrontare è nel Piano Nazionale contro la violenza alle donne che non specifica che cos’è un Centro antiviolenza, e quali sono le sue specificità, e non valorizza il lavoro che i  Centri hanno fatto in vent’anni non solo per il sostegno alle vittime, ma per un cambiamento culturale. Il rischio è che qualunque ente o associazione impegnata nel sociale ma senza alcuna esperienza specifica, possa partecipare a bandi o accedere ai finanziamenti di progetti contro la violenza, inserendo nel proprio statuto la finalità del contrasto alla violenza alle donne.

Il Piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking redatto dal Ministero delle Pari Opportunità, è stato approvato nell’autunno del 2010 e presentato alla Camera dei deputati. E’ un documento che i Centri antiviolenza aspettavano da anni, ma è risultato essere una risposta inadeguata alle aspettative delle associazioni che lavorano sul campo anche perché non è  fatta alcuna specificazione sulle risorse e i finanziamenti da erogare a contrasto del fenomeno.

D.i.Re – continua Titti Carrano – ha partecipato alla stesura del rapporto per la Conferenza della Cedaw, la convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne, adottata dall’Onu nel 1979, e a cui l’Italia ha aderito. Le  conclusioni  sull’attuazione delle  politiche e delle azioni istituzionali contro la violenza alle donne nel nostro Paese sono sconfortanti.  L’Italia si distingue in negativo. Manca ancora una raccolta nazionale  dati statistici sulla violenza alle donne. L’unica ricerca  è quella condotta dalla Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, che raccoglie la rassegna stampa sui femminicidi, quindi è evidente che molti casi non vengono registrati. Il Governo italiano, è l’unico in Europa, a non raccogliere i dati sul femminicidio e non è in grado di estrapolare il dato delle donne vittime di violenza familiare da quello delle donne vittime di criminalità. L’ultima indagine Istat è del 2006 ed è ormai datata. Il Governo italiano è stato invitato a formare le forze dell’ordine e a ratificare la convenzione del Consiglio d’Europa sugli interventi e strumenti sociali e legali sulla violenza alle donne, istituire un numero di Case Rifugio adeguato al fenomeno, percorsi specifici affinché le vittime possano accedere alla giustizia e sostegno alle donne richiedenti asilo e immigrate; a questo proposito, a causa della legge Bossi-Fini e la legge sul pacchetto sicurezza, le donne straniere vittime di violenza sono in grande difficoltà se vogliono denunciare maltrattamenti. I tribunali, i servizi sociali e la polizia hanno infatti l’obbligo di segnalare all’autorità competente la presenza di clandestini.

L’altro punto dolente è quello della rappresentazione  della donna in Italia, non solo per come viene proposta nei Mass Media, ma anche per come  viene percepita nella società italiana; il comitato della Cedaw ha condannato duramente l’Italia per gli stereotipi di genere che sviliscono le donne.

Il prossimo appuntamento importante  organizzato da D.i.re – conclude –  sarà la XIIIa Conferenza Internazionale contro la violenza di genere della rete Wave (Women Against Violence Europe)  che si terrà a Roma l’11, il 12 e il 13 ottobre.

Miss Italia e la donna selvaggia

21 settembre 2011 in Senza categoria

Vignetta by Val

Vignetta by Val

Il rientro dalle vacanze non è stato dei migliori. Il mare, una lettura consigliata e soprattutto la lontanza dal Web avevano appena risvegliato la donna selvaggia assopita nelle mie ovaie che già dovevo rimetterla a tacere dentro la tastiera.

La voglia di digitare era sotto i tacchi (anzi, le infradito), quando qualcosa ridestò la mia attenzione. La finale di Miss Italia.

