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Appunti di educazione al genere. 2. Attraversare il “focoso”

24 maggio 2012 in Senza categoria

Scrive Silvia Leonelli, in un breve saggio che ho trovato molto interessante contenuto nella raccolta Femmine e maschi nei discorsi tra compagni di classe., che l’educazione di genere è l’insieme dei comportamenti, delle azioni e delle attenzioni messo in atto quotidianamente da chi ha responsabilità educative in merito al vissuto di genere, ai ruoli di genere e alle relazioni di genere di giovani e giovanissimi.  Nel momento in cui scarsa è in media la consapevolezza di chi ha responsablità educative in merito a questi temi è inevitabile che spesso l’educazione al genere corra il rischio di essere “mera pressione omologatrice alla tradizione”: di insinuarsi negli esempi, di passare nei giochi e nei giocattoli, nelle filastrocche e nelle fiabe, di strisciare attraverso attività ruolizzanti, mediante l’esposizione a esempi quotidiani che riproducono stereotipi segreganti o, in ognicaso, riduttivi, di trasparire dagli sguardi dei familiari degli adulti significativi o anche degli amici che valorizzano o respingono aspetti legati al maschile e al femminile, di parassitare i processi di osservazione e identificazione, di incunearsi nella storia infantile, adolescenziale, negli incontri, negli scontri, nelle relazioni: “ed è proprio nella nostra tradizione italiana che si nascondono le profonde asimmetrie di genere; lì si annidano gli atteggiamenti disconfermanti verso le bambine/ragazze/donne e il femminile, lì trovano una loro legittimazione simbolica le relazioni di dominio” (p. 46). Continua a leggere questo articolo →

Le donne migranti prendono la parola. L’incontro di domenica 27 maggio

23 maggio 2012 in Senza categoria

Per rendere più chiaro il percorso che ha portato all’incontro organizzato per domenica 27 da Migranda, riassumerò in breve quanto il giornalino dell’associazione, che trovate integralmente qua sotto, illustra nel dettaglio.

Dal 27 novembre scorso, quando c’è stata la giornata di festa organizzata dal Coordinamento Migranti Bologna all’interno della quale si è svolta l’assemblea delle donne di Migranda), una volta al mese un gruppo di donne insieme ad alcune insegnanti di italiano per stranieri dell’associazione di volontariato Aprimondo si sono riunite il mercoledì mattina per fare lezione d’italiano ma anche per parlare di temi specifici, che le riguardano tutte da vicino, lavorando in piccoli gruppi e producendo ogni volta un cartellone che riportasse gli elementi ricorrenti di questi scambi, irti di difficoltà, legate agli ostacoli comunicativi e alle differenze culturali, ma sempre più avvertiti come necessari. Continua a leggere questo articolo →

Domenica 27 maggio a Bologna. Festa e assemblea per le donne, con le donne migranti

22 maggio 2012 in Senza categoria

Diffondiamo con piacere l’iniziativa organizzata da Migranda per domenica prossima:

Per le donne, con le donne migranti.
Invita tutte le donne che vogliono essere protagoniste della lotta contro la legge Bossi-Fini e il razzismo istituzionale, che vogliono discutere del contratto di integrazione ma anche dell’importanza della lingua italiana, della cittadinanza per le figlie e i figli dei migranti e della precarietà nel lavoro, della costruzione di percorsi collettivi con le donne migranti e per tutte le donne, a una
festa e assemblea
Domenica 27 maggio dalle ore 12
Xm24 – Via Fioravanti 24, Bologna
Pranzeremo insieme e discuteremo di come continuare il nostro percorso. Durante l’incontro ci saranno attività di intrattenimento per le bambine e i bambini.
Partecipate numerose!
www.migranda.org // migranda2011@gmail.com

Qui il volantino dell’iniziativa.

Appunti di educazione al genere 1. Di cosa stiamo parlando

21 maggio 2012 in Senza categoria

Giovedì scorso, con Juri Guidi, abbiamo fatto un incontro di formazione sull’educazione al genere con le ragazze e i ragazzi che stanno facendo il tirocinio universitario presso la cooperativa dove lavoro come educatrice. Abbiamo raccolto un po’ di materiale interessante che condivideremo pian piano con voi qui sul nostro sito.

Una raccolta di saggi sul tema, veramente interessante anche perché spiega nel dettaglio attività concrete da affrontare in contesto educativo e/o scolastico, è Educare al genere – Riflessioni e strumenti per articolare la complessità. Le curatrici, Cristina Gamberi, Maria Agnese Maio e Giulia Selmi, sono le responsabili di un progetto molto bello: il Progetto Alice, che, citiamo direttamente dal loro sito, “si prefigge l’obiettivo di promuovere, attraverso le proprie attività, lo sviluppo di una cittadinanza attiva, basata sul rispetto e la valorizzazione delle differenze culturali e di genere, partendo dall’ambito educativo e della formazione, sia a ragazzi e ragazzi, che insegnanti, docenti, educatori e educatrici”.

