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Massimo Fini: un desolato analfabeta nell’anima

31 marzo 2012 in Senza categoria

Infine, anche se il campo è minatissimo perché  attiene proprio alla libertà individuale, troppo spesso le ragazze di oggi i comportano da ‘vispe terese’. Citerò, per tutti, il caso, di qualche anno fa, di tre donzelle che, sulle montagne di Abruzzo, passarono tutte sculettanti davanti a un pastore di pecore macedone che, non sapendo né leggere né scrivere, ma riconoscendo solo i propri istinti, le inchiappettò. Girare al largo dei ‘pastori macedoni’, pieni di alcol e coca, con i freni inibitori abbassati come le loro brache, che circolano nelle zone d’ombra intorno alle discoteche, non è pruderie moralistica, ma elementare prudenza”. (dal blog di Massimo Fini, L’ossessione per la donna)

Con queste parole, Massimo Fini, suscitando indignazioni da parte di lettrici e lettori, ha concluso un articolo scritto sul suo blog sabato scorso,   riferendosi ad una puntata di Agorà a cui aveva partecipato sul tema della violenza alle donne.

Ieri se ne è scusato in  un articolo  sul blog del Fatto quotidiano intitolato Chiedo scusa ai lettori: non sapeva che due delle tre donne aggredite erano state uccise.  Se fossero rimaste in vita potevano essere dileggiate allegramente? Ricordo che nell’ articolo Stupratori di tutto il mondo, unitevi!  scritto l’estate scorsa dopo l’arresto di Strauss Khan aveva dissertato sulla differente gravità tra  una rapina ed un rapporto orale imposto. (Insomma il denaro sarà pure sterco del demonio ma vale più dell’integrità del corpo e della mente di una donna).

Eppure le parole scritte da Massimo Fini sabato scorso, sono state talmente goffe e brutali da credere difficilmente che siano state scritte in malafede:  vispe terese sculettanti e le inchiappettò ,  conati volgari e goliardici per descrivere le vittime e la  violenza di uno stupro.  Un vocabolario in cui è del tutto assente la capacità di dire e raccontare la violenza maschile sulle donne non solo con le parole adatte ma con le emozioni ed i sentimenti adatti. Un desolante analfabetismo nell’anima.

La chiusura di quell’articolo  non solo dimostra una totale assenza di percezione  emotiva che con lo stupro e il  femicidio ci sia una donna straziata dal dolore e dalla morte, una donna destinata tuttalpiù a sopravvivere dopo la violenza. Una donna che lascia  con la sua morte fisica o psicologica un vuoto di affetti e di relazioni.

Ma rivela anche  una profusione disarmante di luoghi comuni e pregiudizi sullo stupro e sulla violenza alle donne. Lo stupro (e quante volte lo dovremo ripetere, quante? ) nasce  dalla volontà di annichilimento  e umiliazione delle vittime e sono gli stessi stupratori a raccontarlo: ininfluente l’aspetto fisico o l’età della vittima, ininfluente la circostanza, solo la necessità di identificare una vittima da colpire con rabbia e distruttività. Il corpo della vittima è solo un mezzo e il sesso maschile è l’arma usata per colpire.

Eppure siamo ancora qui a dover leggere stancamente, opinioni logore ed errate che raccomandano prudenza alle donne che si avventurano in strade buie o davanti alle discoteche, dove ad attenderle  c’è il “mostro” in agguato, quando si sa che statisticamente le donne sono vittime di violenza e aggressioni sessuali soprattutto tra le mura domestiche e lo stupratore possiede le chiavi di casa. E si sa che anche gli stupri da parte di sconosciuti colpiscono donne di tutte le età e a qualunque ora del giorno.

Resta la magra consolazione delle scuse, rivolte però solo ai lettori; le lettrici sono rimaste  innominate e rimosse nell’universo di Massimo Fini: se imparasse a declinare il femminile in tutte le sue forme psicologiche e grammaticali forse la sua anima imparerebbe a parlare non solo delle donne ma anche e soprattutto alle donne.

Festa di compleanno di Frequenze di Genere: vi aspettiamo!

30 marzo 2012 in Senza categoria

Care ascoltatrici e cari ascoltatori,

siamo felicissime di invitarvi alla festa in occasione del
PRIMO COMPLEANNO DI FREQUENZE DI GENERE!

Era il 28 marzo 2011 quando, per la prima volta, si sono diffuse nell’etere le nostre voci: iniziava quel giorno un progetto che nel corso di quest’anno ci ha dato la possibilità di scoprire temi, prospettive, punti di vista e realtà anche molto differenti tra loro. Tante sono le persone con cui siamo entrate in contatto, con alcune  solo virtualmente, con altre abbiamo avuto l’opportunità di conoscerci di persona: incontri che si sono rivelati sempre intensi, fruttuosi, significativi.

