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Potenza di corpi dissonanti. 3. Un’irruzione imprevista (Portogallo 1972)

28 febbraio 2012 in Senza categoria

                   A Sara, che ora siete due-in-una. Fino a Lisbona.

Tante volte abbiamo ribadito che la lingua attraverso cui diamo forma e voce alla nostra percezione della realtà, nella sua trama di relazioni e insolubili aporie, è una chiave di svolta per tornare a produrre senso. Occorre saper articolare le nostre esperienze in discorsi che non temano l’inadeguatezza, non temano gli anacronismi – spesso solo apparenti – non temano la sfasatura e lo scarto rispetto alle narrazioni imperanti che pretendono di cucirci addosso bisogni e identità.

E allora oggi voglio praticare questo fertile esercizio di decentramento per testimoniare la potenza dirompente di una scrittura che sceglie – risoluta – di mettersi in ascolto delle istanze più segrete e inconfessabili dei corpi femminili, insinuandosi sottile e pericolosa nelle maglie di una società imbevuta di autoritarismo, menzogne, negazione di diritti, violenza dissimulata, soffocata nel silenzio o addirittura venduta per impresa eroica da una propaganda eretta su un codice patriarcale, nemico del buon senso e della vita.

Nel 1972 il Portogallo è al suo quarantaseiesimo anno di dittatura fascista e all’undicesimo di una guerra tesa a impedire la liberazione di quelle terre africane che il regime si ostina a voler considerare parte del territorio nazionale, quando viene pubblicato un libro subito recepito come talmente scandaloso da far sì che le sue tre autrici vengano accusate di “pornografia e offesa alla pubblica morale”, nonché sottoposte a un processo che verrà archiviato solo con il 25 aprile 1974. Sono le Nuove lettere portoghesi, frutto degli incontri bisettimanali che le tre giovani scrittrici Maria Isabel Barreno, Maria Teresa Horta e Maria Velho da Costa hanno avuto nel corso di nove mesi per parlare a partire da sé e nel nome di intere generazioni di donne portoghesi. Un testo costruito per frammenti eterogenei (non solo lettere, come vuole il titolo, ma anche poesie, stralci di diario, biglietti scritti di fretta) di cui, in un patto di ferrea complicità, non è mai stata rivelata la singola autrice: storie di soprusi ma anche di una ricerca del piacere in cui la passione, rimossa dagli orizzonti del femminile socialmente lecito, si fa parola di donna, capovolgendo il sottotesto esplicito, quelle tanto celebrate Lettres portugaises che si volevano scritte dalla monaca Mariana Alcoforado, rinchiusa nel monastero alentejano di Beja, e che si era scoperto fossero, in realtà, opera di un uomo.

La rivelazione di un immaginario da sempre silenziato, la ricerca dell’appagamento, la scoperta delle superfici erogene di un corpo troppo a lungo dimenticato o sacrificato, il tabù della masturbazione femminile finalmente infranto, l’amore omosessuale: tutto questo prende sfrontatamente corpo e voce nel Portogallo pudibondo e ipocrita dei primissimi anni Settanta, a testimoniare le correnti vivissime che continuavano a scorrere clandestine ma non sopite e che sfocieranno di lì a pochissimo nella gioiosa Rivoluzione dei Garofani che metterà fine alla dittatura salazarista. E, fra le righe, la denuncia ferma e irremovibile dell’assurda guerra coloniale in atto e che il regime tentava a tutti i costi di occultare: un Vietnam in sordina, da imperialisti di periferia, ma testardo e capillare, subdolo perché sottilmente condizionante.

Nelle Nuove lettere portoghesi la passione funge da mero “pretesto” – anche nel senso che precede il testo e gli dà vita – perché un immaginario e un vissuto rigogliosi prendano finalmente la parola:

“Sarà inutile a questo punto aggiungere che il mio esercizio è quello della vendetta: che chi è ferito non si apparti, ma piuttosto sparga il suo sangue nel mondo. Visto che l’oggetto della passione non è che un pretesto perché attraverso di lui, definiamo […] il nostro dialogo con il resto.” (Seconda Lettera II, traduzione mia)

Questo itinerario di presa di coscienza e di riconfigurazione del sé si sostanzia in un autentico dialogo, dando vita a una scrittura eccezionalmente estroversa – perché l’interlocutore è lì, presente in carne e ossa, col suo corpo e la sua storia – e, al tempo stesso, profondamente autoriflessiva. Le parole si fanno “intraparole” e tutto il mondo delle autrici viene risucchiato e rielaborato nella “spirale” della scrittura. Ognuna scrive a partire da se stessa, dalla sua unicità e crea trame condivisibili, in cui le altre possono rispecchiarsi. Come ha scritto Maria de Lurdes Pintasilgo,

“Per la scrittura la proprietà smette di avere un senso perché i “beni” che ripartisce sono universali. La donna che si dice al singolare si riferisce a un destino che è sempre plurale. E in questo plurale si viene a riconoscere ogni storia individuale. Tela che si intesse e si disfa per poi ritessersi di nuovo.”

L’atteggiamento di fondo non è mai celebrativo: vengono messe in luce senza remore le difficoltà e i rischi di questo esperimento a tre, i momenti di sconforto, le insofferenze reciproche, il sentirsi contaminate e trasformate dalle altre due ma al tempo stesso immutabili, sempre uguali a se stesse, nei propri limiti e nelle proprie mancanze. La scrittura si fa trasparente ed espone i meccanismi che la generano incorporandoli nell’opera d’arte stessa: la riflessione metatestuale si fa vero e proprio testo.

In sintonia con le visuali che questi sguardi inediti sulla realtà offrono, si stabiliscono le basi per una nuova logica, fatta di congiunzioni e ossimori, che accoglie gli opposti senza neutralizzarli né conciliarli, immersa nella vita, aliena da qualsiasi astratta linearità, una logica piuttosto metonimica che metaforica perché preferisce la combinazione alla selezione:

” Non credo nella ragione scollata dal sentire degli altri ed è per questo che mi sforzo per sragionare bene e sono stanca di sforzarmi per essere come i raziocinanti, che anche sull’orlo d perdere tutto, la ragione no, quella giammai.”

