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Tra Nyokke e Veline, un’analisi lucida e coerente del contraccolpo subito dalle donne italiane

16 aprile 2012 in Senza categoria

Recensione del libro della sociologa Giovanna Campani “Veline, nyokke e cilici. Femministe pentite senza sex e senza city”

Buffo, perché mentre mi accingo a presentare questo libro conversando con l’autrice mi dicono che una consigliera comunale del Pdl, Olga Vecchi, considera l’incontro come “non certo il massimo della cultura”. Nell’insieme ci mette anche i Monologhi della Vagina che qui a Modena si rappresentano con successo da oltre 6 anni, tant’è che le ultime due edizioni hanno guadagnato il palco del secondo teatro stabile cittadino con oltre 700 spettatori.

Buffo, perché la consigliera non sa che il termine “nyokka” è stato coniato per Silvio Berlusconi da uno sconcertato giornalista dell’Indipendent britannico per far capire ai suoi connazionali come si pronunciasse l’epiteto riservato dall’ex premier a Margaret Thatcher nel 2007 e che da loro si traduce con “pussy”.

Buffo, perché la consigliera usa l’iniziativa per attaccare la costruzione della nuova Casa delle Donne che, con investimenti in gran parte della Fondazione bancaria della città, darà nuovi spazi e strutture a ben sette associazioni che si occupano di differenza di genere, contrasto alla violenza sulle donne e intercultura.

Ora, questa preponderanza di circostanze buffe è, in realtà, il perfetto esempio di quanto Giovanna Campani analizza nel suo libro dal titolo e dalla copertina poco felice. Non lasciamoci ingannare dalla barbie ingioiellata e dal rosa salmone dell’esterno, dentro troveremo un lucido saggio sociologico che, partendo dalla tesi del Backlash di Susan Faludi, arriva ad analizzare il declino delle conquiste dei movimenti femministi degli anni’70 in uno scenario, quello del 2008, in cui la politica e i mezzi di comunicazioni restituiscono un’immagine della donna come “corpo”su cui intervenire. Il Backlash è il contrattacco, quello che negli Stati Uniti è avvenuto negli anni’80 con la presidenza Reagan e le immagini di una donna in carriera nevrotica, con atteggiamenti di dominio tipici dei maschi, infelice e violenta come si trovava nei film “Attrazione fatale” con Glenn Close o “Rivelazioni” con Demi Moore. Come per dire: “avete voluto l’emancipazione, ora beccatevi l’infelicità, la solitudine, la follia”. Questa analisi, portata avanti per 10 anni, nel marzo 1992 fece guadagnare a Susan Faludi la copertina di Time. Da qui si snoda l’analisi sul Backlash all’italiana con l’introduzione delle ragazze Fast Food, delle Veline, dei Ministri presi dal mondo dello spettacolo, ma anche delle lotte per bloccare la RU486 o del caso Eluana Englaro che non poteva morire perché “ancora in grado di avere un figlio”.

Sì, perché nel titolo la terza parola è “cilici” con un chiaro riferimento, poi largamente approfondito, alla collaborazione tra Stato e Chiesa.

Il libro è pieno di documenti, citazioni e fotografie: una vera risorsa per una parte di storia del movimento femminile su cui ancora non si è detto molto. Tanto più che il libro ha di fatto anticipato “Se non ora quando” essendo stato pubblicato nel 2009 quando l’autrice pensava che sull’immagine della donna e sul contrattacco che stava subendo non si era detto abbastanza. Questo prima del caso Ruby e di molto altro.

Dicevamo, buffo che proprio una donna si scagli contro un progetto per dare più spazio e risorse all’esperienza della Casa delle Donne che a Modena risale al 1978. Un esempio migliore di Backlash non si poteva trovare.

Articolo di di Michela Ioriogiornalista, consulente di comunicazione ed esperta di social media. Allestisce spettacoli teatrali da quando ha memoria ed ha fondato il Teatro dei Venti di Modena. Collabora con diverse associazioni culturali tra cui il Centro Documentazione Donna. Nel suo blog (www.tagliatellealragu.wordpress.com) racconta le storie in cui si imbatte tra cucina, teatro, personaggi e spettacolo.

La gravidanza: la via crucis tutta italiana delle donne tra precariato, disoccupazione e obiezione alla 194

5 aprile 2012 in Senza categoria

Crocifisse alle loro angoscia, crocifisse al desiderio negato di maternità, o crocifisse alla scelta di interrompere una gravidanza non voluta: perchè non si sentono pronte, perchè la gravidanza è frutto di violenza.

