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Cambiamenti nei contatti di Donne Pensanti!

27 ottobre 2011 in Senza categoria

A causa della grande quantità di corrispondenza e contatti quotidiani, abbiamo scelto di ripartire le comunicazioni per area di interesse e specializzazione del gruppo di lavoro di Donne Pensanti come segue: Continua a leggere questo articolo →

Le mie Scarpette Rosse! – laboratorio di Story telling al femminile

18 ottobre 2011 in Senza categoria

Anche per quest’autunno si rinnova la collaborazione tra Hecate e Donne Pensanti per il laboratorio teatrale di Story telling al femminile “Le mie Scarpette Rosse! – Storie di Anime, Storie di Donne”.

Il laboratorio è aperto a tutte le donne che desiderino raccontare una storia, la propria storia, attraverso le fiabe della tradizione popolare, imparando le tecniche narrative della tradizione orale, analizzando la struttura base della fiaba ed indagando gli stereotipi femminili in esse contenute, per trovare nuovi finali e raccontare nuove storie.

Il corso si svolgerà ogni giovedì dalle 20 alle 22 presso una bellissima sala in via Dagnini, fino a febbraio 2012, quando si andrà in scena nelle vesti di cantastorie, ognuna raccontando la storia che ha scelto, che ha sentito maggiormente rappresentativa. Sarà un occasione per riscoprire una dimensione femminile del racconto:

La donna del clan costruirà la casa, e il nome della famiglia discenderà da lei; lei sarà costruttrice di case, creerà i vasi di argilla per conservare cibo e acqua, macinerà il grano per mangiare e racconterà le storie della tribù ai figli del clan

Potete inoltre partecipare il 3 novembre 2011 alle ore 20:00 alla prima lezione di prova gratuita.

Tutte coloro che fossero interessate possono trovare tutte le info anche sul sito di Hecate, mandando una mail a info[at]associazionehecate.net.

Sul sito di Hecate trovate anche le foto dello spettacolo finale della prima edizione e potete richiedere la pubblicazione con le storie narrate.

Vi aspetto numerose!

Alice

Allegato: Volantino

“Wangari Maathai, la donna del ritorno al futuro”, di Igor Giussani

18 ottobre 2011 in Senza categoria

Un articolo di Igor Giussani che raccontandoci chi era Wangari Maathai, premio Nobel per la Pace nel 2004 scomparsa qualche settimana fa a Nairobi, ci fa sapere che esistono altri modi di stare al mondo, di concepire le relazioni fra gli esseri e anche di difendere i diritti delle donne.

 

Il 25 settembre scorso Waangari Muta Maathai ha lasciato questa Terra, da lei amata e difesa con passione e tenacia straordinaria. Biologa, militante ambientalista, paladina dei diritti delle donne keniote, nelle narrazioni sintetiche in stile Wikipedia passerà alla storia soprattutto per i suoi primati: 40 milioni di alberi piantati con l’associazione Green Belt Movement (GBM), prima donna africana a conseguire un PhD e soprattutto il Nobel per la Pace (2004); ma un mero elenco di questi traguardi non le rende assolutamente giustizia. Per comprenderne la reale statura, consiglio l’ottimo articolo di Kerry Kennedy, La donna che sussurrava ai potenti, reperibile sul sito Web del Fatto Quotidiano.  In questa sede vorrei piuttosto condividere alcuni insegnamenti che rappresentano il nucleo fondamentale della sua eredità ai posteri.

Malgrado gli studi condotti negli USA, la Maathai per tutta la vita non solo non ha mai ripudiato le proprie origini ma le ha anzi elevate a motivo di orgoglio. Fedele al principio africano per cui la conoscenza consiste in una visione olistica di tutte le manifestazioni culturali, nei suoi libri mischiava volontariamente politica, scienza, religione e saggezza popolare, violando tutte le prescrizioni accademiche occidentali che scindono radicalmente oggettivo e soggettivo, riscontri empirici e mito. In Occidente, abbiamo avuto bisogno di pensatori eterodossi come Illich o Bookchin per riflettere seriamente sull’alienazione uomo-tecnologia-natura, e c’è voluto un gruppo di scienziati del MIT riuniti nel celebre Club di Roma a inizio anni Settanta per ammettere la necessità di limitare lo sviluppo e preservare il pianeta. Le tribù kikuyu, da cui Wangari discendeva, attuavano invece pratiche di conservazione della biodiversità da tempi ancestrali, millenni prima che concetti come ‘sostenibilità’ ed ‘ecocompatibilità’ fossero mai stati teorizzati.