La dimensione radiofonica ci piace molto, ma non ci permette quel contatto diretto, fisico, quel parlarsi e discutere guardandosi negli occhi, componente essenziale per un progetto come il nostro, che per crescere ha bisogno di nutrirsi anche delle vostre impressioni, opinioni, domande, riflessioni, suggerimenti, curiosità.

Ecco dunque l’occasione per conoscersi, chiacchierare, approfondire il nostro progetto e, se vorrete, sostenerlo: vi aspettiamo venerdì 30 marzo dalle 18 alle 21 presso la Libreria delle Donne in via S. Felice 16A a Bologna.

Segnatevelo sull’agenda e spargete la voce!

A prestissimo!
Mari, Giulia, Anna, Angela

Bellezze: femminile, plurale

19 marzo 2012 in Senza categoria

Su Frequenze di Genere torniamo a parlare di bellezza femminile, anzi di bellezze, al plurale.
Perché nonostante in ogni pubblicità, servizio fotografico, passerella continuino a sbatterci  violentemente in faccia l’esistenza di un canone di bellezza ben preciso, solo e indiscutibile, noi vogliamo sgretolare la robustezza granitica di questo concetto unico per mostrare come la parola “bellezza” possa essere declinata in un’infinità di modi differenti.

Charlotte Brontë a metà dell’ Ottocento scriveva che “la bellezza è negli occhi di chi guarda”: una frase semplice e perfetta, illuminante. Ma come fare se i nostri occhi sono stati avvelenati dalla ripetizione continua ed omologata di un modello di bellezza inesistente? Se la nostra mente intossicata non riesce a smettere di anelare ad un corpo che non ci appartiene?

Se anche voi presentate qualcuno di questi sintomi, niente paura! Qui a Frequenze di Genere abbiamo l’antidoto giusto per voi, ovvero assumere le nostre due puntate sul tema della bellezza “curvy”!

La prima contiene un’intervista a Martina Liverani, blogger e curatrice della rubrica “Thinking Curvy” di Vogue Italia.

Nella seconda la regista Teresa Iaropoli ci ha raccontato “Pesami l’anima“, un documentario che indaga in maniera delicata ed emozionante il tema del rapporto con il proprio corpo.

Aspettiamo di conoscere i vostri effetti collaterali

La redazione

Parla con lui: due anni di esperienza del CAM di Firenze

14 marzo 2012 in Senza categoria

Ho un lupo in una gabbia e ne possiede le chiavi: sono le  parole  per raccontare  che cosa accade dentro di sè, quando si fa violenza su una donna.  Parole dette da un uomo al  Cam di Firenze,  il primo centro  in Italia rivolto ad  uomini con comportamenti violenti.

Fondato a Firenze nel 2009, è nato “dalla costola”  del centro antiviolenza Artemisia che sostiene donne vittime di violenza  e che ne  ha promosso il progetto.  Oggi  il cam è un’associazione autonoma con quattordici soci, la presidente Alessandra Paunz ed il coordinatore del progetto, Mario de Maglie, psicoterapeuta.

Sono state 171 i contatti telefonici  ed 81 gli uomini che  hanno chiesto una consulenza. Una parte di loro ha  deciso di intraprendere un percorso di cambiamento.  Come si lavora con uomini che agiscono violenza nella coppia ce lo spiega Mario de Maglie:

Il primo passo viene mosso spesso quando la compagna finisce al pronto soccorso,   trova accoglienza in un centro antiviolenza o è  intervenuta la polizia.  A volte è proprio la donna che contatta per sapere  se possiamo occuparci del compagno ma il centro prende in carico l’uomo solo se l’iniziativa parte da lui;  altre volte sono gli stessi autori delle violenze a chiamare.  Li spinge  la paura di perdere la famiglia ed i figli.  Prendono contatto anche grazie al nostro sito: telefonano da Firenze, dalle città della Toscana ma anche da altre regioni.  Purtroppo l’Italia è arretrata  rispetto all’Europa per la diffusione dei cam.  Il primo centro di ascolto per uomini maltrattanti sorse negli Stati Uniti negli anni ’70  per poi diffondersi come esperienza nel nord Europa. In Italia ancora oggi,  i luoghi di ascolto per uomini  si contano sulla punta delle dita.  Da poco  ha aperto  a Modena, il primo cam all’interno di un servizio pubblico, poi ci sono centri a Milano,  Rovereto,  Roma e a Torino. Fortunatamente   c’è molto fermento e altre realtà dovrebbero nascere a Bologna e a Ferrara, anche se le difficoltà sono molte per la carenza di finanziamenti  adeguati.

