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Unioni Civili, cosa sta succedendo a Gubbio?

30 gennaio 2012 in Senza categoria

Nel2002 a Gubbio venne istituito il registro delle unioni civili un atto che, come ricorda Aurelio Mancuso sul Manifesto del 26 gennaio scorso, in Italia ha soltanto un indirizzo di ordine politico in assenza di una vera e propria legge che le regolamenti.

Assenza che per altro pone l’Italia, come in tanti altri campi, ad essere fanalino di coda nella corsa a diventare un paese un minimo civile.

Ma se il valore dell’istituire un registro di questo tipo è appunto politico, lo è ancora di più la decisone di chiuderlo.

Ed è esattamente quello che è successo nei giorni scorsi nel consiglio comunale della cittadina Umbra.

Il sindaco di Gubbio, Diego Guerrini, ha infatti votato, insieme ad alcuni esponenti della sua maggioranza, un ordine del giorno presentato da un consigliere della minoranza di centro destra che chiude il registro.

Un fatto gigantesco, enorme che fa fare un salto indietro a tutti quanti, però?

Però di questo non si legge nulla, se non una colonnina nelle pagine interne del Manifesto, lo si relega a fatto di cronaca locale.

Credo invece vada ribadito per quello che è, un atto politico che nel non venire recuperato e rilanciato viene volutamente fatto passare in sordina come un problema di poco conto.

Il punto non è quindi, l’orrenda decisione del sindaco di Gubbio, quanto piuttosto l’approccio alla questione che viene usata e strumentalizzata sul piano mediatico in una sola direzione.

Basta pensare a quanto clamore si solleva ogni volta che alla comunità lgbt viene riconosciuto un diritto o uno spazio di democrazia, quanti scudi vediamo alzarsi da parte del mondo: politico, sociale e religioso.
Ogni istituzione di un registro è condita di giornate e giornate di dichiarazioni sulla stampa di presunti difensori della morale, quando però la cosa va nell’altro senso tutto si riduce ad un articoletto.

Sarebbe ora di pretendere da chiunque si candidi a rappresentarci un’intransigenza bidirezionale, che non si fermi ai proclami ma che si faccia carico di fare battaglie anche di difesa.

E in questo non dico che non ci siano alzate voci per  condannare la scelta, però tutto si è fermato lì, dichiarazioni e sdegno e poi più nulla tutto avanti come prima, che tanto i problemi sono altri…

 

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 3

30 gennaio 2012 in Senza categoria

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Barbara Servidori
Associazione Hamelin

Il secondo intervento è quello dell’associazione Hamelin, rappresentata da Barbara Servidori.
Hamelin  è l’associazione culturale che a Bologna si occupa di promozione culturale con una  vocazione pedagogica e si rivolge a bambini, adolescenti e adulti  utilizzando la letteratura, il fumetto, l’illustrazione e il cinema.
Hamelin elabora strategie di promozione della lettura per bambini e ragazzi, con un’attenzione particolare per l’età adolescenziale attraverso percorsi di lettura per classi elementari, medie e superiori, guide bibliografiche a tema, corsi di aggiornamento per bibliotecari, insegnanti di scuole medie e superiori.
L’universo del visivo, e soprattutto del fumetto e dell’illustrazione, è l’altro campo di azione privilegiata dell’Associazione che attraverso laboratori di fumetto per le scuole, incontri con ragazze e ragazzi, corsi di aggiornamento per insegnanti, mostre didattiche, esposizioni per promuovere giovani artisti, si propone di educare piccoli e grandi ad “un certo sguardo”.
Hamelin è anche responsabile del Festival internazionale del fumetto Bilbolbul, giunto alla sua quarta edizione.
In particolare, Barbara Servidori ha presentato l’ultimo numero della rivista “Questioni di genere” dell’Associazione Culturale Hamelin, che propone una serie di riflessioni e di proposte bibliografiche sul tema, nell’ambito dell’immaginario e della letteratura per ragazzi.
Nel suo intervento Barbara Servidori ha più volte sottolineato come dagli articoli pubblicati nell’ultimo numero della rivista, emerga come, nella produzione letteraria contemporanea per ragazzi, un’assoluta mancanza di modelli femminili complessi e diversificati, spiegando l’assenza di personaggi femminili avventurosi, coraggiosi, controcorrente che mettano in discussione il modello culturale imperante. Questo aspetto rappresenta una rottura con il recente passato in cui figure femminili variegate e articolate erano ancora presenti a lottare contro un appiattimento che oggi sembra ridurre i personaggi femminili narrati a soggetti livellati, la cui ossessione costante sembra essere solo l’attenzione all’abbigliamento, al gossip e all’omologazione, impedendo così di far emergere una qualsiasi forma di unicità nel personaggio rappresentato. Sembra, sottolinea Barbara Servidori, che sia il pubblico stesso a richiedere questo tipo di rappresentazione e che il mercato si adatti fornendo il prodotto richiesto. Si pone allora un interessante interrogativo, analizzato nell’articolo di Giordana Piccinini, su quale sia oggi lo statuto dell’autore che scrive storie per ragazze e ragazzi? L’autore deve andare nella direzione di ciò che il mercato gli richiede? La sua funzione è solo quella di rassicurare rafforzando i modelli imperanti del pubblico che lo legge?