Gli opposti smettono così di escludersi: il donarsi non impedisce l’indipendenza, il darsi diventa un ritrovarsi, perché le dicotomie hanno finalmente perso autorevolezza e valore. E questa sensibilità nuova si traduce in un nuovo linguaggio, capace di dar voce alle pieghe, alle ridondanze della realtà, che non si curi della linearità astratta ma capace di affondare coraggiosamente nel magma della vita, in cui si mescolano realtà sogno e immaginazione: si generano così quelle poetiche dell’inclusione, dell’aporia, della sospensione del giudizio che ritroviamo in numerose autrici portoghesi della generazione artistica e anagrafica delle 3 Marias, sintonizzate su un sentire comune a tanta scrittura di matrice femminile o, comunque, femminilizzata, anche fuori dal Portogallo.

Questa dimensione pionieristica e rivitalizzante la si sente in quella cifra profondamente aurorale che affiora nelle Novas Cartas Portuguesas, dove l’immagine dell’alba torna in vari punti, a sottolineare come l’evocazione della vicenda della monaca seicentesca non sia mera commemorazione ma riattraversamento contrappuntistico in vista di un’anelata palingenesi, un rinnovamento a partire da una radice femminea che è insieme arcaica e rivoluzionaria, fisicità e capacità di ascolto insieme: ascolto di umanità eccedenti i canoni riconosciuti e consacrati:

Femmine siamo

fedeli alla nostra immagine

resistenza assetata che vestiamo

donne, dopo tutto, senza volerne trarre vantaggi

ma ben certe degli uomini che copriamo

 

E mai preda

Saremo

o oggetto

                                                                                                   dato (Eccoci)

 

Uno sconquasso nell’ambito della produzione simbolica che parte da un coraggiosa assunzione di istanze fino a quel momento represse o rimosse. Una faglia sotterranea che attraversa una società intorpidita, istigandola potentemente al risveglio, aprendole innanzi la prospettiva vertiginosa di una rinascita.

 

 

 



 

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 6

27 febbraio 2012 in Senza categoria

Ico Gasparri, Artista sociale, fotografo dal 1977.

Gasparri dal 1990 al 2010 ha sviluppato Chi è il maestro del lupo cattivo?, una ricerca artistica militante dedicata alle radici culturali della violenza sulla donna nelle pubblicità stradali. Realizzando così il più grande archivio esistente sullo sguardo alla città e alla sua cartellonistica sessista composto da circa 3.500 scatti.
Ma l’impegno sociale di Ico Gasparri non tocca solo la rappresentazione delle donne nella cartellonistica stradale, ma anche temi come l’interpretazione artistica dei rifiuti differenziati; Ia perdita dello spazio del gioco per i bambini in guerra e nelle migrazioni; le tracce dei migranti abbandonate sui relitti delle barche migranti che li trasportavano.
A luglio 2010 ha vinto il premio come miglior artista italiano occupatosi dei problemi dei diritti delle donne e delle discriminazioni di genere con il suo lavoro Chi è il maestro del lupo cattivo? Il premio è stato decretato dalla commissione Pari e Dispare e consegnato dalla vice presidente del Senato, Emma Bonino.
Ico Gasparri ha per prima cosa spiegato cosa significhi per lui essere un artista militante: il fatto che il compito dell’artista è quello di saper vedere i cambiamenti e le tendenze prima che esse siano manifeste, e in questo si può dire che Ico Gasparri ha ben saputo vedere ciò che più tardi sarebbe diventato chiaro agli occhi di tutti, iniziando a collezionare le immagini della cartellonistica stradale per le stradedi Milano. La militanza allora dice Ico Gasparri diventa una forma di resistenza per non lasciarsi ammansire nel silenzio che significa l’adesione al pensiero dominante. Il motivo che ha portato l’artista a scegliere di collezionare e catalogare le immagini della cartellonistica stradale piuttosto che altre immagini presenti in pubblicità è legato alla imperiosità di queste immagini che essendo poste in strada diventano oggetto di sguardi al quale le persone non possono sottrarsi. Se è vero infatti che tutte le altre forme di comunicazione possono essere accolte o rifiutate, la cartellonistica stradale è l’unico mezzo pubblicitario al quale non ci si può sottrarre. Parlando dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione e delle tendenze alla rappresentazione sempre più stereotipata della donna come dell’uomo, Ico sottolinea come i mezzi di comunicazione si affinino sempre più, ma che questo processo non è altro che lo specchio della società in cui viviamo. La responsabilità di ciò che accade in comunicazione non è da attribuire ai pubblicitari ma è lo specchio di ciò che noi siamo come soggetti e come collettività, la pubblicità infatti cambia come cambia la società. Ecco perché la militanza diventa per Ico Gasparri l’unica vera azione possibile contro l’indifferenza e per non demandare più ad altri quella che invece è una responsabilità tanto individuale quanto collettiva.

E noi uomini?

22 febbraio 2012 in Senza categoria

In questi giorni si sta ragionando molto di azioni comuni, di modi di mettersi in rete, di ruolo della rete e delle azioni esterne alla rete.

Ma noi? Noi uomini intendo, come parteciperemo a tutto questo? Come faremo nostre le riflessioni e le discussioni, come porteremo i nostri contributi?

Perché credo sia indispensabile che si partecipi.

Non possiamo rimanere a guardare con sufficienza la “discussione delle donne”.

C’è un dovere sociale e politico di cui dobbiamo farci carico e a cui affiancarci, un’urgenza più che un dovere probabilmente.

Dobbiamo essere parte della richiesta di cambiamento, dobbiamo dire noi per primi che siamo stanchi di essere: schiavisti, assassini, stupratori, guerrafondai. Va combattuta l’impostazione di chi dice “io non sono parte del problema”, facendosene carico per primi anche quando lo vediamo in altri, per combattere quella che rischia di diventare una colpevole connivenza silenziosa.

Non voglio essere così, non voglio fare parte di qualche cosa che non si rende conto dell’oppressione che genera, non dobbiamo essere così.

Dobbiamo essere al fianco di ogni lotta e di ogni rivendicazione che smonti questo sistema, ha ragione la Lipperini, quando parla di un rifiuto della politica dei due tempi, “prima i soldi poi i diritti”, aggiungo che noi uomini non possiamo pensare che ce ne possa essere uno ulteriore.

 

In un progetto politico devono stare insieme le lotte per il lavoro e quelle contro gli stereotipi, la richiesta di una scuola migliore e quella di avere il diritto a vivere la propria individualità al pari di ogni altra persona, indipendentemente dal sesso e dall’orientamento sessuale.