Il profilo dell’uomo che agisce violenza   coincide con  quello delineato dai cav (centri antiviolenza che accolgono donne vittime): gli autori della violenza appartengono a tutte le fasce sociali, hanno diversi gradi di istruzione, sono operai, impiegati, professionisti. Uomini che possiamo incontrare tutti i giorni. Non necessariamente hanno precedenti penali per reati legati alla criminalità. Se hanno problemi di dipendenza di alcol o droga prima devono affrontare quello, perché  la sostanze psicotrope alterano il comportamento quindi qualunque intervento di controllo della violenza sarebbe vanificato.

Ci hanno chiesto aiuto uomini tra i diciassette ed i sessantacinque anni. E’ più facile che ad intraprendere il percorso siano uomini dai quaranta anni in poi, perché  hanno relazioni di più lunga durata  e soprattutto hanno figli. I giovanissimi o uomini con relazioni occasionali o di breve durata, tendono ad investire meno nella relazione e anche se la partner li lascia,  evitano più   facilmente il  problema. Il percorso prevede almeno cinque colloqui individuali fatti con un uomo,  poi si apre il percorso nel gruppo, condotto da un uomo e da una donna, la cui durata è di almeno un anno.  La nostra esperienza è molto positiva. Dopo i primi colloqui la violenza fisica cessa quasi subito e la maggioranza degli uomini che stiamo seguendo sono ancora insieme alla compagna. Ma per cominciare è  fondamentale un’assunzione di responsabilità e la consapevolezza di avere un problema. Non esiste alcun comportamento della partner che possa giustificare una violenza fisica o psicologica o qualunque forma di maltrattamento.  La cosa interessante è che gli stessi autori delle violenze sono così condizionati dagli stereotipi con cui si rappresenta un autore di violenze, come  una bestia o  un bruto, che talvolta al momento di inserirsi  nel gruppo, ci hanno domandato che tipo di uomini avrebbero incontrato. Un altro aspetto fondamentale del nostro lavoro è il coinvolgimento della partner.  La contattiamo per verificare se la violenza è cessata, perché  chi agisce il maltrattamento tende a minimizzare o a mentire sui propri comportamenti, e soprattutto la avvisiamo se il partner ha interrotto gli incontri  perché  il quel caso potrebbe ripresentarsi il rischio di violenze. 

Difficoltà di affrontare  il conflitto e di reggere la frustrazione nella coppia e scatta la violenza come mezzo di soluzione del conflitto. Paradossalmente dove c’è violenza non è possibile  vivere  una relazione autentica accettando  il conflitto che  fa parte  di un  rapporto vitale e maturo.

Quando ci chiedono di essere curati rispondiamo che non esiste medicina,  perché  si cura ciò che non è possibile controllare e  di cui non si ha responsabilità.  Invece della violenza  si è responsabili, è sempre una scelta.  L’obiettivo non è reprimere le emozioni come la rabbia e la frustrazione, ma  riuscire a gestirle per non fare del male.  Non è eliminando il conflitto che si può risolvere il problema della violenza perché il conflitto esisterà sempre nella relazione. I comportamenti si possono controllare. Un modo? Il time out. Prendere tempo. Quando la tensione sale, uscire di casa e  allontanarsi dalla compagna. Ma soprattutto imparare ad esternare e ad esprimere, sentimenti , bisogni e  stati d’animo, comunicare quando  si ha bisogno di stare soli, così come è importante dire alla compagna quando si ha paura di non riuscire a controllarsi.

Chiudere quella gabbia e liberare le proprie relazioni  dalla violenza è sempre una scelta che è possibile fare.

Per informazioni

Associazione Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti Onlus

via Enrico il Navigatore 17 ; 50127 Firenze  

cell. 339.89.26.550

www.centrouominimaltrattanti.org

 

L’8 marzo degli uomini

8 marzo 2012 in Senza categoria

Rilanciamo l’articolo apparso sul manifesto di Oggi

SCRITTO DA STEFANO CICCONE, CLAUDIO VEDOVATI – IL MANIFESTO | 08 MARZO 2012

QUESTIONE MASCHILE

Le date sono importanti, ma è importante anche come le usiamo. L’8 marzo di per sé è una data a rischio, perché quello a cui rimanda è cosa che ci riguarda tutti i giorni dell’anno: non solo e non più l’emancipazione delle donne, ma la qualità delle relazioni tra uomini e donne, che è qualità costitutiva di ciò che chiamiamo una società. Per questo possiamo anche correre il rischio che l’8 marzo sia ridotto a retorica, ma diciamo che ci preoccupa molto di più l’insofferenza diffusa nei suoi confronti.  Come l’insofferenza verso il politicamente corretto è divenuta alibi per dare sfogo al politicamente indecente, oggi il rifiuto del rito dell’8 marzo nasconde anche l’insofferenza verso una domanda che mette in discussione il nostro modo, di noi uomini, di stare al mondo, le nostre tranquille categorie di lettura della realtà.