Le parole fanno male #3

27 gennaio 2012 in Senza categoria

Love slaves (foto di VanessaO)

Love slaves (foto di VanessaO)

 

A me la parola passione suscita sempre sensazioni positive. Come non potrebbe? Siamo da anni immersi in un fiume di passione: le passioni sono consolidate – la musica, il buon cibo, l’arte, la lettura, il calcio, il lavoro – oppure nuove: cosa c’è di più entusiasmante di farsi prendere da una passione “per” qualcosa di appena scoperto? Poi succede spesso di descriversi attraverso le passioni: “Ah, io ho la passione del…” e ci raccontiamo così. E chi non ne ha una, di passione? E chi non si stente vicino a chi “ha la stessa mia passione per…”?

La storia della parola però non è tanto allegra. Passione viene da “patire”; il suo etimo racconta di sofferenze, dolori, di una sensazione anche positiva ma talmente forte e intensa da avvicinarsi al dolore, alla fame, alla febbre. Tanto può essere forte, questa passione, che il suo aggettivo, “passionale“, è spesso accostato a un’altra parola decisamente e sicuramente negativa e funesta: “delitto”.

Cosa s’intende con l’espressione “delitto passionale”? Non c’interessa qui la definizione di legge; chi ci lavora, con la legge, ha il compito difficile e sgradevole di determinare con precisione le circostanze del delitto, e in particolare lo stato emotivo di chi l’ha commesso. A cosa vengono accostate queste parole sui giornali, sul web? Ecco un recente esempio.

E’ il linguaggio che presenta ciò che accaduto che dovrebbe permettere di distinguere tra la spiegazione di un evento e la sua giustificazione. La prima tenta di legare insieme i fatti con una causalità oggettiva; la seconda manifesta il grado e il modo di accettazione culturale di quei fatti – soprattutto quando sono presentati non da una persona che li racconta privatamente ma da un media che ne dà notizia al pubblico.

Cosa ci sia di “passionale” in questo delitto io non lo capisco, né l’ho mai capito. Nel senso: capisco a quale spiegazione vuole riferirsi il riferimento alla passione, ma non ho mai capito il motivo per cui questa dovrebbe giustificare una condotta omicida. Dico “giustificare” perché la presenza della passione è considerata un’attenuante dell’azione omicida – dalla legge – e dell’efferatezza dell’omicidio – per l’opinione pubblica.

Basta leggere le notizie di cronaca riportate in questo sito per accorgersi che la premeditazione è la regola, e la passione l’eccezione. Eppure la dicitura “delitto passionale” continua ad essere usata sui media nella stragrande maggioranza dei casi, ed è passata nell’uso a definire tutti i delitti nei quali c’è un movente riconducibile a un rapporto affettivo e/o sessuale tra i protagonisti, anche occasionale. E io non credo che dovrebbe essere così, perché quello che secondo la legge va rigorosamente (per quanto possibile) determinato ai fini di un giusto giudizio, sui media viene liquidato come già giudicato, in quanto “passionale”.