Quando le chiesero come riuscisse a conciliare l’impegno ambientalista con quello sociale – dilemma che da sempre attanaglia gli ecologisti europei e nordamericani – rimase stizzita per la stupidità della domanda: “Quando cominci a lavorare seriamente per la causa ambientalista ti si propongono molte altre questioni: diritti umani, diritti delle donne, diritti dei bambini… e allora non puoi più pensare solo a piantare alberi”. Per lei era tutto assolutamente ovvio, perché da perfetta kikuyu non riusciva a separare ‘natura’ e ‘umanità’ in entità distinte. Invece di occidentalizzare l’Africa, si propose pertanto di trasmettere all’Occidente un po’ di saggezza del continente nero.

Anche se sarà ricordata come una pioniera del cosiddetto ‘sviluppo sostenibile’, un’etichetta che troppo spesso le multinazionali utilizzano per ‘tinteggiare di verde’ il vecchio business, il suo approccio è stato di gran lunga più profondo: contenere l’avidità umana per una convivenza pacifica e fruttuosa con la Natura, ponendo l’accento non tanto sui limiti produttivi dell’ambiente quanto sulla voracità dell’uomo e sulla tendenza cronica a colmare il vuoto spirituale con l’abbondanza materiale. Malgrado fosse una scienziata, era più che mai convinta che non si potesse ridurre l’ambientalismo agli aspetti tecnici – per quanto ineludibili – perché solo un nuovo umanesimo può convincere la popolazione mondiale a vivere meglio con meno.

In Occidente la Maathai era oggetto di rispetto e ammirazione, ma ho sempre percepito un certo sospetto da parte del femminismo per così dire ‘storico’ a causa della sua convinta appartenenza culturale, che non si limitava a presenziare agli eventi internazionali in abiti tradizionali. Waangari era convinta che l’emancipazione delle donne keniote non derivasse dall’imitazione di modelli stranieri ma passasse per l’agricoltura tradizionale, fatta di pratiche che in Occidente non esiteremmo a bollare come ‘patriarcali’. Volendo filosofeggiare, si potrebbe obbiettare che la sua concezione era forse più ispirata alla ‘complementarietà dei sessi’ che all’uguaglianza vera e propria. Ma più di tutto creava problemi la sua visione critica del progresso e della scienza.

Molte militanti femministe, penso ad esempio a figure come Emma Bonino, hanno spesso mostrato una fiducia acritica nei confronti del progresso tecnologico-scientifico, forse perché tante innovazioni hanno aiutato le donne a riappropriarsi del proprio corpo (come la contraccezione) o a sollevarle dalla schiavitù di pesanti compiti domestici. Ma in un contesto come quello africano e asiatico, dove la realtà prevalente è quella contadina (anche in nazioni come l’India, dove i mass-media tendono a presentare solo scenari high-tech come Bangalore) lo ‘sviluppo’ sotto forma di meccanizzazione di massa e sementi OGM espelle le donne da alcune funzioni fondamentali come la selezione dei semi, degradando la loro funzione sociale, riducendo la loro indipendenza e favorendo abusi e sfruttamento sessuale. Uno sviluppo tecnologico che quindi impedisce un reale progresso, dove al degrado sociale quasi sempre si associa quello dell’ambiente.

Nel nostro immaginario, la donna emancipata è attiva nel settore dei lavori di intelletto, dei servizi o al più come operaia nell’industria; prendere dimestichezza con le innovazioni evitando una discriminazione su base tecnologica è giustamente ritenuto una priorità. Ma molto raramente le iniziative a favore delle donne si interessano al mondo agricolo e contadino, quasi completamente di pertinenza maschile, e in prospettiva potrebbe rivelarsi un errore gravissimo.