L’8 marzo nella nostra memoria corrisponde alla sorpresa di non trovare la donna dove l’abbiamo collocata. Anche una festa, sì: una trasgressione dell’ordine delle cose; la scoperta di una libertà femminile e di una presenza delle donne nel mondo che ha cambiato le nostre vite e l’immagine di noi stessi, che ha messo fine allo sguardo universale e neutrale che avevamo interiorizzato come uomini, che ci ha posto un limite e fatto delle domande. Un blog di donne lanciava l’idea «a noi la festa a voi la parola».

Parliamo, dunque. E prima di tutto della violenza di genere, per cancellare ogni equivoco. Dall’inizio dell’anno 37 uomini hanno ucciso la propria compagna, la propria vicina di casa, la donna che aveva deciso di andarsene. Ma le uccisioni sono solo l’espressione estrema di un universo di violenze, abusi, minacce, ricatti. Paradossalmente più enfatizziamo i casi più efferati e più alimentiamo la percezione che la violenza di genere sia estranea alla nostra quotidianità: la releghiamo ai margini convinti che non ci riguardi ridotta a impazzimento o frutto di culture arcaiche ed estranee.

Violenza di genere, cioè violenza sessuata, di uomini su donne, una violenza che non può essere ridotta neanche a patologia, ad anormalità, a mostruosità. Essa affonda le radici ed è espressione, invece, di una normalità, che ci riguarda proprio in quanto uomini. In quest’ordine il desiderio femminile è cancellato e la donna ridotta a corpo disponibile per un desiderio maschile che si dà senza relazione. E’ lo stesso ordine che espropria il corpo delle donne riducendolo a «funzione materna», cancellandone la soggettività e le relazioni che la costituiscono.

Non c’è modo migliore e più “normale” di cancellare la dimensione sessuata della violenza se non parlando di “amore”, facendo ricorso alla categoria dell’omicidio passionale. Come notava anche Michele Serra in un articolo su La Repubblica del 6 marzo: «passione e amore non c’entrano, c’entrano il potere, il terrore di perderlo, l’odio della libertà».

Quel che tutti noi uomini dovremmo cambiare è il nostro linguaggio «interiore», quello che usiamo per dire di noi stessi, del mondo e della realtà. Dovremmo indagare l’idea di passione maschile e chiederci perché la nostra idea dell’amore è così spesso contigua al controllo e al dominio e ostile alla libertà dell’altra. Il manifesto, più di altri, ha mostrato come la violenza di genere, i rapporti tra i sessi siano questione tutta politica che riguarda i poteri, le culture, i saperi. E come il «berlusconismo» sia un pensiero di sistema e non un’eccezione. Oggi il risentimento maschile, il revanscismo, la reazione frustrata di molti uomini assumono sempre più visibilità politica, diventano fatti collettivi. Contemporaneamente, i modelli virilisti colonizzano anche l’immaginario delle culture radicali. In questo senso la violenza nelle relazioni di intimità, l’ostentazione di una sessualità bulimica e predatoria è segno di una crisi maschile che riguarda tutti.

Occorre una risposta politica che sia anche una critica dei modelli maschili. Occorre che la scena pubblica, tanto quanto le relazioni private, diventi il luogo dove gli uomini comincino a parlare partendo da sé, mettendo in discussione la propria passione per il potere. Non dobbiamo, noi uomini, solo affrontare la responsabilità di una crisi maschile che rischia di essere rovinosa ma ancor di più cogliere l’occasione di libertà e di trasformazione offerta quotidianamente dalla libertà delle donne. L’8 marzo ci ha già cambiato in molti, può cambiarci tutti.

Violenza, discriminazioni e 8 marzo

8 marzo 2012 in Senza categoria

Sono trentadue le donne uccise in Italia dall’inizio dell’anno insieme ad otto dei loro congiunti. Figli, fratelli, madri:uccisi insieme a loro o per vendetta.

Da questo nero elenco mancano le donne scomparse, quelle i cui corpi affiorano dopo anni in qualche fossa, discarica o bosco, e che sono irriconoscibili.

Mancano anche i nomi di quelle che dopo anni di maltrattamento si suicidano anche indirettamente con l’abuso di alcol, droga, farmaci a cui si aggrappano per sopravvivere alle violenze.