Insisto: che la legislazione abbia bisogno di distinzioni, di categorie, di classificazioni, nessuno lo mette in dubbio. Il fatto è che quando, nella divulgazione (banalizzazione?) di numerosi fatti di cronaca – e non delle complicate battaglie legali che ne seguono – si fa uso di alcuni termini come “delitto passionale”, si compie una operazione culturale molto ambigua, molto affine alla giustificazione del colpevole e alla colpevolizzazione della vittima. E’ stata proposta, per molti di questi casi, la parola “femminicidio”, e credo che sia una soluzione adeguata; soprattutto per salvaguardare l’onestà della comunicazione dei fatti accaduti.

Sempre che si voglia ancora chiamare le cose col loro nome; a me non sta affatto bene associare la mia passione politica o sportiva a una cultura che accorda ai fatti di sangue una comprensione particolare, perché compiuti in preda a una passione. Né mi pare corretto riferire a una situazione di scarsa lucidità mentale ancora da accertare la notizia stessa del fatto di sangue, che così trova già, presso l’opinione pubblica, una sentenza prima ancora che il processo sia istruito. Mi sembrerebbe assurdo cambiare nome alle passioni; fose, considerando l’evolversi delle questioni di genere nel nostro paese, sarebbe ora di dare un altro nome agli ancora così denominati “delitti passionali”.

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 2

27 gennaio 2012 in Senza categoria

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Barbara Spinelli
Avvocata redattrice del Rapporto Ombra CEDAW

Barbara Spinelli, Avvocata e attivista per i diritti delle donne.
La sua attività è centrata sulla violenza contro le donne e sull’implementazione della legge nazionale dei diritti delle donne.
Nel 2011 ha scritto e presentato la sezione italiana del Rapporto Ombra in occasione della quarantanovesima sessione del CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, prodotta dalle Nazioni Unite nel 1979 e ratificata dall’Italia nel 1985) come rappresentante dell’ONG Italiana “30 anni del CEDAW-lavori in corso”.
È inoltre autrice del libro “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale”.
Il suo intervento si concentra sull’analisi delle raccomandazioni che la Commissione Cedaw  ha formulato nei confronti dell’Italia e sui principali aspetti emersi rispetto all’applicazione dei provvedimenti contenuti nell’articolo 5 della Convenzione Cedaw, che riguarda aspetti di pratiche culturali e responsabilità nell’allevamento dei figli.
Barbara Spinelli ha spiegato che il problema legato alla rappresentazione pubblica della donna è un problema di dignità e non di morale e che, come tale, diventa un problema di tipo giuridico, non personale, ma collettivo. Le pubblicità infatti sono costruite sulla rappresentazione del ruolo della donna nella società e non solo sull’immagine del loro corpo, questo significa che la violenza e la discriminazione di genere trovano terreno fertile nel ruolo tradizionale che viene attribuito alla donna nella nostra società.
Emerge dall’intervento di Barbara Spinelli, che passa in rassegna diversi aspetti della rappresentazione stereotipata delle donne da parte dei mezzi di comunicazione, che non siamo educati a riconoscere la discriminazione sulle donne, perché manca la percezione che certe pratiche siano lesive della dignità. In generale, in Italia, permane una grande adesione a certi tipi di immaginario che vedono la donna inscritta e imprigionata dentro un ruolo. In questo modo si rafforza e si ripropone un tipo di immaginario radicato anche se obsoleto che nel nostro paese viene largamente condiviso.
Fra i numerosi suggerimenti e raccomandazioni del Cedaw, emerge la necessità di realizzare uno studio per il rilevamento di come lo stereotipo di genere sia diffuso fra i giovani, gli anziani, i professionisti e i politici. Un’analisi di questo tipo permetterebbe di fare emergere numerosi aspetti sui quali lavorare per scardinare meccanismi che ledono le donne.
Le raccomandazioni del Cedaw incoraggiano inoltre l’Italia ad elaborare un programma di sensibilizzazione, che coinvolga il più possibile i fruitori dei messaggi, ma anche coloro che li producono (mass media , agenzie pubblicitarie, agenzie di comunicazione).
Resoconto di Valérie Donati