 

E’ un’impostazione maschile, quella che pensa di poter lottare contro l’abolizione dell’articolo 18 e non tenere conto della legge sui licenziamenti in bianco o sulla parificazione della gravidanza alla malattia nei nuovi contratti FIAT.

 

Per pensare a qualche cosa di nuovo non possiamo condannare il razzismo e darci dei culattoni a vicenda con il sorriso sulle labbra.

 

Il no alla guerra deve essere tanto forte, sia che questa sia fra stati che fra generi.

Dall’inizio dell’azione in Afghanistan sono morti, ad oggi, 49 soldati italiani.

Ogni anno, in Italia, vengono compiuti oltre cento femminicidi.

 

Dobbiamo svegliarci e toglierci le bende dagli occhi, non stiamo parlando di questioni secondarie o di poco conto, di punti rimandabili dell’agenda.

Se vogliamo pensare un mondo nuovo, deve esserlo in tutto oppure non cambieremo nulla e come uomini e come persone dobbiamo fare parte di questo cambiamento.

 

Giovanna Cosenza, propone delle azioni di lobbying per poter dettare un’agenda di azioni che impegnino la politica a tutti i livelli, credo sia doveroso farne parte.

 

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 5

20 febbraio 2012 in Senza categoria


Frequenze di Genere è una trasmissione radiofonica, in onda su Radio Città Fujiko tutti i venerdì dalle 13.30 alle 14. Le puntate monografiche affrontano  diversi temi utilizzando un’ottica di genere, applicando cioè una chiave di lettura che analizza gli effetti che la cultura e le dinamiche interne alla società hanno sulle vite di donne e di uomini.
Frequenze di Genere è uno stimolo alla riflessione sullo status quo e sulle possibilità di cambiamento, mediante la segnalazione di buone pratiche nostrane e il confronto con politiche e iniziative adottate da altri Stati.
Frequenze di Genere è uno spazio di confronto aperto a tutti, in cui ascoltatrici e ascoltatori possono interagire suggerendo argomenti e partecipando attivamente alle rubriche.
Le relatrici di Frequenze di genere hanno per prima cosa spiegato la genesi del loro progetto e la struttura della trasmissione che conducono. Una particolarità della trasmissione radiofonica è quella di proporre dei dossier dove emergano delle figure femminili che solitamente non trovano spazio di rappresentazione: donne viaggiatrici, donne in politica, artiste, scienziate. L’intento è quello di contribuire a diffondere una nuova storia politica e cultura riscritta al femminile.
Oltre ai diversi temi che vengono di volta in volta affrontati in puntata le conduttrici sono solite porre una domanda al pubblico e la domanda che spesso suscita maggiori reazioni è: e se ti dico femminismo…? Il femminismo sembra aver assunto una valenza negativa e spesso viene associato, appunto in modo stereotipato, ad un’immagine di donna rabbiosa e arrabbiata che identifica nell’uomo un nemico da combattere.
Le relatrici hanno dimostrato cosa può essere un femminismo oggi: consapevole delle lotte storiche, delle vittorie e dei fallimenti, ma anche un femminismo aperto a tutto tondo sul presente delle lotte, ogni settimana infatti accolgono soggetti e propongono temi senza dogmatismi e teorie a priori di cosa sia una lotta al femminile, aperte al presente nella convinzione che sia necessario proporre nuove e future forme di rappresentazione del femminile.

Genere ed Educazione: tutte le puntate del ciclo disponibili sul web

17 febbraio 2012 in Senza categoria

Carissim*,

abbiamo concluso venerdì 10 febbraio il ciclo di puntate dedicato al genere e all’educazione, con un’intervista a Loredana Lipperini che ha toccato temi fondamentali quali la rigenderizzazione, l’attivismo sul web, l’educazione sessuale, l’enorme problema degli obiettori di coscienza e la figura della madre sacrificale, tanto invocata  in questo particolare momento di crisi economica.
Qui potrete torvare tutte e cinque le puntate del ciclo, composto da:

-puntata I: Genere e stereotipi nell’educazione dagli 0 ai 6 anni

-puntata II: Genere e stereotipi nell’educazione nell’età della scuola primaria

-puntata III: Genere e stereotipi nella fase dell’adolescenza

-puntata IV: Storia della conquista dell’edcuazione da parte delle donne

– puntata V: Da “Dalla parte delle bambine” a “Ancora dalla parte delle bambine”

Aspettiamo di consocere tutte le vostre riflessioni in merito! Scriveteci qui, oppure venite a trovarci sul nostro blog o mandateci una mail a frequenzedigenere@gmail.com.

Buon ascolto!

La redazione

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 4

13 febbraio 2012 in Senza categoria

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Stefania Prestopino


 

 