La violenza sulle donne e il femicidio sono in aumento costante dal 2005 mentre diminuiscono gli omicidi legati alla criminalità. Nel 1992 rappresentavano “solo” il 15% degli omicidi totali e nel 2006, i femicidi, sono arrivati ad essere il 26%.

Negli ultimi sette anni sono state 687 le donne uccise: 127 donne nel 2010, 137 donne nel 2011. L’Italia che già si distingue in negativo con il 74° posto per condizione di vita delle donne, non ha ancora istituito un osservatorio anzionale sulla violenza alle donne mentre il piano nazionale sulla violenza non è ancora diventato legge.

In questo scenario i centri antiviolenza ed i servizi come ad esempio lo sportello dell’associazione Befree aperto 24 ore al giorno al San Camillo di Roma, chiudono o sono depotenziati per mancanza di finanziamenti o accade che i fondi destinati ad essi, sono devoluti alla curia, come è accaduto in Abruzzo.

Va male anche sul fronte della comunicazione. La stampa e la televisione attraverso messaggi pubblicitari, veicolano l’immagine delle donne come corpi inerti, svuotati di soggettività da usare sessualmente o su cui usare violenza. L’associazione Donne pensanti ha realizzato lo scorso anno, un video La vie en rose, con una galleria di immagini che lascia senza parole. Un messaggio svilente arriva nelle nostre case anche con i programmi della tv-pazzatura: la “bella silente” o “bella oca” è il modello di donna che viene proposto in maniera quasi ossessiva, con seni, glutei e gambe sempre in mostra.

E quando i media si occupano della denuncia del fenomeno della violenza sulle donne adoperano un linguaggio che occulta la matrice culturale del fenomeno: quella di una società patriarcale in crisi irreversibile che è incapace di accettare e riconoscere la libertà delle donne e la dignità delle donne.

Proprio ieri Michele Serra, nel suo inserto l’Amaca a proposito del linguaggio dei telegiornali ha scritto:

Perché gratificare di ‘passione’ questo nazismo maschile che ogni anno produce, solo qui in Italia, un vero e proprio olocausto di femmine soppresse solo perché non vogliono più appartenere (come bestie, come cose) ad un padrone, e per giunta ad un padrone violento? ’O mia o di nessuno’ dice il boia di turno ed è la perfetta sintesi di una cultura arcaica e mostruosa..

Il linguaggio adoperato infatti è sempre quello: delitti passionali, raptus di gelosia, oppure la parola violenza o stalking sparisce inghiottita dentro le parole violenti litigi, o rapporto conflittuale.

Tale arretratezza culturale nel narrare o rappresentare la violenza sulle donne si riflette anche nell’inadeguatezza della politica italiana a fronteggiare il fenomeno.

Le misure fino ad adesso adottate dai governi vanno nella direzione di rafforzare la sicurezza delle donne, invece, si avrebbe bisogno di affrontare la questione da un punto di vista politico e culturale mettendo poi in campo interventi a diversi livelli: azioni di sensibilizzazione adeguate con messaggi corretti, finanziamenti dei centri, cambiamenti di approccio alla violenza all’interno dei servizi sociali, protocolli di intervento per le forze dell’ordine, interventi sui maltrattanti ecc.

Recentemente il comitato Cedaw ( Convenzione per l’eliminazione della disciminazione delle donne ratificata dall’Italia nel 1985 ) sulla base delle informazioni fornite nel rapporto Ombra da attiviste italiane. ha ammesso che lo Stato italiano potrebbe essere responsabile per l’aumento dei femminicidi per non aver attuato politiche idonee a contrastare la violenza maschile e per non aver tutelato sufficientemente le donne.

L’altro ieri, la ministra della pari opportunità Elsa Fornero, all’uscita da un convegno dal Palazzo di Giustizia di Torino, ha parlato di tragedia quotidiana ed ha dichiarato che l’Italia è indietro, troppo indietro  riguardo la violenza sulle donne.

Potremo aspettarci passi avanti da questo governo?

Violenza sessista:quaranta vittime da gennaio

8 marzo 2012 in Senza categoria

Questo è l’elenco pubblicato dal Manifesto (7.3.2012) delle trentadue donne uccise insieme ad otto dei loro congiunti, in seguito a storie di violenza familiare, sessuale o stalking

Anna Capilli, 81 anni, soffocata da un vicino a Torino

Esmeralda Nilsa Romero Encalada, 49 anni, uccisa a colpi di psitola dall’ex fidanzato, a Piacenza

Gabriella Falzoni, 51 anni, strangolata dal marito a Mozzecane (Verona)

Francesca Alleruzzo, 45 anni, uccisa dall’ex marito a Brescia, insieme a lei sono stati uccisi il suo nuovo compagno, la figlia e il fidanzato della figlia.