“Biglietti che lasciano a bocca aperta”

26 gennaio 2012 in Senza categoria

Un’altra pubblicità della quale si poteva fare a meno, un’altra scelta di comunicazione nella quale un pezzo di corpo femminile viene sezionato per pubblicizzare un servizio che nulla ha a che vedere con il messaggio che lo propone.
Questa volta è la Vistaprint che offre biglietti da visita che “lasciano a bocca aperta” e che per rafforzare questo slogan così originale non ha trovato nulla di meglio che mettere in primo piano il viso di una donna, un volto privato degli occhi, nel quale un’enorme bocca troneggia tumida e spalancata in maniera innaturale.
Ma per non limitarci a dire che l’immagine è volgare e quindi suscitare le solite argomentazioni che tirano in ballo accuse di “moralismo-bigottismo”, attiriamo l’attenzione su alcuni dettagli per meglio spiegare come anche un’immagine che sembra buttata lì, senza troppa elaborazione da parte di chi l’ha ideata, sia in realtà curata nei dettagli che giocano sull’ambiguità della promessa di una donna disponibile contribuendo a rafforzare un’immagine svilente della donna e a veicolare stereotipi sessisti e lesivi della dignità.
La parte grafica: il carattere usato per la scritta biglietti da visita è un font classico, rigoroso, stampatello, che evoca serietà, mentre per la scritta BOCCA APERTA è stato scelto un carattere lezioso, tondeggiante, che evoca frivolezza. Quel “Bocca Aperta” diventa allora un ammiccamento al cliente al quale viene suggerita l’idea di un “servizio supplementare”. A rafforzare questa idea il tondo rosa con la scritta GRATIS. Cos’è gratis? Il biglietto da visita? Il servizietto supplementare? La donna con la bocca aperta?
Qualche osservazione sulla impostazione grafica: l’immagine che troneggia al centro della pagina non ha bisogno di grandi spiegazioni se non per la sproporzione fra questa bocca enorme che sembra forzata nello spalancarsi per addentare un biglietto da visita. Le indicazioni che riguardano il prodotto e il servizio offerti sono in fondo alla pagina, in secondo piano, quasi di secondaria importanza. E’ interessante notare che il biglietto da visita che funge da fac simile è quello di un “centro esotico spa, regno del relax” che rimanda ancora una volta a promesse di piacere veicolate da quel pezzo di donna. E ancora, il biglietto da visita usato come modello è quello di un uomo che pubblicizza la sua attività di fisioterapista presso il giardino esotico. Capiamo allora che il prodotto è rivolto agli uomini, che il target bersaglio della pubblicità è maschile e che si sottende siano gli uomini ad avere bisogno di biglietti da visita per la loro attività professionale come se le donne fossero ancora una volta escluse o minoritarie nel mondo del lavoro.
Per tutti questi motivi e dopo attenta analisi di questa pubblicità, segnaliamo allo IAP!

di Valérie Donati

Frequenze di genere: continuano le puntate su genere ed educazione

26 gennaio 2012 in Senza categoria

Eccoci arrivate alla terza tappa del nostro percorso sul genere e l’educazione.

Nella puntata di venerdì 27 gennaio parlaremo di adolescenza insieme a Cinzia Albanesi del Csge.
Perchè l’adolescenza è un momento così complesso nella vita delle persone?
Come viene percepito il genere in questa fase così delicata?
Quanto contano la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari nella conferma o decostruzione di visioni stereotipate di ciò che ragazze e ragazzi devono essere e fare? Come il genere vincola i loro desideri?