Miss Italia…Quella kermesse che con grande eco aveva appena introdotto le taglie 44 abbracciando così la tendenza delle donne curvy (leggi: ragazze bellissime ma con un filino di carne in più) nella comunicazione commerciale. La stessa kermesse che aveva pubblicato sul proprio sito il decalogo della perfetta Miss che mi ricordò un po’ le raccomandazioni per la brava damina del secolo scorso. Soprattutto, lo stesso evento a cui il servizio pubblico televisivo italiano avrebbe dedicato, ancora, ben due puntate in prima serata su RAIUNO, alla facciazza delle raccomandazioni dell’ONU sulla rappresentazione delle donne-oggetto nel nostro Paese.

La donna selvaggia si era assopita, ma quella incazzata si era decisamente risvegliata.

Dovevo fare qualcosa, e come spesso accade a noi blogger “attiviste”, recentemente mi sono inventata un’iniziativa.
Da due giorni ho lanciato su Vita da streghe un contro-concorso: THE REAL MISS ITALIA 2011 e ho chiesto alle lettrici e ai lettori di candidare la donna che secondo loro poteva meglio rappresentare le Italiane.
Una volta tanto, non sarebbero state le misure del corpo, l’avvenenza o la giovane età a fare la differenza, quanto piuttosto ciò che queste donne avevano detto o fatto e quanto la loro personalità sia stata fondamentale da poter essere da esempio o da poter rappresentare a buon diritto molte donne italiane.

In meno di due giorni sono giunte al blog circa una trentina di candidature. Segno che di donne italiane (e non solo) toste ce ne sono tante. Così tante che probabilmente meriterebbero loro, ogni anno, un pomposo palcoscenico sulla tv nazionale.
Ho dovuto chiudere presto le nominations per non ritrovarmi poi con un sondaggio lunghissimo e difficile da votare, che ora è on line e che fra una settimana verrà chiuso decretandone la vincitrice: la nostra “vera” Miss Italia 2011.

Nell’attesa di conoscere i risultati, vi lascio con una poesia inedita dedicata a tutte le “Non Miss“. E’ una poesia d’amore, che pubblico in anteprima per le Donne Pensanti e che fa parte di un distico: esiste anche un corrispettivo componimento al maschile (“Non sei il mio principe“) che sto ancora scrivendo.

NON SEI LA MIA PRINCIPESSA

Non sei bella
ma hai la curva delle tue convinzioni.

Avvolgi la mia miseria,
saggia delle tue ossa,
carne anche in assenza.

Non compiaci
ma porti le cose a misura del mondo
e canti ogni notte di cui sei la trama
e io la pagina che ti contiene.


Giorgia Vezzoli
Vita da streghe
Poetry Attack

Per moda? No grazie

21 settembre 2011 in Senza categoria

Fracomina, fino a pochi giorni fa nemmeno sapevo che esistesse una marca con questo nome, vende abiti e vestiti, fa moda.

Ecco fa moda.

Ha lanciato una campagna di affissioni in grande stile e ci ha ricoperto le pareti di tutta Italia, con le sue Marie, Eve e Maddalene, e con i suoi slogan a metà tra la rivendicazione e la provocazione pure e semplice.

Tanto che è riuscita, cosa impensabile per molte alte marche che il copro della donna lo sviliscono senza problemi, ma che non toccano i nomi biblici, a farsi bandire dai muri di tante città, tra cui la capitale. Bandita perché blasfema. Ma il punto rimane quello che cosa fa la Fracomina?

 

Fa Moda.

 

E come la fa? Ecco alcuni degli slogan che si possono leggere nei suoi spazi:

 

“Sono Emma, ho tre figli e a lavoro comando io”

“Sono Maddalena, faccio la escort e non sono una ragazza facile”

 

e ancora:

 

“Sono Monica, lavoro in politica e non vado a letto con nessuno”

“Sono Chiara mi piacciono le donne non amo i motori”

Il tutto contestualizzato in un contenitore dal titolo “Woman Evolution Campaign

 

A prima vista sembra quasi una conquista, un passaggio di temi sociali in un media che di sociale non ha nulla, un passo avanti?

 

Non lo so, non credo.