Nei prossimi quindici-vent’anni, la fine dei combustibili fossili e la crisi economico-climatica comporteranno un sostanziale ‘ritorno alla terra’ anche nei paesi più avanzati. Alla nuova classe contadina non sarà chiesto solo di produrre cibo per sfamare una popolazione più numerosa: dovrà anche combattere il riscaldamento climatico fissando CO2 nel terreno e collaborare alla creazione di reti energetiche e produttive sostenibili sul piano ambientale e sociale. Se le donne occidentali non saranno coinvolte attivamente in questi processi, il rischio di esclusione è fortissimo, e non si può neppure scartare la riproposizione tout court di schemi maschilisti tratti dal patriarcato agricolo arcaico. Certo molte donne sono impegnate nel campo delle energie rinnovabili, dell’agronomia o militano a favore dell’ambientalismo; ma le leader dei movimenti per una transizione post-fossile e una visione critica della tecnologia appartengono quasi sempre a nazioni del sud del mondo, come Vandana Shiva o Arundhati Roy.

Waangari ha indicato la direzione: nel loro piccolo le piantatrici d’alberi del GBM – spesso con scarsi livelli di istruzione se non proprio analfabete – rappresentano un’avanguardia a cui le donne occidentali possono e devono ispirarsi al fine di coniugare emancipazione sessuale e salvezza del pianeta.

 

Igor Giussani

 

L’immagine è tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Wangari_Maathai_no_Brasil.jpg

Le parole fanno male #1

10 ottobre 2011 in Senza categoria

Lo scrivere e il leggere il web rende le notizie così rapidamente obsolete che chi di solito si informa in rete non legge più i giornali o non guarda più i telegiornali per informarsi: lo fa per ricordarsi di cose già sapute o per la curiosità di capire cosa verrà eliminato da media molto più “pilotati” del web.

Purtroppo questa velocità digestiva delle notizie impedisce un utilissimo esercizio: la riflessione sul linguaggio con cui sono date quelle notizie. Questo perché, nel fermare l’attenzione sulla notizia in sé, si pensa che anche la riflessioni sulla comunicazione della notizia, sul suo linguaggio, sia già obsoleta.

Beh, non è affatto così. Vi chiedo di fermarvi a riflettere molto più spesso, perché è un’attività molto diversa e che richiede non la velocità e l’abilità del surfista, ma – tanto per rimanere nella metafora marina tanto cara alla rete – la pazienza e la cura del dragamine. Perché molte parole, proprio come delle mine, rimangono lì, sul fondo, e solo quando ci siamo passati sopra fanno sentire la loro carica. Ma ormai è tardi.

Una di queste parole che proprio non mi piace s’è presa la prima pagina di un giornale il 21 settembre scorso.

Come succede sempre in questi casi, la parola s’è diffusa viralmente: eccola qui usata per tutt’altra notizia appena due giorni dopo quell’esordio in prima pagina, su un sito d’informazione che non ha nulla in comune col giornale precedente, e usata per tutt’altra notizia. Come vi sarà facile controllare attraverso Google, quella parola sta vivendo un vero boom.

Quella parola è: “sputtanato”. Il Lotti (Dizionario degli insulti, 1984) ci dice che il significato è

privato della dignità, della reputazione, della credibilità; assolutamente indegno di stima o considerazione. Il termine vale letteralmente ‘reso (s- intensivo-durativo) come puttana’, esposto,cioè, additato al pubblico disonore.

Quindi un bell’insulto sessista. Derivato da un altro insulto sessista. Siamo alla violenza sessista nel linguaggio pure di secondo grado, tramite derivati. Ed usare quell’insulto sessista è una scelta deliberata e consapevole di chi parla e di chi scrive, perché i sinonimi e le parafrasi non sessiste abbondano; ecco qui un elenco pieno di sfumature diverse da utilizzare: additare a ludibrio, calpestare, calunniare, denigrare, dequalificare, diffamare, dir male di, discreditare, disonorare, infamare, mettere in piazza, parlar male di, rovinare, sbugiardare, screditare, smascherare, smentire, squalificare, svergognare, svilire, vilipendere.

Chi utilizza quella parola – come chiunque utilizza un linguaggio sessista – commette e perpetua una violenza. Usare il linguaggio è un’azione, un gesto come tutti gli altri. Non servono a niente ipocrite scuse come “l’ho detto per scherzo” o “volevo dire che”, perché con il sessismo non si scherza e perché c’è sicuramente un altro modo di dire le cose senza ferire nessuno. Perché è tanto difficile mettersi in testa che dire “sputtanato” significa dare una sberla in faccia a tutte le donne (cioè a più di mezza umanità) mentre è facile immaginare che a dire “negro” o “terrone” si offende qualcuno?