Ritornerà inoltre la rubrica Cult a cura di Cinzia Farina che ha recensito per noi il film documentario di Alina Marazzi dal titolo “Vogliamo anche le Rose“. Ci accompagnerà la potente voce di una grande artista italiana: Giuni Russo

Vi ricordiamo che la seconda puntata del ciclo, in cui si  è parlato di genere ed educazione di bambine e bambini in età elementare, è disponibile ad essere scaricata qui.

Prima di salutarvi, rinnoviamo l’appello a tutti i nostri ascoltatori e alle nostre ascoltatrici a condividere con noi le riflessioni maturate nel corso di queste puntate dedicate all’educazione, a farci conoscere le vostre opinioni in merito, le vostre esperienze di bambine e bambini, a raccontarci come genitori o educatori/trici le buone pratiche che mettete in atto.
Ci piacerebbe concludere questo ciclo di puntate facendo sentire la vostra voce! Scriveteci al nostro indirizzo mail frequenzedigenere@gmail.com.

Non ci resta che darvi appuntamento, come ogni venerdì, dalle 13.30 alle 14 sulle frequenze di Radio Città Fujiko 103.1 FM.

Buon ascolto!

Gabbia di sguardi – Foto di Cristina

24 gennaio 2012 in Senza categoria

Foto di Cristina de Maria

 

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno

24 gennaio 2012 in Senza categoria

Ecco il primo di una serie di post con cui pubblicheremo i resoconti e i video del convegno, da noi organizzato:

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione
Tenutosi a Bologna il 14 gennaio 2012 

Introduzione di:
Valérie Donati – Collettivo Le Vocianti

Il collettivo Le Vocianti nasce nel dicembre 2011 dal nostro incontro in seno all’associazione Donne Pensanti, che da due anni si batte contro le discriminazioni di genere, la mercificazione dei corpi e contro le rappresentazioni stereotipate, riduttive, falsanti che la nostra società ci impone.

Perché abbiamo scelto questo nome: Le Vocianti?

Per prima cosa perché  vogliamo tornare a far sentire le nostre voci. Vogliamo riprenderci la parola, una parola che sappia finalmente radicarsi nel corpo senza rinchiudersi nel privato, una parola che sappia emergere nello spazio pubblico e che sia capace di cambiare i codici di quella politica i cui linguaggi devono essere radicalmente trasformati.

La voce è la cosa più intima e singolare che possiamo legare alla persona. Sentire la voce di qualcuno significa sentire la persona. Al tempo stesso, la nostra voce è un suono che ci è estraneo perché la differenza fra il sentire la propria voce e l’essere ascoltati è profonda al punto che nessuno di noi conosce veramente la propria voce fino a quando questa non viene riprodotta con una registrazione. Si può dire che spesso, l’incontro fra la nostra voce interna e il suono della nostra voce esterna, assomiglia ad un incontro fra due estranei.

Questo essere al tempo stesso identificante ed estraniante è una particolarità della voce, ma sicuramente anche del genere. Per dirlo ancora meglio: la differenza fra percezione interna e rappresentazione esterna. Voce e genere hanno questo in comune: come mi sento e come vengo percepito spesso e volentieri non coincidono.

Ci avviciniamo allora al problema che ci vede qui oggi, cos’è lo stereotipo se non una rappresentazione fissa che congela in un’immagine, in un modo di dire, in una formulazione una ricchezza e una complessità intima impedendole di affiorare?

Abbiamo pensato di invitare qui oggi diverse attrici e diversi attori [io metterei semplicemente persone, “attrici” usato in questo senso, è un po’ un tecnicismo da scienze sociali] che si occupano di comunicazione a diverso titolo e con mezzi diversi per tentare di ascoltare voci molteplici, da numerosi punti di vista, nel tentativo di comprendere la complessità del problema del radicamento degli stereotipi nel nostro tessuto culturale. Quando si parla di stereotipi e di lotta contro gli stereotipi spesso si dimentica che si tratta anche di meccanismi radicati e funzionali alla costituzione dei gruppi sociali e degli individui. Nello stereotipo ci riconosciamo e riconosciamo l’altro e attraverso i meccanismi di riconoscimento reciproco rinsaldiamo i rapporti all’interno dei gruppi sociali. Non si tratta quindi solo di lottare contro, ma di provare a comprendere a fondo meccanismi che, da un lato sono fondatori del nostro stare insieme, ma che dall’altro diventano il limite stesso di una convivenza nel rispetto reciproco. Usare diverse lenti, nel tentativo di fare emergere nuovi spunti di pensiero, senza sottrarci agli inevitabili dubbi e problemi che potrebbero nascere grazie alla prospettiva data da queste diverse visioni.