 

Io ci leggo piuttosto un’appropriazione indebita di un contenuto, diretta al depotenziamento dello stesso, una scelta non so quanto consapevole di rendere commerciale qualche cosa che invece commerciale non solo non è, ma profondamente non vuole esserlo.

E’ un paradosso che ho visto spesso usato negli anni passati, un meccanismo che punta a smontare e assimilare qualsiasi voce che si alzi fuori dal coro.

 

Dal biologico alimentare, ad alcuni aspetti del movimento alter mondista, abbiamo assistito alla comparsa di strategie commerciali che li hanno prima cavalcati e poi separati dai loro concetti di base, per poi renderli innocui marchi e slogan.
Dal 13 febbraio, abbiamo assistito ad una esplosione di contenuti sul nuovo movimento femminile, che dagli scaffali più polverosi della librerie, ha visto i suoi titoli passare sui tavoli all’ingresso, magari accostati a qualche libro di cucina o al manuale per rigovernare meglio la casa.

E adesso li troviamo sui cartelloni per vendere dei prodotti.

 

Sia chiaro, non intendo dire che chi si esprime e chi alza la voce per condividere i suoi contenuti sbagli e assolutamente non penso che si dovrebbero mantenere tra una casta di elette/i.

 

Penso però che a questo tipo di assimilazione dei contenuti al calderone del general generico, vada risposto con un chiaro

 

No Grazie! Si cercano cambiamenti profondi e durevoli non mode.

 

Altri articoli sul tema:

Comunicazione di genere

Giornalettismo

 

Riprendiamoci la parola!

19 settembre 2011 in Senza categoria

La riflessione, fitta di riferimenti interessantissimi, che Elisabetta Pierri ha fatto sull’importanza di usare le parole con coscienza e cognizione di causa  mi stimola a riprendere alcune mie considerazioni già esposte in pubblico durante la serata che abbiamo organizzato qua a Bologna l’8 marzo scorso.

Esiste un nesso sottile, non diretto ma ineludibile, tra violenza simbolica e violenza reale: le rappresentazioni della donna da cui siamo tempestati contribuiscono al configurarsi di sensibilità sempre meno sensibili, sempre meno capaci, cioè, anche solo di rendersi conto dell’ingiustizia e del sopruso. Queste rappresentazioni agiscono molto spesso in maniera insidiosa e finiscono per far passare sotto la soglia della normalità discriminazioni gravi, ottundendo la nostra capacità di rilevarle come tali. Continua a leggere questo articolo →

Indignamoci

16 settembre 2011 in Senza categoria

Crisi globale, precarietà, manovre che tagliano i diritti dei lavoratori, ricchi che diventano sempre più ricchi e poveri che crollano sempre di più in un abisso di indigenza.

Ogni giorno assistiamo ad una situazione globale in cui la politica, di chi ci governa e anche di chi è opposizione, è assoggettata ai ricatti della finanza e delle banche centrali. Viviamo ormai in un paese che è solo l’esecutore materiale di politiche decise da altri e che vanno a vantaggio di altri.

Per tutto questo il 15 ottobre a Roma, ma anche in tante altre iniziative, ci diamo appuntamento per dirci indignati da questa situazione e per provare a farne uscire una nuova volontà e proposta politica.

In tutto questo però, schiacciati dall’emergenza economica, stiamo lasciando a lato questioni che non possono essere dimenticate.

 

Se vogliamo ripensare ad un nuovo modello di società, questo modello deve avere, fin dalla sua nascita, fin dal germe iniziale, al suo interno anche un ragionamento forte serio e radicale sui diritti civili.

Non viviamo solo nel mondo della precarietà del lavoro, ma anche in quello dell’individuo.

 

L’Italia, infatti, è ai vertici delle peggiori classifiche:

Violenza sulle donne, Omofobia, Transfobia, situazione sempre più spesso passata sotto silenzio da tutte le parti politiche, che si lavano la coscienza con la partecipazione ad una manifestazione o ad un convegno, per poi dimenticarsene l’istante dopo.