Il terzo intervento è quello di Stefania Prestopino del collettivo Le Vocianti, che per l’Associazione Hamelin ha pubblicato un articolo che indaga sull’immaginario proposto alle giovani e ai giovani dalla cultura di massa.
Stefania ha introdotto il suo intervento ricordando quanto emerge dai dati comunicati dai centri antiviolenza: il fenomeno della violenza di genere è in costante aumento, e questo incremento si registra in particolare fra le giovani generazioni, ed è da attribuire all’influenza degli stereotipi che letteralmente invadono l’immaginario infantile e adolescenziale.
Lo stretto rapporto fra rappresentazione mediatica e violenza è una dinamica profonda e radicata che sta alla base della disparità fra uomo e donna, e che viene denunciata da chi affronta tutti i giorni in prima linea le conseguenze drammatiche della disparità fra i sessi.
E’ una chiave interpretativa della realtà che deve essere però portata alla consapevolezza di tutti, non solo degli “addetti ai lavori”.
Non è giusto in questo senso parlare di questione femminile: la degenerazione del rapporto fra i sessi, e i numeri lo testimoniano, è un problema di portata antropologica, un problema di relazione. Parlare di questione femminile è fuorviante.
Qual’è la posizione di bambine e bambini all’interno di queste relazioni? Se sono da un lato i testimoni più vulnerabili di queste dinamiche (quando non sono coinvolti in prima persona), dall’altro è proprio l’infanzia la possibile chiave di volta per il cambiamento, il territorio fertile su cui agire un’educativa basata sul rispetto di ogni unicità, di ogni individualità.
Ma è questa la prospettiva che effettivamente viene offerta alle generazioni in crescita?
Qual è il panorama culturale in cui i nostri bambini e le nostre bambine crescono, assorbendo i modelli di relazione fra i sessi? Sono davvero liberi di maturare la loro individualità a prescindere dai ruoli tradizionali di maschile e femminile?
Stefania ha analizzato in un primo tempo l’offerta di giocattoli e di attività che oggi vengono proposte alle bambine e ai bambini, facendo emergere una nettissima separazione fra giocattoli e attività rivolte alle une e agli altri. Se visivamente è chiaro a tutti che il reparto rosa e fucsia è la terra delle principesse e che quello dell’azzurro e del blu è il dominio dei cavalieri, è meno chiaro ad un primo sguardo, che alle bambine vengono proposte attività che hanno a che fare con la cura di sé e dell’altro (trucchi, specchiere, coroncine, bambolotti) e giocattoli che sembrano voler rinchiudere le bambine nelle mura domestiche in attività di cura della casa (aspirapolveri, cucine, scope e ferri da stiro), con una precoce ossessiva attenzione all’estetica e alla seduttività. Mentre ai bambini vengono proposte attività di scoperta, di avventura, attività tese a sviluppare le loro capacità fisiche e le loro doti psichiche, che li portano fuori dalle mura domestiche. Ancora una volta quindi per le bambine le porte si chiudono su un immaginario sempre più angusto e asfissiante, superficiale ed edonista, mentre appare che per i bambini la spinta sia verso l’esterno, l’avventura, la costruzione di una personalità curiosa e performante. Stefania Prestopino correda la sua indagine di veri e propri collages nei quali appare il sovraffollamento di oggetti per piccole donnine di casa e per piccole principesse.
Gli stessi modelli ritornano in altri prodotti destinati a bambini e adolescenti: dai diari scolastici alle fiction televisive, le riviste, l’abbigliamento.
Un altro settore di analisi sul quale punta la sua ricerca è infatti quello della moda junior, spiegandoci come ogni brand che si rispetti abbia una linea baby o junior e di come la tendenza sia ormai quella di adultizzare ed erotizzare le bambine, fino alla cancellazione completa della rappresentazione dell’infanzia per sfociare in un corollario raccapricciante in cui miniature volgari e grottesche di baby modelle ammiccano grottesche dalle pagine dei giornali di moda. Anche in questo caso le foto e i collages raccolti dall’autrice illustrano ampiamente il fenomeno e la tendenza.

Andare oltre la sentenza della Cassazione

8 febbraio 2012 in Senza categoria

Cosa è successo nei giorni scorsi?
Il due febbraio sulle agenzie di stampa e sui siti dei principali giornali viene pubblicata una notizia che, con varie modulazioni, afferma che la Cassazione ha deciso, per il reato di stupro di gruppo, la non obbligatorietà del carcere.
Ovviamente la notizia, per come è riportata, desta scalpore e indignazione e immediatamente sui social media e nei siti inizia il rilancio della cosa.

Compreso questo sito.

Nelle ore successive si è approfondita la questione, leggendo e capendo meglio cosa effettivamente dica la sentenza e soprattutto che non si riferisce alla pena ma alla custodia cautelare in carcere.
Abbiamo quindi deciso di pubblicare vari interventi che meglio spiegassero la situazione, interventi da cui è nato anche qui un interessante dibattito.

Dibattito che si è sviluppato moltissimo in rete e che ha dato il via a decine e decine di confronti e discussioni, smentite e
approfondimenti.

Cosa mi ha stonato allora?
Mi ha stonato che ad eccezione di alcuni interventi che sono voluti andare oltre, penso a Loredana Lipperini,Giovanna CosenzaBarbara SpinelliDaniela Lattarulo su questo sito, per citarne alcune, il tutto si sia fermato un attimo prima del nocciolo della cosa.
L’impressione che mi danno i tanti commenti, corretti e puntuali, che richiamano il “mondo delle donne”, “le femministe”, al compito di una corretta informazione, è quella di un grosso respiro di sollievo.

Sembra che in tanti stiano dicendo:
“Finalmente hanno fatto il passo più lungo della gamba! Finalmente hanno messo un piede in fallo e si sono sbagliate” e immediatamente il punto non è più parlare di un reato odioso come lo stupro e di come questo e con esso la violenza di genere in Italia sia praticamente negata, il punto diventa:
“E bè prima di parlare però informatevi!”

Forse però ad informarsi dovrebbe pensarci anche chi è pronto con la bacchetta in mano, così magari capirebbe perché basta una notizia mal riportata a scatenare tanta indignazione.

Perchè siamo in un paese in cui facciamo le crociate contro i campi Rom, poi però chiudiamo gli occhi davanti a dati che dicono che oltre il 60% delle violenze avviene in casa o in famiglia.

A me è successa una cosa particolare, ho reagito di pancia, ho pubblicato l’articolo sulla scia dell’indignazione, senza controllare e forse è stato utile farlo, perché ho sentito, in una maniera minuscola quasi infinitesimale rispetto a loro, il rovesciamento che tante donne o omosessuali devono vivere quotidianamente.

Ho sentito lo spostamento del problema, il rifiuto di parlare della violenza, di violenza maschile in principal modo, di violenza di genere e il nascondersi dietro all’errore per spostare la discussione per eluderla e non affrontarla.
Ed è una sensazione orribile, mi sono sentito spaesato non riuscendo a capire perché non si volesse parlare di stupro ma solo di legge.

Chiariamo, non sto dicendo che il punto sulla legge sia sbagliato o non andasse affrontato e chiarito, poi però bisogna andare oltre e utilizzare l’errore per stimolare una discussione non fermarsi lì.

Abbiamo bisogno di parlarne, abbiamo bisogno di parlarne principalmente con degli uomini. Ho bisogno che me lo si sbatta in faccia quanto sia radicato questo sistema di occultamento, perché con ogni probabilità se avessi ragionato un po’ di più e avessi aspettato a pubblicare quell’articolo ora anche io starei pontificando sulla necessità di informarsi.