Gabriella Lanza, 49 anni, uccisa a colpi di pistola dal mariro, a Pianura (Caserta)

Patrizia Klear, 31 anni, sgozzata, ad Avellino

Antonia Bianco, 43 anni, uccisa da una stilettata al cuore dall’ex compagno, a Milano

Claudio, 18 mesi, gettato nel Tevere dal padre per rappresaglia contro la madre

Qiaoli Hu, 39 anni, accoltellata dal compagno a Cavriana (Mantova)

Fernanda Frati, 70 anni, accoltellata dal figlio, a Maniago (Pordenone)

Elisabeth Sacchiano, 73 anni, soffocata dal marito, a Siracusa

Edyta Kozakiewcz, 39 anni, uccisa a botte dal convivente, a Modena

Tommasina Ugolotti, 77 anni,sgozzata dal figlio, a Brindisi

Loweth Eward, 22 anni, nigeriana, vittima della tratta, uccisa a Palermo

Enzina Capuccio, 34 anni, uccisa a botte dal marito, a Napoli

Rosanna Siciliano, 37 anni, uccisa a colpi di pistola dal marito, a Palermo

Elda Tiberio, 93 anni, uccisa dal figlio, a Lanciano

Leda Corbelli, 65 anni, morta per le ustioni procuratele dal compagno, a Milano

Ave Ferraguti, 72 anni, strangolata dal marito a Parma

 William Gabriele, 17 anni, ucciso dal padre a colpi di martello sulla testa  per rappresaglia contro la madre, a Giaveno (Torino)

Domenica Menna, 24 anni, uccisa con colpi di pistola dal fidanzato a Parma

Landrea Christina Marin, 24 anni, uccisa con il cranio fracassato, dal compagno, a Macerata

Maura Carta, 58 anni, uccisa a botte dal compagno, a Mandas (Cagliari)

Rosetta Trovato, 38 anni, strangolata dal marito, a Scicli

Grazia Tarkowska, 46 anni, uccisa a colpi di pistola dal marito, a Civitanova Marche

Donna non identificata, 18 anni, strangolata, a Monza

Stefania Migali, 40 anni, uccisa insieme alla figlia, alla madre e al fratelli disabile. Il marito è l’autore della strage avvenuta a Trapani

Fabiola Speranza, 45 anni, uccisa a colpi di pistola, dal marito ad Avellino

Donna uccisa dal marito a Bari, (l’identità non è stata ancora resa nota)

Antonella Riotino, 20 anni, strangolata dal findanzato, a Putignano Bari)

Lenuta Lazar, 31 anni, uccisa a coltellate e abbandonata in mezzo alle valli del Mezzano (Ferrara)

Donna di indentità non accertata, strangolata da un cliente

Wally Rubini, 88 anni, uccisa a botte a Cesena

V.P. 40 anni, ritrovata dopo essere scomparsa, in un bosco vicino Cosenza

Un 8 marzo pieno di gelo

8 marzo 2012 in Senza categoria

Oggi è l’8 marzo la festa della donna. La celebro da quando ho quindici anni. Da ieri le mimose sono esposte in mazzi adagiati in grandi cesti davanti ai fiorai. Il freddo di febbraio ha compromesso la fioritura di buona parte delle coltivazioni.

Così penso a quella bella pianta di mimosa che la mia vicina aveva nel suo giardino e che è morta per la neve e il ghiaccio di febbraio.

Penso alla festa della donna di trent’anni fa con le donne in movimento nelle piazze, un movimento che continuava anche nella vita privata e politica. Oggi come allora è 8 marzo, anche con il ricordo di quella mimosa uccisa dal gelo mentre passo davanti ai cesti di mimose dei fiorai.

I percorsi di rinascita non sono mai in progressione continua. Avanzano tra aperture e chiusure, come la fioritura in primavera con petali aperti o gemme bloccate sotto il gelo o le improvvise tempeste.

Come il gelo culturale e di civiltà che attanaglia l’Italia e che ha bloccato molte conquiste sociali colpendo particolarmente la libertà e la dignità delle donne.

Libertà e dignità attaccate dal precariato, dai boicottatori della 194, quelli che si fanno chiamare “obiettori di coscienza”, quelli con la coscienza piccola che dimenticano che la 194 è una legge contro l’aborto clandestino. Attacchi che non hanno risparmiato il diritto al congedo per maternità negato alle madri lavoratrici con il precariato o con le dimissioni in bianco.