Un nuovo modello di società deve essere anche un nuovo modello di convivenza, di rispetto e di riconoscimento reciproco.

 

E deve essere uno sforzo che ponga degli obbiettivi precisi e inderogabili, che partano dal riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, da una legge contro l’omofobia e da un impegno, fatto di leggi e azioni, volto a contrastare il modello culturale generale che pone le donne in un ruolo di oggetto plasmato sul desiderio maschile e che combatta la ancora presente disparità presente in ogni ambito della vita quotidiana, dal lavoro alla semplice disponibilità del tempo libero fra i sessi.

 

Dobbiamo indignarci anche per questo, e portare anche questi temi nelle nostre discussioni, se vogliamo che veramente si ragioni su un nuovo modello di società.

 

E dobbiamo farlo superando l’idea, tutta maschile, che lo si faccia per indulgenza verso un indefinito “altro”, verso una categoria che non ci riguarda o non ci appartiene.

Siamo vittime e carnefici di una realtà che ci costruiamo quotidianamente, in cui anche l’uomo è rinchiuso e sminuito in un ruolo che dobbiamo, finalmente, iniziare a rifiutare.

 

Parlo ovviamente da uomo e agli uomini che stimo e con cui condivido tanto della mia passione politica e sociale, senza nessuna volontà di completezza, ma sperando di poter stimolare una discussione.

 

Proviamo a guardarci intorno e a dirci, sinceramente, anche solo per noi stessi, se non siamo mai stati parte di un sistema che ci pone, in quanto maschi etero, in una posizione privilegiata e prevaricante. Diciamoci poi che non possiamo più accettare che questo continui ad essere, perché pensiamo veramente che se dobbiamo produrre un’alternativa, questa non può che non venire anche da una messa in discussione comune di questo stato, messa in discussione fatta insieme alle donne e a tutto il mondo lgbtq.

 

Non possiamo anche noi sottostare all’idea che siano questioni di serie B su cui non dare battaglia con la stessa convinzione in cui ci muoviamo per la difesa dei diritti dei lavoratori, dobbiamo anzi farcene carico in maniera convinta e inserirle nelle nostre discussioni e nelle nostre elaborazioni.

 

Prendere atto che le discriminazioni di: genere, sesso, razza o qualsiasi altro tipo, sono parte integrante del sistema capitalista tanto quanto quelle che derivano dalla classe sociale e che quindi vanno smontate con la stessa pervicacia.

 

Dobbiamo riuscire a proporre e poi a creare, una società diversa per tutti e che non sia disponibile a sacrificare i diritti, per compiacere una qualche parte politica.

 

Anche questo dobbiamo portare in piazza il 15 ottobre, anche su questo dobbiamo dirci indignati.

 

 

Non migliora molto la condizione delle donne in tv

16 settembre 2011 in Senza categoria

Pubblico un post che ho scritto sul mio blog per denunciare ancora l’immagine femminile veicolata nelle tv commerciali:

Oggi ho acceso la tv su Canale5. e ho scoperto che è iniziato il nuovo quiz preserale condotto da Bonolis e Luca Laurenti denominato “Avanti un altro“. Se il linguaggio per denominare il quiz è sessista,  in quanto declinato al maschile, chissà cosa c’è da aspettarsi, così decido di guardarmelo.

Il programma è di scarsa qualità: domande semplici ed elementari, Mediaset non sa più cosa inventarsi. Dopo un minuto di visione scopro come ancora una volta le donne vengono utilizzate come ornamenti. Nonostante il piccolo miglioramento sulle nudità femminili che questa volta non sono presenti, non siamo contente perchè come abbiamo detto parecchi post fa, non serve allungare le gonne femminili per restituire dignità all’imagine femminile sempre utilizzata come decorazione. Infatti il vero problema è il linguaggio sessista ancora molto utilizzato dalle figure maschili dominanti contro le loro vallette. Sono rimasta basita quando durante il gioco viene fatta entrare in studio una valletta denominata la “supplente”, la parodia delle professoresse dell’eredità ma declassata al ruolo di supplente e costretta a parlare in modo sexy e a mostrare i grossi seni su un ampia scollatura e subendo battute sessiste da i due conduttori.