Iniziamo i lavori con un brevissimo video che abbiamo ideato e realizzato come Donne Pensanti, (video che ha avuto 30.000 visualizzazioni su youtube), perché ci è sembrato che questo potesse essere uno strumento eloquente per mostrare  I rischi, spesso occulti, che il dispositivo stereotipante comporta.

Non possiamo affermare che ci sia una legame diretto fra la violenza simbolica e quella reale, che si trovano su due piani diversi, ma è importante non sottovalutare che esiste una connessione fra simbolico e reale.

C’è una nuova tendenza nella pubblicità che viene prodotta prevalentemente da una fascia con una capacità di aggressione e penetrazione nel mercato molto forte: parliamo di grandi firme, di stilisti dell’alta moda, di produttori di fashion design la cui tendenza all’ambientazione porno-chic, all’estetizzazione della perversione, del torbido, riproduce scene al limite del rappresentabile che sfociano in suggestioni di tortura, stupro di gruppo e omicidio.

Cosa vediamo in queste immagini?

1) Tutti i corpi che vediamo rappresentati sono corpi giovani. La giovinezza dei corpi ci porta però a riflettere sul target al quale questi messaggi sono destinati, al pubblico per il quale sono stati formulati. Corpi giovani, per giovani consumatori.

2) L’ambientazione del lusso. La grande maggioranza di queste messe in scena riguardano ambientazioni di lusso: ville, piscine, automobili…Il lusso diventa l’ideale sociale, ciò a cui si tende. Ricordiamo che quando l’ideale sociale oltre che dall’immaginario offerto delle pubblicità è sostenuto e incarnato anche dall’ideale politico, il pericolo che si corre è grande.

3) L’immaginario del potere inteso come assoluta asimmetria nei rapporti. Il campione di immagini presenti nel video è una palese dimostrazione dell’asimmetria nei rapporti fra uomini e donne. Anzi, ciò che emerge prepotentemente è che l’unico vettore che può uniregli esseri umani è quello dello sfruttamento di un corpo per la realizzazione di una fantasia erotica.

4) Il rapporto insidioso fra immagine e discorso. Sappiamo che l’associazione fra immagini e parola crea e costruisce il terreno sul quale si aggrappa l’immaginario, ma quello che colpisce guardando le immagini del video è la tendenza ad un immaginario dark, oscuro, privo di gioia, dove lo squallore della situazione viene reso ancora più freddo e distante da quell’ambientazione di lusso di cui prima. A sostenere questo tipo di immagini notiamo l’uso della parola morte, “death”, “fashion is dead”, “executed”: spot che permettono di familiarizzare non collocandola nella naturalità ma spettaolarizzandola a scopi persuasivi rendendo “fashion” anche ciò che per antonomasia è la negazione del piacere.

Che tipo di problemi pongono allora queste immagini e che tipo di reazione avere davanti ad esse? Una reazione morale, giuridica o politica?

Queste immagini, così reiterate, così numerose, così ripetitive, vengono tollerate perché mettono in scena delle donne, perché mettono in scena il dominio esercitato sulle donne. Se immaginassimo anche solo per un istante, in modo provocatorio, di sostituire ad una sola delle pubblicità che abbiamo mostrato un individuo di colore, un bambino  o un animale grideremmo allo scandalo, colpiti giustamente dalla violenza delle immagini e dalla loro inaccettabile messa in scena.

Crediamo che la prima cosa importante sia essere in grado di definire che siamo in presenza di un problema. L’argomento che consiste nel dire che questo tipo di denuncia è moralista è un argomento che nega la presenza del problema. Il problema invece esiste ed è anche un problema morale.