 

Cinquemila firme per la dignità delle donne: parte l’ultimo lancio dell’appello alla Direttrice generale della RAI

7 febbraio 2012 in Senza categoria

Cinquemila firme per la dignità delle donne: parte l’ultimo lancio dell’appello alla Direttrice generale della RAI
Nato e cresciuto in rete, dal basso l’appello alla Direttrice generale della RAI Lorenza Lei per il servizio del TG1 sulla “Donna dell’Ariston” ha raccolto in pochi giorni 3.300 firme. Il video del servizio pubblicato sul canale “Donne e Media” di youtube ha avuto 62.000 visualizzazioni.
Segno evidente che l’uso improprio, distorto e umiliante dell’immagine femminile nei media indigna gli utenti della rete e i cittadini che vedono leso il proprio diritto ad una rispettosa e dignitosa comunicazione del femminile, soprattutto da parte del servizio pubblico della RAI che per primo in fatto di questioni di genere e Pari Opportunità dovrebbe dare il buon esempio, in particolare oggi che ai suo vertici siede una donna.
Lanciato da Associazione Pulitzer con il sostegno di Zeroviolenzadonne, Vita da Streghe, Lipperatura, Disambiguando, Il corpo delle donne, Un altro genere di comunicazione, Agoravox, Woman’s Journal, LSDI, Se Non Ora Quando, Le Vocianti- Associazione Donne Pensanti  l’appello ancora firmabile sul sito di Associazione Pulitzer http://www.associazionepulitzer.it/appello-al-direttore-generale-della-rai-lorenza-lei chiede un “risarcimento” di immagine e una presa di posizione pubblica contro questo servizio ( e non certo contro Ivana Mrazova) umiliante e offensivo ed uno spazio, all’interno di quello stesso TG delle 20.00, dove l’autore ed i due presentatori chiedano pubblicamente scusa alle donne italiane.
Ad oggi, e non a noi direttamente, è arrivata solo la sintetica dichiarazione di Vincenzo Mollica che si è espresso così: “Nessuna intenzione da parte del TG1 e mia personale di offendere le donne”.
Le associazioni sostenitrici pertanto, insieme a tutti i firmatari, chiedono a chi non avesse ancora sottoscritto di farlo al più presto a questo indirizzo http://www.associazionepulitzer.it/appello-al-direttore-generale-della-rai-lorenza-lei.
Mentre ai vertici della RAI fanno presente che non intendono fermarsi fino a quando non avranno ottenuto una risposta e una pubblica presa di posizione.

 

La Cassazione sullo stupro di gruppo: ecco per cosa vale la pena di indignarsi.

7 febbraio 2012 in Senza categoria

Rilanciamo l’articolo di Barbara Spinelli, comparso sul suo blog: http://femminicidio.blogspot.com/