Penso  ai politici italiani e  al gelo delle loro battute misogine e volgari  e alle loro politiche misogine: come la legge sulla fecondazione assitita, o alla loro ignavia ed indifferenza di fronte ad una condizione della donna che scivola talmente in basso nel nostro Paese, da collocarla al 74° posto nella classifica del gender gap.

La violenza familiare è l’altro gelo che avanza con i maltrattamenti o i femicidi delle donne che non vogliono più stare accanto ad un uomo violento o che vogliono semplicemente separarsi.

Penso a quella parete di ghiaccio contro cui impatta la denuncia continua delle tante donne che oggi nel web hanno un luogo in più dove contribuire al movimento, e che si riuniscono nelle associazioni, nei centri antiviolenza, e degli uomini, ancora troppo pochi, perché si smetta di regredire in questo Paese così meschino e arido con le donne.

Come se le donne non avessero cittadinanza e fossero davvero congelate in una aspettativa familiare, istituzionale, sociale e culturale che le vuole e le proietta altrove, in una dimensione dove è possibile chiedere e pretendere da loro tutto, negando riconoscimenti e dignità oltre che libertà di scelta. Una dimensione in cui il desiderio di movimento delle donne viene bloccato dalla violenza.

Ma nonostante tutto siamo ancora in movimento e non ci ferma nemmeno questo gelo che avanza.

Più culi per tutte!

7 marzo 2012 in Senza categoria

Gentile Bruno Manfellotto,

Direttore di l’Espresso,

mi perdoni il ritardo con cui Le scrivo su un argomento a cui Lei ha già risposto.

Ma sono una donna, cittadina italiana, e sto in trincea; ogni giorno è una resistenza contro una nuova deriva feudale: obiettori di coscienza che rendono vana la legge sull’aborto, leggi sulla fecondazione asssitita che si fatica a definire civili, disoccupazione femminile, tagli al welfare, femminicidi, stupri di gruppo, maltrattamenti familiari…insomma è un lavoraccio essere cittadina italiana, un pò come addestrarsi alla sopravvivenza, quotidianamente.

Le scrivo in riferimento all’immagine di Altracopertina, dell’Espresso del 17 febbraio scorso con il primo piano di glutei femminili con tanto di elettrodi. La foto faceva da richiamo ad un servizio su esami clinici.

Conosco medicine alternative ma dubito che una tac la si faccia al fondoschiena, lì non ci sono organi visibili, non le sembra? Inoltre non comprendo perché anche per parlare di medicina si debba adoperare un pezzo di corpo femminile.

Avevate fatto una scelta intelligente evitando di adoperare (per un po’, circa 90 giorni) parti anatomiche femminili per incentivare l’acquisto dell’Espresso da parte dei vostri lettori, (e le lettrici?), ed invece mentre l’Italia è al 76° posto per la condizione di vita delle donne, e le strade o i pavimenti delle case si tingono di rosso per il sangue della mattanza di femicidi, pubblicate goliardicamente questa copertina.

Vorrei farle una richiesta ma prima dirle alcune cose.

Forse Lei non lo sa ma è tempo che qualche donna glielo dica.

Da quando c’è l’obbligo dell’istruzione, anche le donne leggono; in Italia le donne si laureano in maggior numero e anche in tempi più brevi rispetto agli uomini. Inoltre leggono molto di più. Ha letto bene signor Direttore, noi donne leggiamo!

Un’altra cosa che Lei forse non sa è che abbiamo denaro a disposizione. Ecco qua la cosa è problematica: le italiane ne hanno meno degli italiani. L’Italia è in fondo alla classifica, precede solo Malta, per dati di occupazione femminile. Se le donne restano incinte sono licenziate grazie alle dimissioni in bianco, rese lecite dal governo di Silvio Berlusconi, uno che come saprà, ha fatto “scuola” , bombardando mediaticamente le menti e la società italiana con immagini di parti anatomiche femminili.

Però qualche occupazione seppur precaria, le donne riescono a mantenerla e a tenerla stretta con le unghie e i denti, magari facendo salti mortali. In Italia le donne dedicano un maggior numero di ore di cura della famiglia, rispetto agli uomini, ma nonostante i pochi servizi per l’infanzia, le madri lavoratrici ce la fanno a tenersi qualche straccio di lavoro.

Quindi hanno qualche soldo in tasca per poter acquistare giornali. E magari potrebbero scegliere di acquistare il Suo settimanale.

Infine le svelo qualcosa che Lei ancora non sa. Noi donne abbiamo gli occhi. Si esatto direttore, quella cosa posta tra il naso e la fronte; mi rendo conto che anni di martellamento mediatico con immagini di fondoschiena o seni femminili ha fatto perdere l’attitudine a guardare le donne negli occhi e a coglierne emozioni e sentimenti ma credo che Lei sicuramente li avrà notati: ecco sono quelli con le ciglia intorno, talvolta colorati da ombretto.