Vedendo la scena non solo mi è parso uno svilimento nei confronti delle donne, ma soratutto nei confronti delle lavoratrici nell’istruzione, svilite professionalmente e denigrate proprio nel momento in cui tutto il corpo insegnati sta subendo attacchi da parte del nostro Governo.

La stessa comparsa la ritrovo nella pubblicità della Vodafone col testimonial Bonolis durante la pausa dal programma televisivo, dove quest’ ultima interpreta il ruolo della segretaria sexy con la voce da gatta morta. I messaggi veicolati sono molto pericolosi in un contesto dove le donne vengono discrimiante sul luogo del lavoro arrivando perfino a subire molestie sessuali.

Inoltre  in studio ci sono due vallette (una bionda e una bruna) con un ruolo talmente marginale da venirmi in mente la valletta anni ’50 di Mike Bongiorno: Edy Campagnoli. Infatti malgrado fossero più vestite e non ballano stacchetti servono solo a portare i concorrenti fuori dallo studio e non possono parlare. Oltre le vallette c’è ne una avvenente e un valletto uomo in stile macho, entrambi vestiti ma servono a distrarre i concorrenti.

Disgustata cambio canale e vado a dare un occhiata a L’Eredità. Appena cambiato canale, una delle “professoresse”, anch’esse con un ruolo molto marginale all’interno della trasmissione, legge su un copione uno studio “scientifico”  parecchio sessista affermando più o meno così: “Gli uomini vogliono una moglie che sa cucinare”…Ma ce n’era bisogno?

Una mia lettrice mi suggerisce un metodo per boicottare questi programmi: Se contattassimo le aziende che chiedono uno spazio pubblicitario al programma per avvisarli dei contenuti lesivi del programma e minacciarli di boicottaggio se non avvisano gli autori di cambiare rotta o di rinunciare allo spazio pubblicitario qualora non fosse possibile, che ne dite?