Sono un’avvocata e sono una femminista. E sono indignata.
No, non per la famigerata sentenza della Cassazione, ma per come è stata raccontata dai media e commentata da esperti, politici e per le reazioni del movimento femminista stesso.
La disinformazione regna sovrana, circa l’effettivo significato ed il contenuto della sentenza.
Il populismo è il modo più semplice per raccogliere consensi cavalcando la disinformazione.
Il perché della mia voce fuori dal coro, ho cercato brevemente di spiegarlo nella puntata di Fahrenheitdi venerdi’. E ringrazio di cuore Loredana Lipperini per avermi dato la possibilità di farlo. Ma cercherò di essere ancora più chiara e più precisa.
Partiamo dall’inizio.
Con legge n. 94/2009 l’allora Ministero delle Pari Opportunità Carfagna modificava l’art. 275 co.3 c.p.p., introducendo l’obbligatorietà della custodia cautelare in carcere per chi fosse indagato, tra gli altri, anche per il reato di violenza sessuale.
Si trattò della classica modifica legislativa raccogli-consensi: come già commentato qui, era infatti solo un “palliativo” capace di “sedare l’opinione pubblica” a fronte dell’incapacità da parte delle Istituzioni di garantire adeguata protezione alle vittime donne e minori che scelgono di denunciare situazioni di violenza sessuale, atti sessuali con minorenne e prostituzione minorile.
Ma ai giuristi era evidente da subito che quella disposizione era microscopicamente incostituzionale.
Perché?
Perché –come già commentato qui nel lontano 2010- nel nostro ordinamento, l’applicazione delle misure cautelari è subordinata a specifiche condizioni di applicabilità (273 c.p.p.: gravi indizi di colpevolezza) ed a esigenze cautelari (274 c.p.p.: o esigenze probatorie o pericolo di fuga o pericolosità sociale). La custodia cautelare (cioè il carcere obbligatorio) può essere disposta solo come extrema ratio, quando ogni altra misura cautelare risulti inadeguata (275 co.3 c.p.p.).
L’unico caso in cui il nostro ordinamento prevede per legge “il carcere obbligatorio” come misura cautelare (e quindi il legislatore presume che chiunque viene accusato di questi reati è certamente talmente pericoloso e a rischio di fuga e capace di inquinare le prove che l’unica misura cautelare adeguata è il carcere) è per i reati di criminalità organizzata.
Per tutti gli altri casi (anche nel caso del più efferato omicidio volontario), spetta al giudice valutarese nel caso concreto se sussistono i requisiti richiesti dalla legge per applicare la misura cautelare all’indagato e stabilire quale misura cautelare è la più adeguata al caso concreto.
E’ proprio sulla base di questa logica di funzionamento del nostro sistema procedurale penale (ricordiamo gli art. 13, 24, 27, 28 e 111 Cost.) che la Corte Costituzionale, nel 2010, con la sentenza n. 265/2010 aveva, come era ovvio che fosse, dichiarato l’incostituzionalità della modifica normativa introdotta dalla Carfagna nella parte in cui introduceva il “carcere obbligatorio” per legge per tutti gli indagati per violenza sessuale.
Ma in realtà la sentenza non era così ovvia né per l’opinione pubblica, né per i politici pronti a cavalcarla. E infatti si sollevò un polverone analogo a quello sollevato oggi dalla sentenza di Cassazione.
Ancora una volta, a mio avviso un polverone:
a) molto preoccupante, dal punto di vista dello stato della democrazia nel nostro Paese
b) del tutto ingiustificato dal punto di vista del contenuto della sentenza e degli obbiettivi del movimento femminista
Mi spiego meglio.
a) E’ preoccupante se neppure chi siede in Parlamento ha percepito la gravità della modifica normativa che era stata approvata e il significato della sentenza della Cassazione. Perché? NON E’ UN CAVILLO LEGALE. E’ una questione di DEMOCRAZIA. Cosa ne pensate infatti se domani il legislatore si svegliasse, e scegliesse di introdurre per legge, a parte che per i reati di criminalità organizzata, il “carcere obbligatorio” per gli indagati, oltre che per stupro, anche per un qualsiasi altro reato, come la resistenza a pubblico ufficiale, o i reati di opinioneSe la modifica introdotta dalla Carfagna fosse stata giudicata legittima dalla Corte Costituzionale si sarebbe aperta una breccia nel sistema, che avrebbe consentito al legislatore di turno di utilizzare lo spauracchio della custodia cautelare in carcere prevista obbligatoriamente per legge per criminalizzare “il nemico” di turno. Pensate in una situazione di crisi che utile strumento di controllo politico delle manifestazioni di dissenso sarebbe stato introdurre la custodia cautelare in carcere obbligatoria per tutti i classici reati per cui solitamente vengono fermati i dimostranti…Ma per fortuna la Consulta c’è, anche se in questo Paese nessuno in questo caso pare essersi accorto della sua utilità. Tuttavia, se né la società civile, né il legislatore sono in grado di cogliere che una modifica normativa raccogli consensi è in grado di aprire una pericolosa breccia nel sistema, significa che siamo pronti per il fascismo, che potrebbe tornare in forme nuove trovandoci totalmente disarmati e incapaci di riconoscerlo (e quindi di combatterlo).
b) Che cosa diceva la sentenza della Corte Costituzionale nel 2010? Che non può essere il legislatore a prevedere “il carcere obbligatorio” per gli indagati per violenza sessuale, ma deve essere il giudice a valutare se nel caso concreto il carcere è l’unica misura adeguata. Che cosa dice oggi la Cassazione? Che il principio affermato dalla Corte Costituzionale nel 2010 si applica non solo agli indagati per violenza sessuale, ma anche agli indagati per violenza sessuale di gruppo.
Dov’è il problema? Il problema non sta nel contenuto della sentenza, ma nella macroscopica e colpevole ignoranza di chi la commenta.
· In primo luogo, perché non è affatto vero che con questa sentenza la Cassazione ha equiparato la violenza sessuale allo stupro di gruppo, ma ha semplicemente stabilito che il principio affermato dalla Corte Costituzionale (che l’obbligatorietà della custodia cautelare in carcere non può essere decisa dal legislatore ma va valutata caso per caso) per la violenza sessuale può essere applicato anche ai casi di violenza sessuale di gruppo
· In secondo luogo, perché sia prima della l. 94/2009, sia oggi, il giudice può, poteva e potrà mandare in carcere gli indagati per violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo, se ritiene esistenti le condizioni di applicabilità della misura e le esigenze cautelari.
Dobbiamo chiederci se lo fa, e se non lo fa perchè non lo fa.
Ecco allora dove sta il vero NOCCIOLO DEL PROBLEMA.
1) IL PROBLEMA VERO E’ NEL RENDERE I MAGISTRATI CAPACI DI RICONOSCERE IL DISVALORE DELLA VIOLENZA DI GENERE E DUNQUE IN GRADO DI ADOTTARE TUTTE LE MISURE CAUTELARI ADEGUATE A PROTEGGERE LE DONNE DALLA RIVITTIMIZZAZIONE (INCLUSA LA CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE DEGLI STUPRATORI).
Il problema non è quindi avere una legge che obblighi i magistrati a mandare in carcere tutti gli indagati per violenza sessuale, ma è avere dei giudici in grado di cogliere il disvalore di questi reati e capaci quindi di applicare anche in queste ipotesi la misura della custodia cautelare in carcere.
Ce lo dobbiamo mettere in testa: salvo voler minare il nostro sistema democratico alle sue fondamenta, non possiamo prevedere per legge il carcere obbligatorio (come misura cautelare) per gli stupratori (o meglio per gli indagati per violenza sessuale). Non dobbiamo neanche desiderarlo.
E’ facile essere giustizialisti e populisti e volere tutto e subito per legge, ma questo certo non aiuta a cambiare quella mentalità patriarcale che costituisce la ragione della violenza sessista e dell’impunità di chi la commette.
Nel 2010 qui commentavamo così la sentenza della Corte Costituzionale:
“Si deve prendere atto che in Italia c’è un diffuso clima culturale sessista che permea non solo chi commette questi reati, ma qualche volta anche chi è chiamato a decidere sugli stessi.

Molto spesso ad esempio nei reati di violenza sessuale la valutazione della gravità della condotta è sempre più ravvisata quando l’azione è commessa da un estraneo e su strada; al contrario, per le violenze che avvengono all’interno delle relazioni di lavoro, familiari, amicali, molto spesso viene riconosciuto un minore disvalore sociale, che a volte si traduce addirittura nella applicazione di una pena nei limiti della sospensione condizionale. Quale tutela per queste donne? Ovvero, quale tutela per la maggior parte – statisticamente parlando – delle vittime di violenza sessuale?
Detto questo, non si può pensare che il problema si risolva prevedendo la carcerazione come obbligatoria: il problema è culturale, e si risolve da un lato decostruendo gli stereotipi patriarcali sul ruolo della donna all’interno della società, e dall’altro con una adeguata formazione.
E’ tempo, anche in Italia come nel resto dell’Europa, di iniziare ad approcciare al gravissimo fenomeno criminale della violenza maschile sulle donne non soltanto attraverso l’utilizzo dello strumento penale, ma anche migliorando ed implementando l’utilizzo della l. 154/2001 e dunque degli ordini di allontanamento, fornendo ascolto e supporto effettivo, anche e soprattutto in termini psicologici ed economici, alle donne che denunciano di essere vittime di tali crimini durante la fase delle indagini e del procedimento penale.
E’ necessaria una formazione adeguata per valutare la situazione di rischio specifico che la donna corre nel momento in cui sceglie di denunciare la violenza che subisce.
Anziché imporre ai magistrati la carcerazione obbligatoria dell’indagato è decisamente più opportuno provvedere alla formazione specifica delle forze dell’ordine e della magistratura affinché venga garantita la protezione delle vittime di tali reati, con un uso adeguato di tutte le misure cautelari previste dal nostro ordinamento.
Questo richiede molte più risorse ovviamente, forse è per questo che nessuno ha il coraggio di parlarne.
Ma è questo quello che le donne che denunciano si aspettano: non vendetta, ma protezione, e il ritorno a una vita libera dalla violenza. Questo è diritto fondamentale che lo Stato ha l’obbligo di garantire sì, ma con gli strumenti adeguati.
L’incolumità psico-fisica della vittima non trova la sua massima tutela nella privazione obbligatoria per legge della libertà dell’indagato, ma in una rete di protezione che è obbligo del Governo prevedere, garantire e attuare”.