Con quelli noi guardiamo!

Ora se mette insieme tutte le informazioni che Le ho dato, comprenderà che tra i suoi lettori ci sono anche delle lettrici che non sono solo oggetto di desiderio ma anche soggetto di desiderio.

Per questo Le chiedo come lettrice dell’Espresso per par condicio, ogniqualvolta pubblica una foto di un trancio di corpo femminile, pubblichi anche un trancio di corpo maschile.

Potrebbe metterli nello stesso numero, sezionando la copertina, oppure fare uscite alternate.

Un numero una chiappa virile, il numero successivo una tetta. Faccia Lei.

In caso di uscite alternate suggerisco per i tranci maschili: pettorali, glutei, gambe, piedi (per le feticiste), spalle, schiena, nuca, chiome (nere o bionde, non rosse e non brizzolate per favore) sorriso, labbra, anche le braccia sono gradite, (ah! molte guardano le mani), così si rivolgerà anche, una volta tanto, alle sue lettrici.Perché le ha le lettrici!

Noi donne potremmo averne un doppio vantaggio: un piacere per la vista e uno stimolo alla competizione per i nostri compagni affinché si mantengano in forma; potrebbero eliminare quelle spiacevoli pancette o pettorali cadenti, che arrivano con gli anta e che noi donne facciamo finta di non notare.

Insomma signor Direttore porti fino in fondo la politica di informazione del settimanale che dirige, avendo cura anche della differenza di genere e conceda più culi (anche) per tutte noi!

La ringrazio per l’attenzione

Nadia Somma

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 7

7 marzo 2012 in Senza categoria

Ilaria Caprioglio:
avvocata, scrittrice ed ex-modella.
È autrice del romanzo “Milano-Collezioni andata e ritorno” nel quale racconta la sua esperienza nel mondo della moda, e del manuale sulla corretta alimentazione di bambini e ragazzi scritto in collaborazione con la dietista Stefania Acquaro da titolo “Mi nutro di vita”.
Ilaria Caprioglio è anche Vice-Presidente dell’Associazione “Mi nutro di vita”, impegnata nella lotta ai disturbi del comportamento alimentare e promotrice del disegno di legge, presentato in Parlamento, per istituire la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla contro anoressia e bulimia. È ideatrice del Progetto di educazione alimentare, presente in alcune scuole italiane, “In lotta con il cibo” in collaborazione con psicoterapeuti e dietisti.
Ilaria Caprioglio ha portato la sua testimonianza sul mondo dell’alta moda cercando di sfatare alcuni miti diffusi che riguardano le modelle. Spesso provenienti da paesi in cui la paga offerta per gli scatti fotografici rappresenta fonte di sostentamento per un’intera famiglia, Ilaria Caprioglio ha voluto spiegare come le modelle, spesso giovanissime e alla prima esperienza, si trovino proiettate in un mondo gestito da adulti in grado di sfruttare la loro immagine senza che queste siano in nessun modo consapevoli di quello che in seguito sarà il montaggio o la campagna nella quale appariranno. Questo per sottolineare come, ancora una volta, sia sbagliato attribuire una responsabilità individuale alle singole donne che si prestano a certi tipi di campagne  pubblicitarie quando la realtà dimostra che queste donne sono intrappolate in un meccanismo estremamente potente che strumentalizza la loro bellezza, rendendole oggetti e non soggetti. Diverso è invece il discorso per quelle che vengono chiamate le “testimonial”, donne conosciuteeaffermate, spesso non più giovanissime, la cui fonte di guadagno non dipende certo dalla campagna pubblicitaria alla quale prestano il loro volto e che scelgono con maggiore consapevolezza di mostrare un’immagine non scalfita dal tempo che passa ma che anzi promette eterna giovinezza, una sorta di immortalità fasulla e ritoccata, donne che Ilaria Caprioglio definisce “amortali”.
Al discorso sull’immagine ingannevole veicolata dal mondo della moda e dalle riviste patinate si collega un tema che per Ilaria Caprioglio si traduce in un vero e proprio impegno sociale: i disturbi del comportamento alimentare. Con la sua esperienza di ex-modella Ilaria Caprioglio gira per le scuole italiane cercando di sfatare i clichè più comuni che rappresentano per le giovani e i giovani un sogno da raggiungere, in cui denaro e successo attecchiscono sulle fragilità e sul senso di inadeguatezza, dando luogo a fenomeni preoccupanti di aumento dei disturbi alimentari.

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