Mary

Amore

6 settembre 2011 in Senza categoria

“Noi due, amore mio, portiamo addosso le cicatrici che la vita ci ha
impietosamente voluto infliggere. Luci e ombre, lo sappiamo bene, fanno parte
della vita. Speriamo almeno in un futuro sereno ed in grado di permetterci di
poterci “illuminare”e sostenere a vicenda. Abbiamo trascorso insieme tante
stagioni… ci resta il freddo inverno della senilità. Sarà la nostra cura e dedizione reciproca a renderlo caldo e confortevole per poterlo attraversare ancora abbracciati insieme con infinito amore.” E invece NO! Questa ultima dedica scritta sopra ad un libro dedicato al mio amore di una vita segna la fine di una storia d’amore. Dal 21 Maggio un devastante cancro me lo ha portato via. Lui, mio marito, era il mio unico e grande amore. Lui è stato tutto per me. Conosciuto ed amato dal primo momento che l’ho visto. Un giovane bello, impertinente, con una sicurezza ostentata e straripante ad ogni passo ed occasione. Mentre lavoravamo in un grande magazzino, lui vetrinista io sua aiutante, lui recitava poesie con la sua voce calda, sensuale e profonda. Sosteneva di essere un artista-pittore pur senza mai aver dipinto un quadro. Io gli dicevo “Ma come puoi dirlo con tale sicurezza?” E lui: “ Ne sono certo, non ho bisogno dimostrarlo a nessuno.” Come resistere a tale impetuosa personalità? Il mio cuore è stato subito suo. Il mio stomaco  ogni volta che ero al suo fianco pullulava di farfalle… S’interessava e disputava con foga e
passionalità ogni argomento che trattava: politica, arte, cinema, letteratura, tutto contribuiva a renderlo unico. Una volta sposati finalmente mi mostrò il suo talento artistico. Aveva ragione. Era senza dubbio un grande artista. Disse che da ragazzo non aveva tempo, doveva divertirsi e dedicarsi ad altro… ora da sposato poteva finalmente dedicarsi alla famiglia e anche all’arte. Ora senzadi lui non riesco a camminare, mangiare, parlare… senza che ci sia un pezzo di lui nelle cose che sto facendo. Cosa gli piaceva mangiare, cosa gli piaceva dire, cosa lo irritava, cosa lo esaltava, cosa l’ indignava , ogni cosa ne rimanda ad altre, un ricordo tira l’altro, un incessante inanellarsi d’immagini. Lui sempre lui. In una ipotetica lancia s’impilano uno sull’altro come conficcati uno per uno nell’anima mia tutti i ricordi che ormai dovranno sostituirlo nella mia vita quotidiana. Il destino ci aveva già puniti con la morte di nostra figlia, Katia, morta per un cancro al seno. Insieme abbiamo resistito e trovato le forze per andare avanti. La notte dormivamo abbracciati, e tu dicevi: “Se ci vedessero… chi ci crederebbe che ancora dormiamo così stretti stretti?” Come non sentire il vuoto attorno a me? Come sopperire a quel dialogo ininterrotto che avevamo noi due? Il tempo per chiacchierare non ci bastava mai. A volte abbiamo fatto mattina senza che ce ne rendessimo conto… e delle volte anche grandi risate a notte fonda, tanto di aver paura che nel cortile ci sentissero e ci prendessero per matti e  magari reclamassero per schiamazzi notturni… Non ricordo i motivi di quelle risate ma ridere insieme era davvero una bella sensazione… Ora riposa in pace mio amor. Io ti terrò dentro il mio cuore in eterno… e quando riderò sarai con me e quando camminerò e ovunque volgerò lo sguardo tu sarai con me… Ora riposa in pace mio amor… riposa in pace.

Bruna Verdone

Che fine hanno fatto le principesse?

6 settembre 2011 in Senza categoria

Un pò di giorni fa, mentre scorrevo la mia pagina facebook, vedo un post di No alla violenza alle donne, che riporta puntualmente notizie, e leggo con orrore di questa:

Presentare una bambina di nemmeno 10 anni come assoluta “icona erotica”

Mi vado dunque a leggere la notizia ( qui trovate l’articolo ): Vogue Europa ha presentato una bambina di nemmeno dieci anni come futura icona erotica, con un inserto di fotografie che ritraggono la piccola truccata, vestita con abiti scollati e sdraiata su un divano barocco in pose che non hanno nulla a che fare con l’infanzia, il tutto ovviamente accompagnato da tacchi a spillo. Come riporta l’articolo di Sergio Di Cori Modigliani, Vogue spiega le foto con queste testuali parole: “offrirla alla visione dei gourmet”.

Mi dico: non ci credo, non è possibile! Offrirla alla visione dei gourmet?? Ma è Vogue o tuttapedofilia?

A rincarare la dose, leggo che – ma che strano – sono Francia e Italia i maggiori “azionisti” di questa campagna, con diversi brand che alla prossima settimana della moda di Parigi faranno sfilare modelle di 10 anni.

Grazie al cielo gli anglosassoni e gli scandinavi si sono ribellati denunciando il servizio fotografico e bollandolo come – giustamente – disgustoso e pedofilo, e in Scandinavia si sono rifiutati di usare queste immagini pubblicitarie nella cartellonistica dei centri commerciali…qualcuno lassù al nord ancora ragiona!