Il vero obbiettivo dunque è quello di proteggere le vittime di violenza sessuale (più in generale: di violenza di genere) dalla rivittimizzazione, ma senza leggi speciali, senza rivendicare con forza l’utilizzo di un “diritto speciale del nemico” (è un orrore che sia anche il movimento femminista a chiedere questo!).
iniziamo a chiedere quello che è giusto chiedere per il raggiungimento dei nostri obbiettivi.
Iniziamo a chiedere alle Istituzioni di far fronte alla loro responsabilità di proteggere in maniera adeguata le donne vittime di violenza di genere (e dunque anche le vittime di stupro).
Al posto di gridare allo scandalo per sentenze che in sé nulla hanno di scandaloso, io porrei le seguenti domande alla Ministra della Giustizia.
1) Esistono statistiche circa le misure cautelari applicate nei confronti di indagati per violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo (ma aggiungerei anche in caso di maltrattamenti)? In quanti casi è stata applicata la custodia cautelare in carcere?

2) Nei casi in cui non è stata applicata la misura della custodia cautelare in carcere, come è stata assicurata la protezione della persona offesa dal rischio di rivittimizzazione? In quanti casi la vittima ha presentato ulteriori denunce per stalking, molestie, o altri reati nei confronti del soggetto indagato lasciato a piede libero? Quali misure sono state adottate in questi casi? In quanti casi la donna è stata uccisa dal soggetto già denunciato e sottoposto a misure cautelari diverse dalla custodia in carcere?
E’ evidente che questi dati non esistono..
Ma se esistessero, andrebbero analizzati e di quei dati dovrebbe essere fatto tesoro. Di certo confermerebbero che la scarsa applicazione della custodia cautelare in carcere nei confronti degli indagati per violenza sessuale (salvo che si tratti di stranieri, per i quali il pericolo di fuga molto spesso giustifica più facilmente la misura) –ma più in generale per reati che rientrano nella violenza di genere- trova spiegazione nella difficoltà da parte dei magistrati di ri-conoscere il disvalore sociale di queste condotte e di valutarle adeguatamente ai sensi degli art. 274 lett. c) e 275 c.p.p.
Un giudice in grado di riconoscere il disvalore della violenza sessuale, di valutare la pericolosità dell’aggressore sessuale (ma lo stesso discorso vale per i maltrattatori) utilizzando anche i sistemi di valutazione del rischio esistenti, è un giudice in grado di disporre immediatamente l’arresto dell’indagato per stupro e di motivare adeguatamente l’ordinanza con cui dispone la custodia cautelare in carcere.
E’ su questo che si deve lavorare.
Per questo occorre una formazione specifica e sistematica della magistratura su come riconoscere la violenza di genere, e attraverso quali metodi valutare la pericolosità sociale di questa categoria di aggressori e le specifiche esigenze di protezione della persona offesa.
Il Comitato ONU per l’applicazione della CEDAW, nella raccomandazione n. 26/2011 al Governo italiano si è definito preoccupato “per il persistere di attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica” e ritiene che l’elevato numero di femminicidi possa “indicare il fallimento delle Autorità dello Stato-membro nel proteggere adeguatamente le donne, vittime dei loro partner o ex-partner”.
Anche la Relatrice speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, in gennaio in visita ufficiale in Italia, ha osservato che:
la violenza domestica risulta essere la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne in tutto il paese. Il continuum della violenza tra le mura domestiche si riflette nel numero crescente delle vittime di femminicidio: dalle statistiche fornite risulta che, nel 2006, 101 donne sono state uccise dal partner, dal marito o dall’ex partner, e il dato per il 2010 è aumentato a 127. Gran parte delle manifestazioni della violenza non viene denunciata in un contesto caratterizzato da una società patriarcale e incentrato sulla famiglia; la violenza domestica, inoltre, non sempre viene percepita come reato; emerge poi il tema della dipendenza economica, come pure la percezione che la risposta dello Stato a tali denunce possa non risultare appropriata o utile. Per di più, un quadro giuridico frammentario e l’inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle donne vittima di violenza sono fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema“.

Per questo motivo, il Comitato CEDAW ha raccomandato alle Istituzioni italiane di attuare entro due anni, tra le altre, le seguenti misure per il contrasto alla violenza di genere:

– racc. 27b/2011: assicurare che le donne vittime di violenza abbiano immediata protezione, compreso l’allontanamento dell’aggressore dall’abitazione, la garanzia che possano stare in rifugi sicuri e ben finanziati su tutto il territorio nazionale; che possano avere accesso al gratuito patrocinio, alla assistenza psico-sociale e ad un’adeguata riparazione, incluso il risarcimento;
– racc. 27c/2011: assicurare che i pubblici ufficiali, specialmente i funzionari delle Forze dell’ordine ed i professionisti del settore giudiziario, medico, sociale e scolastico sistematico ricevano una sensibilizzazione sistematica e completa su tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle bambine;
– racc. 27d/2011: migliorare il sistema per un’appropriata raccolta dei dati relativi ad ogni forma di violenza nei confronti delle donne, compresi dati relativi alla violenza domestica, alle misure di protezione, alle azioni penali ed alle sentenze di condanna.
A mio avviso quindi la società civile dovrebbe rimodulare le proprie istanze, chiedendo un impegno concreto e strutturale di tutte le Istituzioni per la protezione delle donne vittime di ogni forma di violenza maschile.
2) PROBLEMA NON MENO GRAVE E’ LA DISINFORMAZIONE, CHE ALIMENTA DERIVE POPULISTE E STRUMENTALIZZAZIONI POLITICHE SUL TEMA DELLA VIOLENZA DI GENERE.
Sicuramente un’adeguata informazione sui contenuti e sul significato della sentenza della Corte Costituzionale del 2010 e della Cassazione del 2012 avrebbero impedito lo stravolgimento del significato e di conseguenza la deriva populista e giustizialista dei commenti di politici e opinione pubblica.
Anche su questo punto, torna prepotente il tema della decostruzione degli stereotipi patriarcali e della formazione di genere degli operatori del diritto, dei servizi, della sanità….ma anche dei giornalisti! Colpevoli, in questo caso, di una sorta di femminicidio simbolico, perchè sicuramente hanno causato attraverso una falsa notizia (equiparazione dello stupro allo stupro di gruppo / niente carcere per gli stupratori) una ulteriore sfiducia di molte donne (e uomini) nella giustizia italiana e dunque nell’efficacia della denuncia penale di questi reati.
Ma forse il problema di fondo è a monte, in noi che riceviamo questa notizia, e dell’uso che ne facciamo.
Tutti/e sono bravi/e (e si divertono) a gridare al lupo al lupo per farlo scappare, ma nessuno/a è davvero interessato a costruire la trappola giusta per acchiapparlo?
Donne, femministe, ma voi siete interessate? O vogliamo ancora limitarci all’indignazione (e a questo punto almeno facciamo che sia per qualcosa di fondato…)?
Vero è che l’indignazione comunque è un “segnale”, come bene dice Giovanna Cosenza qui, e Lorella Zanardo qui, ma forse è arrivato anche il tempo di passare oltre, ed organizzarci per la rivendicazione di azioni strutturali ormai improrogabili.
Siamo pronte???
Info sull’autrice dell’articolo