Il problema è anche giuridico e Barbara Spinelli nel suo intervento ci spiegherà il perché.

E ancora, il problema è anche politico perché se è vero che la politica è anche la riflessione sul tipo di società che vogliamo oggi e domani, non è pensabile che le istituzioni non prendano atto e misure adeguate per contenere quella che ormai sembra essere una deriva inarrestabile.

L’ultimo punto mi porta alle conclusioni e allo stesso tempo mi riconduce alla riflessione iniziale: la differenza fra violenza simbolica e violenza reale.

Abbiamo detto che non c’è causalità diretta fra la violenza vista e la violenza praticata. Non è perché vedo un certo tipo di immagine che poi mi comporterò in quel modo – per fortuna!

Ma esiste l’influenza, più lenta ed insidiosa, è come la goccia che batte sempre nello stesso punto e poi modifica la forma della pietra. L’insistenza di questo tipo di messaggi viene a ledere quotidianamente le barriere interne, quelle che assicurano lo stare bene insieme nel rispetto, quelle che ci permettono di discernere ciò che desideriamo veramente e ciò che è indotto, questi messaggi contribuiscono ad assottigliare la barriera fra ciò che si può fare e ciò che non si fa.

Potenza di corpi dissonanti. Della passione come valore politico

23 gennaio 2012 in Senza categoria

 

È da un po’ che ho in mente di tornare a parlare del corpo delle donne per proseguire una riflessione a cui avevo accennato nel saggio che ho scritto sul fallimento dell’emancipazione femminile nella cornice del berlusconismo, declinazione italiana, insieme unica e ridondante, di quel sistema neoliberista che di tutto fa merce e tutto come merce concepisce. I rischi di collusione, anche inconscia, sono altissimi e di questo parlano con particolare consapevolezza due bellissimi interventi che ho letto di recente: il primo di Cristina Morini che recensisce un libro molto interessante, La donna a una dimensione di Nina Power e il secondo di Olivia Guaraldo, che abbiamo rilanciato pochi giorni fa anche dal nostro sito. Continua a leggere questo articolo →

Frequenze di Genere in onda su “Le Vocianti”

21 gennaio 2012 in Senza categoria

Grazie alla proposta del collettivo “Le Vocianti”, da oggi inizieremo a postare le puntate di Frequenze di genere anche sul loro sito.

Per chi non ci conosce, Frequenze di Genere è una trasmissione radio in onda su Radio Città Fujiko tutti i venerdì dalle 13.30 alle 14. Le puntate monografiche affrontano  diversi temi utilizzando un’ottica di genere,  applicando cioè una chiave di lettura che  analizza  gli effetti che la cultura e le dinamiche interne alla società hanno sulle vite di donne e di uomini.
Sul nostro blog potrete trovare e scaricare tutte le puntate passate, conoscere gli argomenti di cui abbiamo parlato fino ad ora e  contattarci per partecipare alle nostre rubriche, segnalarci appuntamenti, proporre temi e collaborazioni.

La scorsa settimana abbiamo dato il via ad un ciclo di puntate su “Genere ed Educazione”, in collaborazione con il Centro studi sul Genere e l’Educazione (Csge) dell’Università di Bologna.  Partendo dalla culla ed arrivando fino all’adolescenza cercheremo di smascherare gli atteggiamenti stereotipati che si nascondo in un’educazione ritenuta generalmente neutra e paritaria dai genitori, educatori e adulti in genere, per capire come questa differenziazione vada poi ad influire sul comportamento di bambini e bambine, sulle scelte che compiranno e sul modo di percepire se stessi e le proprie potenzialità.

Potete ascoltare qui la prima puntata, in cui Elisa Truffelli del Csge ci ha parlato di genere ed educazione da 0 a 6 anni.
A breve la seconda, in cui si parla di bambine e bambini in età elementare: restate sintonizzati!

Buon ascolto e un GRAZIE ENORME a Le Vocianti.

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