Mi sono messa dunque ad approfondire l’argomento e trovo un’altro articolo (che trovate qui) che riporta la notizia, proveniente sempre dalla Francia, dove è scoppiato un dibattito su una casa che produce intimo per bambine, la quale ha ben pensato di fare una campagna fotografica con bambine in lingerie in pose tutt’altro che pudiche…

Passato il disgusto, il ribrezzo, la rabbia, l’incomprensione per questa pedofilia mascherata dall’alta moda, ho cominciato a riflettere un pò…ho cominciato a pensare a quando io ero piccola, a cosa giocavo e a quali modelli mi rifacevo, insomma su quali basi si è costruita la mia immagine ( non in senso Fashion 😉 di donna…e mi sono venute in mente – guarda caso – le favole. Mi piacevano Cenerentola, Biancaneve e compagnia bella, giocavo a fare la principessa che, di volta in volta, diventava una principessa guerriera, una principessa robin hooddA – perchè era femmina!. Sono caduta nel tunnel delle Barbie, che diventavano donne in carriera – molto probabilmente perchè mia madre lo era; mi mettevo i vestiti e i magnifici decolltè di mia madre, insomma, giocavo! Se mi spingevo troppo nella direzione delle ochette remissive, mi bastava guardare mia madre e lo stuolo di donne indipendenti che frequentavano casa mia per farmi riflettere e rimettermi sulla giusta carreggiata.

Crescendo, ovviamente, ho messo in discussione molte cose, dal modello super-donna al ruolo assegnato alle femmine nelle favole, giungendo alla conclusione che i fratelli Grimm e Walt Disney dovrebbero partecipare per una buona percentuale alla parcella del mio analista! Ma, come ho detto più volte, a me di Cenerentola non importava del principe azzurro ma che “i sogni son desideri”, parafrasandolo con “se sogni e ci credi puoi realizzare tutto ciò che vuoi!”.

Ora, tornando al topic, mi viene da chiedermi, che cosa sognano queste bambine? O che sogni le inculchiamo? Dico inculchiamo perchè mi sembra troppo facile dare la colpa ai genitori, alla società, estraniandosi da essa. L’infanzia è un momento magico, indimenticabile, in cui il gioco è l’attività principale e propedeutica alla vita. Se da un lato l’adolescenza si protrae sempre più avanti con l’età, se la ricerca dell’eterna giovinezza sembra un ossessione di questo mondo, impediamo proprio a chi è giovane di vivere la propria giovinezza appieno, adultizzando i bambini, chiedendo loro di essere “grandi” e buttandogli in pasto a sciacalli malati. Lasciando stare per un attimo i porci che si eccitano alla vista di queste immagini, le conseguenze nello sviluppo della persona sono pessime, sia dal punto di vista dell’approccio alla sessualità che nella creazione dell’immagine di sè. E’ agghiacciante leggere la risposta del marchio francese di intimo per bambine, che sostiene di conoscere i trend e di sapere che le bambine vogliono essere come le loro mamme, e, dunque non c’è niente di male nel proporre immagini di questo tipo. Della serie prendiamole da piccole, sempre più piccole. Su un canale del digitale terrestre passano una trasmissione americana sui concorsi di bellezza per bambine ( devo dire girato con un occhio abbastanza critico ) dove si vedono bambine di uno, due, tre anni, agghindate in chili e chili di tulle, trucco e parrucco dove il piccolo viso acqua e sapone di una bella bimba pasciuta poco più che neonata viene nascosto, stravolto in una maschera agghiacciante.

Lavorando con bambini in situazioni di disagio, mi trovo spesso di fronte a bimbi adultizzati che, purtroppo, sono entrati in contatto con una sessualità che non appartiene alla loro età, con una violenza che lacera i loro piccoli cuori, bambini in cui, a volte, dobbiamo risvegliare la voglia di giocare, immaginare, di essere semplicemente, bambini.

Parafrasando Lella Costa, “Mi manca tanto Brontolo!”. Mi mancano le principesse, i principi, i castelli, le foreste che fanno paura e i nanetti; piuttosto che vedere una bimba – come mi è capitato quest’estate in vacanza – che balla ancheggiando e riproducendo le mosse delle veline, preferisco vedere una bimba che gioca a fare la principessa, nel suo castello, che sconfigge la matrigna e si accaparra il belloccio della situazione! le immagini di queste mini modelle non sono altro che una distorsione di un’immagine della donna post-femminista che ha potere solo mostrandosi e vendendosi. E allora viva le principesse, viva Shrek con la sua Biancaneve che canta i Led Zeppeling!