Io lo so il perché. Questione di cultura: tutti ricordiamo le battaglie civili – e i morti ammazzati – per la lotta contro il razzismo, come tutti ricordiamo – ci pensa il governo, casomai fossimo distratti – che i pregiudizi razziali riguardano anche il luogo di nascita all’interno dello stesso paese. Invece di una cultura antisessista non parla nessuno. Eppure da anni questo paese, proprio per questo motivo, viene continuamente screditato.

Quei corpi di donne

7 ottobre 2011 in Senza categoria

Matilde, Giovanna, Antonella, Tina sono le operaie tessili rimaste uccise nel crollo della palazzina a Barletta, dove lavoravano in nero  retribuite meno di quattro euro all’ora. Insieme a loro è morta anche Maria la figlia dei titolari del maglificio. Solo un’altra operaia è sopravvissuta. Lavoravano senza ferie, malattia, maternità: alcune erano  ragazze madri lasciate senza futuro nel Paese de “i figli so pezze e core”,dove  le politiche a sostegno della maternità sono una sceneggiata, anzi una buffonata. Un lavoro in un maglificio ricavato in un sottoscala e  fatto con gioia,  una piccola porzione di futuro schiacciata dal crollo. Un lavoro che probabilmente non concedeva nemmeno sabati per stare a casa con i figli o i familiari.

Donne che forse non avevano nemmeno immaginato di percorrere grandi rotte nella loro vita ed erano felici di navigare a vista grazie a quel lavoro in quel piccolo sottoscala. Un progetto di vita prima del crollo, e poi dopo il crollo,  nemmeno più una vita. I funerali si sono svolti ieri e ho pensato a quei corpi giovani composti nelle bare. Eppoi mi sono venuti in mente altri corpi.

Corpi sfruttati col lavoro nero e mal pagato, corpi di donne che sentendosi senza futuro vorrebbero abortire perché incinte e costrette all’iter sfinente di trovare un medico che pratichi aborti nelle strutture pubbliche perché i medici sono diventati quasi tutti obiettori, e lo Stato, quella parodia che ne è rimasta, non si preoccupa più di garantire l’applicazione della legge 194; ho pensato ai corpi delle donne incinte, sole e senza un lavoro o con il marito disoccupato che  scelgono di avere un figlio e quando si rivolgono ai servizi sociali per ricevere aiuto, si sentono dire che farebbero meglio ad abortire: il welfare è stato ridotto all’osso dai tagli del Governo; corpi di donne stanchi e pieni di amarezza che fanno lo slalom tra le follie di una società meschina quanto schizofrenica;  ho pensato ai corpi delle donne e al loro correre affannoso per conciliare lavoro e cura dei figli, con una scuola che rende loro il compito sempre più difficile, il tempo pieno è  una rarità come i posti all’asilo o al nido; ho pensato ai corpi delle donne ricattate sessualmente dai datori di lavoro, soprattutto se straniere, perché tanto “le donne sono tutte in vendita” e c’è sempre un aspirante “utilizzatore finale” che le ricatta col lavoro di cui hanno bisogno per vivere; e poi ho pensato ai corpi delle donne cassintegrate o licenziate perché sono donne, ai corpi di quelle privilegiate che si laureano a pieni voti e finiscono nei call center o restano bloccate da tetti di cristallo.

Sono corpi stanchi e pieni di amarezza e sono donne dimenticate. Dovremmo scendere in piazza in un milione per rivendicare che le donne non siano dimenticate da una società che le sta mettendo sempre più ai margini con insofferenza, e che nega loro dignità, riconoscimento o rispetto. Le politiche per le donne sono un relitto affidato al passato. Ma siamo troppo spesso preoccupate della rappresentazione dei corpi delle donne per ricordarci dei corpi stanchi e pieni di amarezza delle donne.

L’autogol delle blogger

7 ottobre 2011 in Senza categoria

palloneSecondo una mia amica, la donna negli anni accede a quei posti di lavoro che non interessano più agli uomini. Facciamo un esempio: quando il diritto allo studio era per pochi, gli uomini studiavano le donne no.

Quando la terza media era il massimo per un uomo, la donna doveva accontentarsi della terza/quinta elementare. Così via, fino alle differenze master/solo laurea e, per venire a noi, tecnologie informatiche/web 2.0.