Barbara Spinelli
Avvocata e attivista per i diritti delle donne.

La sua attività è centrata sulla violenza contro le donne (violenza domestica, matrimoni forzati, violenza per motivi d’onore, persecuzione di genere, femicidio e feminicidio) e sull’implementazione nella legge nazionale dei diritti delle donne.

Ha tenuto svariate lezioni sui temi legati ai diritti delle donne e alla violenza di genere per diversi soggetti istituzionali e privati: avvocati, forze dell’ordine, operatori sociali e insegnanti.

Nel 2011 ha scritto e presentato la sezione italiana del Rapporto Ombra in occasione della quarantanovesima sessione del CEDAW (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) come rappresentante dell’ONG Italiana “30 anni del CEDAW-lavori in corso”

È stata invitata a New York,  per presentare il rapporto su “Femicidio e Feminicidio in Europa” all’UNFPA – United Nations Population Fund.

È inoltre autrice del libro “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionle”

La quattordicesima donna uccisa

6 febbraio 2012 in Senza categoria

La quattordicesima vittima di violenza maschile si chiama, Domenica Menna,  24 anni:   è stata uccisa il 4 febbraio scorso a Parma. Il suo ex compagno dopo un appostamento l’ha inseguita  e le ha sparato, poi si è suicidato. Non accettava la fine della relazione. A Roma la scorsa settimana,  un uomo ha ucciso il figlio di due anni, gettandolo nel Tevere.  Ha voluto punire la compagna dopo una lite.

Dopo questi atroci delitti seguono da parte delle istituzioni le dichiarazioni di adottare misure efficaci, di approvare interventi per affrontare  la violenza maschile sulle donne. Nel frattempo il numero di femminicidi aumenta ogni anno  mentre  le istituzioni  tagliano le risorse finanziarie che erano state destinate al problema.

L’anno giudiziario  aperto nel 2012, ha denunciato   un aumento dei casi di violenza: stalking. maltrattamenti familiari e stupri di gruppo. La violenza maschile  sta diventando emergenza sociale nel nostro Paese, anche se persiste la tendenza a rimuovere o a normalizzare il fenomeno: la violenza alle donne  viene decodificata come un destino naturale; sulle vittime viene fatta ricadere da una parte la responsabilità di evitare la violenza quando si tratta di uno stupro, e  la responsabilità di “uscire dal silenzio”,  quando si tratta di violenza familiare; l’incoraggiamento a denunciare è un invito sospeso nel vuoto delle politiche  a sostengo di coloro che ne sono colpite. Le condizioni nelle quali vivono le vittime di violenza sono del tutto ignorate: dipendenza economica dagli autori del maltrattamento, grave carenza di strutture di accoglienza  per donne e minori vittime di violenza familiare; la scarsa formazione da parte delle forze dell’ordine che troppe volte invitano le donne a non “rovinare il padre dei loro figli”, o a non “istigare” l’ira del marito, crea una seconda vittimizzazione; infine l’incapacità di leggere il fenomeno della violenza familiare  nelle aule dei tribunali nega la  giustizia e la tutela dei  diritti.

Le iniziative realizzate spesso sono solo di facciata: gli spot di comunicazione sociale sono  spesso sbagliati sul piano del linguaggio e delle immagini e paradossalmente alimentano gli stereotipi e i pregiudizi sulla violenza alle donne; la redazione di protocolli di intervento  e buone prassi concordate tra servizi sociali, forze dell’ordine e associazioni di volontariato sulla spinta di iniziative seppur dettate da buona volontà, sono estemporanee e non strutturate.

Nello stesso tempo i centri antiviolenza chiudono o sono costretti a ridurre gli interventi ed attività a sostegno delle vittime di violenza a causa dei tagli ai finanziamenti, oppure per esaurimento di risorse umane perché operano per anni e anni solo contando sulla forza del volontariato.

La scorsa estate la relazione del comitato Ombra sull’applicazione della Cedaw – la Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione sulle donne, adottata dall’Onu nel 1979 e a cui l’Italia aderì negli anni ’80 –  ha denunciato delle resistenze ad attuare le raccomandazioni per affrontare le discriminazioni . Dal rapporto è emerso  il ritratto di  un Paese misogino, arretrato e bloccato in una sorta di involuzione del rapporto uomo-donna, dove nemmeno le  vittime di violenza sessuale riescono a trovare pieno rispetto e giustizia.  Non esiste ancora nell’ordinamento giuridico italiano una definizione corretta della violenza di genere, né tantomeno una raccolta di dati statistici nazionali sui femminicidi e il maltrattamento familiare.

La scarsa o inesistente volontà politica di apportare cambiamenti lascia terreno fertile alla esplosione di situazioni di violenza o discriminazione.

Oggi,  6  febbraio 2012  ricordiamo la quattordicesima donna, e  un bambino di due anni assassinato dal padre in nome di un diritto – potere di vita e di morte ancora lontano dall’essere sconfitto.

Dal Blog – il porto delle nuvole

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