Nei giorni scorsi davanti ai consultori di Firenze, gruppi di fanatici equipaggiati con  cartelli con scritto “Concorso in omicidio” e “L’aborto è un omicidio difendi la vita”  e con nastri gialli (quelli utilizzati per delimitare il luogo dove si consuma un crimine) hanno manifestato contro la legge 194. Manifestazioni dai toni violenti, partite  qualche giorno dopo l’approvazione della Giunta comunale di Firenze, su iniziativa di Stefania Saccardi, assessore alla Sanità, di creare uno spazio per la sepoltura dei feti abortiti nel cimitero fiorentino di Trespiano.

E’ un altro attacco alla legge 194, ma soprattutto  all’autodeterminazione delle donne, colpevolizzate per una scelta intima, dolorosa e difficile che viene effettuata tra difficoltà sempre crescenti, dato che ad esempio in Toscana, il numero degli obiettori di coscienza è arrivato al 70% del personale medico addetto, e anche nelle altre regioni italiane è in costante crescita;  in alcune regioni  è quasi nulla la possibilità di abortire e le  donne che intendono abortire devono affrontare  un  vero e proprio calvario per esercitare un diritto garantito da una legge.

E mentre i consultori sono depotenziati, la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, in buona parte  neutralizzata, aumenta la violenza dei toni con i quali si attaccano i consultori, le donne e le scelte delle donne.

Pare che in Italia la maternità debba  essere vissuta purchè non sia una scelta della donna. Le donne che desiderano essere madri si trovano in una società dove i servizi per l’infanzia sono sempre più ridotti all’osso, ricattate dalla firma sulle dimissioni in bianco, o licenziate grazie ai contratti di precariato; lo scorso anno 800mila donne si sono licenziate a causa della gravidanza; quelle che invece non desiderano una gravidanza o che magari non possono permettersi a causa di difficoltà economiche, disoccupazione, cassintegrazione, malattia o chissà quali altri motivi, si ritrovano non solo a  dover affrontare il sempre più difficile percorso di interruzione di gravidanza ma anche a sopportare il peso di essere additate come “assassine”.

Quanto ai cosiddetti obiettori di coscienza della 194, mi sono sempre domandata se mai davvero  ne possegano una. Mi viene in mente quell’episodio avvenuto  al policlinico di Messina, l’estate scorsa, quando un grupo di medici obiettori lasciò senza assistenza una donna che aveva deciso di abortire , all’unicesima settimana di gravidanza, per gravi malformazioni al feto.  Abortì sola nel bagno dell’ospedale e senza assistenza.

  La legge 194 è sempre stata la legge contro la clandestinità dell’aborto che metteva a rischio  la salute e la vita delle donne, ed è là che in nome di una cultura che vive come una minaccia l’autodeterminazione delle donne, è nella clandestinità che quell’autodeterminazione si vuole far tornare.

Se alla violenza sulle donne, quella  che avviene nel privato delle relazioni, si somma la violenza di scelte istituzionali che untuosamente occultata dietro l’etica, portano alla stigmatizzazione di donne che decidono di abortire, o alla negazione di prestazioni sanitarie che sarebbero dovute per legge.  Mi domando in quale direzione arbitaria stia naufrango questo Paese, sempre più piccolo, sempre più asfittico, sempre più violento e determinato a cancellare quei diritti e quei riconsocimenti che ne avevano fatto un Paese più civile.

Il 13  febbraio del 2011 in un milione siamo scese in piazza per dire che non eravamo in vendita, oggi domando, se oltre alla “onorabilità” le donne italiane abbiano a cuore anche la libertà.  Perchè senza libertà non c’è dignità.

Note a margine – Lettura musicata da “Svegliatevi, bambine!”

1 aprile 2012 in Senza categoria

 Venerdì 13 aprile, verso le 21, saremo al Teatro Montagnola di via Irnerio 2/3 a Bologna, all’interno della rassegna MoB- Molecole Bolognesi,  per presentare il nostro volume di storie, Svegliatevi, bambine! Voci dal pluriverso femminile, accompagnandone la lettura con brani da vari repertori: dal Barocco alla musica popolare siciliana, dal Fado portoghese al Blues nostrano.

      Jessica Bruni, voce narrante

        Beatrice Sarti, voce (contralto)

              Silvia Cavalieri, voce

                  Vincent Spinelli, chitarra e voce

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