Principesse di tutto il mondo, unitevi!

Principesse di tutto il mondo, unitevi!

Per approfondire la notizia potete inoltre andare qui

http://247.libero.it/dsearch/thylane+loubry+blondeau/

Per avere informazioni sulle attività teatrali con i bambini potete visitare il sito dell’Associazione Hecate, o scrivermi una mail

 

Uomini codardi

6 settembre 2011 in Senza categoria

Vivo a Bologna, una città che nonostante tutto significa ancora molto nell’immaginario politico di tanti.

Una città che si vanta di avere una storia fatta di grande attenzione alle persone e che per un lungo periodo è stata un modello sociale importante e riconosciuto anche al di fuori del suo spazio nazionale o locale.
Eppure anche qui, se non addirittura soprattutto qui, è difficile vivere una dimensione in cui l’essere maschio non sia una condizione privilegiata e prevaricante.

A marzo del 2011, con alcuni altri uomini abbiamo lanciato un appello agli uomini della città, appello presente anche su questo sito.
Ne è seguita una riunione molto partecipata che sembrava porre delle buone basi per una discussione sul maschile.
Certo si viaggiava nei tempi, ormai storici per i ritmi impostici dal mondo dell’informazione, diBUNGA BUNGA e scandali sessuali, tuttavia aveva lasciato spazio a molte speranze e ci aveva caricato di non poco ottimismo.
Sentimento andato presto deluso, visto che già dal secondo incontro soltanto sei persone si sono presentate facendo poi naufragare la cosa. Perché parto da qui?

Perché credo che uno dei problemi di una messa in discussione del ruolo dell’essere uomo si possa riscontrare anche in questo. L’attivarsi solo e unicamente per presenzialismo e necessità di dimostrare qualche cosa. Credo ci sia un meccanismo, comune alla politica in generale o all’ambiente pseudo politico, principalmente maschile che consiste nel sentirsi appagati nel dimostrare interesse verso un tema per poi abbandonarlo non appena si ottiene la medaglietta del riconoscimento e della presenza.

Forse dovremmo partire anche da qui, trovare un modo per far si che questo metodo venga rotto e sipassi dalla presenzialismo alla consapevolezza del tema di genere e della nostra critica su noi stessi.Dico nostra come uomo ovviamente, ma penso che su altre tematiche potrebbe essere trasversale.

Forse il punto sta nella non consapevolezza dell’essere parte del problema, nella pacata beatitudine di chi pensa di poter guardare da fuori e cercare di risolvere un problema di altri, in un atteggiamento molto vicino a quello del buon padre che aiuta il bambino nei compiti per poi, appena risolto il problema sul quaderno,  disinteressarsi del resto della sua vita.

Quella che dovrebbe essere stimolata secondo me è una visione di quanto il mondo patriarcale sia svilente,  anche in termini virili, per gli uomini stessi. Un mondo che è talmente spaventato da una sua parte da volerla rinchiudere in un ruolo di oggetto quando non di schiavo è un mondo dominato non dalla sicurezza ma dalla paura.

Potremmo partire da qui, dall’evidenziare quanto sia codardo l’uomo che si sente esterno edifensore, quanto sia codardo non solo l’uomo violento ma anche l’uomo che si erge a difesa di quello che vuole rinchiudere nel problema di altri senza riconoscere quanto questo sia suo.

Partendo da qui, mi piacerebbe si potesse ragionare in una direzione che vada verso la distruzionenon solo dello stereotipo riguardante la donna oggetto, ma verso quello meno lampante, ma forse altrettanto dannoso dell’uomo nobile e consapevole, dell’uomo che dice “I care” per poi rientrare in una quotidianità assolutamente pregna di quel sistema che dice di voler sradicare.

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