E’ il mondo delle donne, sento da più parti: le donne condividono, chiacchierano, sono elastiche, multitasking. Questo però spesso si traduce in: visto che le mamme sono a caccia disperata di un lavoro, noi le assumiamo per niente e loro sono contente perché così conciliano lavoro e famiglia.

Che bello: non dobbiamo truccarci per andare in ufficio. Non abbiamo riunioni con i colleghi. Non dobbiamo preoccuparci della pensione, tanto non l’avremo. Possiamo digitare tra una poppata e l’altra e anche alle tre di notte, dopo aver dato la tachipirina al pupo con la broncopolmonite, donne! Le occhiaie del mattino dopo? Non sono un problema, si diceva.

Siamo tutte mamme, sorelle, amiche e siccome questo per noi è un ambiente naturale e siccome queste, per noi, sono professioni compatibili con la cura della famiglia, allora perché farne un lavoro? Nei giorni ottimisti ringrazieremmo persino i nostri datori di lavoro: non abbiamo neanche dovuto pagare per un corso di aggiornamento e ci ritroviamo con un mestiere in mano.

Nei momenti di solitudine estrema, col cervello in tilt per overload di link e  polpastrelli fumanti, quando proprio ci prende male, ci basta entrare in terapia di gruppo, su Facebook o nei blog personali. Il mal comune mezzo gaudio, fatto di pacche sulle spalle e di orgoglio da blogger ci compensa di molte fatiche.

Non paragonerò mai, è chiaro, le condizioni in cui lavoro io con quelle delle operaie di Barletta, sarebbe davvero blasfemo, ma, di sicuro, vedo la stessa rassegnazione, lo stesso pensare che non si può ottenere niente di meglio. Certe volte, il mio compenso è pari al loro e mi sento schiacciata dalle non opportunità.

Mi tocca allora lavorare molto su me stessa per ricordare che: è importante che le nostre competenze come blogger vengano incrementate di giorno in giorno, che ci costruiamo una credibilità professionale, che ci diamo un’immagine che combaci perfettamente con il tipo di professionalità che possiamo offrire, che pensiamo l’una all’altra come ad una professionista prima/oltre che un’amica on line.

Dobbiamo pretendere e cercare una retribuzione consona. Tra professioniste dobbiamo darci una mano ad ampliare il nostro raggio d’azione, senza spintonarci l’una con l’altra pur di ottenere un buon piazzamento del proprio blog personale. Perdere tempo a coltivare un piccolo orticello, se il nostro scopo è entrare nel mondo del lavoro, non serve. Serve una squadra.

Vi ricordo a questo proposito l’incontro Le nuove professioni delle donne che si terrà a Bologna il 15 ottobre 2011 e che si occupa, attraverso seminari e laboratori, di far conoscere alle donne le nuove opportunità lavorative offerte dalla rete. Tutti i dettagli nell’articolo dedicato.

Foto | Flickr

Il bosco attende, ovvero Il suo primo amore

3 ottobre 2011 in Senza categoria

Ci siamo concentrate sulla relazione, in questa seconda edizione di Testimonia il femminile, perché siamo convinte che ci siano in essa chiavi cruciali dal punto di vista identitario e che studiando i legami, più o meno vincolanti, che ognuna di noi costruisce, eredita o in cui si trova, volente o nolente, invischiata, si possano illuminare certe pieghe, sciogliere certi nodi (o, almeno, farli venire al pettine), che costituiscono la trama del complesso reticolo sociale che sono poi i gomitoli arruffati delle nostre vite, tutti ingarbugliati insieme, spesso come non avremmo voluto o senza che capiamo bene il perché. Se abbiamo scelto di limitare la nostra prospettiva, per questa seconda rassegna, a rapporti con individui di genere diverso dal nostro è perché volevamo portare in primo piano le potenzialità, spesso latenti, che racchiude il confronto con l’alterità, ben consapevoli che il nostro è un taglio parziale e che identità e alterità, sempre intrecciate, si riproducono in maniera imprevedibile indipendentemente e al di là del mero rapporto fra i generi. Eppure ci arrivano soprattutto testi che parlano di rapporti d’amore o relazioni comunque erotiche, nelle varie sfumature del termine. Continua a leggere questo articolo →

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