Nell’introduzione alla raccolta troviamo che la categoria di genere è un piano privilegiato per promuovere una cultura di valorizzazione delle diversità che contrasti la logica della neutralità che non rispetta le differenze e produce disuguaglianze. Continua a leggere questo articolo →

Arcigay. Report: Omofobia in Italia 2011

17 maggio 2012 in Senza categoria

Ripubblichiamo dal sito di Arcigay

VIOLENZE, AGGRESSIONI e INSULTI

1 – 2 gennaio 2011
Un episodio – per alcuni aspetti ancora oscuro – ha avuto per protagonisti due noti ultrà della curva milanista di San Siro, che sono finiti in carcere con l’accusa di lesioni e minacce, mentre una delle loro vittime ha dovuto essere ricoverata in ospedale. I motivi dell’aggressione non sono ancora stati accertati con chiarezza, ma sulla vicenda pesa l’ombra della spedizione omofoba. Secondo il racconto di uno degli aggrediti, il pestaggio sarebbe partito al grido di «ricchioni, cosa ci fate qui». Per mettere a segno l’aggressione, i due giovinastri – che si trovavano in compagnia di un terzo amico – non hanno esitato a mettere in atto un inseguimento a tutta velocità lungo viale Fulvio Testi. Tutto è accaduto intorno alle sei del mattino di ieri, quando una Opel Meriva, con a bordo due uomini, che transitava lungo il viale si è vista piombare alle spalle una Fiat Punto che cercava di speronarla. Il guidatore della Opel ha cercato di accelerare è stata raggiunta e affiancata dalla Fiat. Dai finestrini di quest’ultima si è sporto un giovane che brandendo una spranga di ferro ha iniziato a colpire l’altra vettura costringendola a fermarsi. Una volta sceso dalla Opel, uno dei due uomini che la occupavano è riuscito a darsi alla fuga. Invece Marco R., 37 anni, è stato picchiato brutalmente da tre giovani a viso scoperto. Terminato il pestaggio, gli aggressori si sono dati alla fuga. Ma nel frattempo, allertati dalla telefonata dell’uomo che era riuscito a scappare, i centralinisti del 113 avevano lanciato l’allarme. La Punto è stata intercettata poco distante da un equipaggio della Volante. A bordo c’erano solo due giovani. Sono stati identificati, e dalle banche dati della questura si è appreso che erano entrambi noti come protagonisti della tifoseria milanista più accesa. Si tratta di Andrea Mutti, 24 anni, e Luca Mastrovito, 23 anni. In particolare Mastrovito era stato individuato il 3 aprile scorso nel gruppone di ultrà che nel corso della trasferta a Cagliari avevano aggredito alcuni tifosi locali, e che avevano successivamente scatenato la rissa all’interno dell’aeroporto. Difficile capire bene da cosa sia scaturito il pestaggio di cui i due si sono resi protagonisti ieri mattina insieme al loro compagno. Secondo la testimonianza di Marco R., i tre li hanno insultati «froci, ricchioni, dovete andare via di qua». Una aggressione, ha aggiunto il pestato, tanto più inspiegabile in quanto nessuno di noi è omosessuale, nè tantomeno avevamo tentato di «rimorchiare» nella zona in cui poi siamo stati presi di mira.
Fonte: Il Giornale

2 – 4 gennaio 2011
PISA. Dalle parole ai fatti, dalle minacce ai petardi sparati in casa. A denunciare tutto è stata Miki (in foto), una transessuale originaria di Livorno che vive in provincia di Pisa e che racconta ai quotidiani locali l’ultimo episodio di intolleranza che è stata costretta a subire: un petardo lanciato nelle tubature del bagno e esploso dentro casa. “Ho subito di tutto — racconta — minacce verbali, fisiche, pedinamenti, agguati. Una volta sono anche stata picchiata e sono finita all’ospedale. E adesso hanno preso di mira anche la mia casa e il mio compagno”. Sono cinque anni, racconta, che il vicinato non sarebbe contento della sua presenza. Il gruppo che la vorrebbe andare via sarebbe cresciuto col tempo e anche le rimostranze si sarebbero fatte sempre più decise fino al gesto violento di Capodanno, quando un petardo le ha fatto scoppiare le tubature del bagno insieme alle piastrelle. “E menomale che non eravamo in casa – dice Miki – altrimenti non so cosa sarebbe potuto succedere”. Eppure la scelta di prendere proprio quella casa a San Giovanni alla Vena, una frazione periferica, quasi isolata della provincia pisana, non è stata casuale. “Non volevamo dare fastidio a nessuno”. Ma evidentemente in paese non hanno gradito il trasloco. Gli scontenti sembrano però aver vinto la loro battaglia contro Miki che annuncia: “Ho già contattato l’agenzia immobiliare. Sono in preda ad un esaurimento nervoso, non riesco ad andare avanti e ogni giorno cerco di stare più lontano da casa possibile. Ma sono sfinita. Non mi resta che fare appello al Questore di Pisa, al sindaco di Vicopisano Yuri Taglioli, alle associazioni, all’Arcigay e al Miti-Movimento italiano identità sessuale. Ho bisogno di aiuto”.
Fonte: www.gay.it

3 – 14 febbraio 2011
Milano – Ha insultato e aggredito ferendo lievemente una coppia di gay mentre camminavano mano nella mano in una zona sud di Milano. Per questo un ecuadoriano di 16 anni e’ stato bloccato dalla polizia e indagato a piede libero per lesioni aggravate. L’ aggressione e’ avvenuta oggi all’alba in via Carlo de Angeli, all’angolo con via Ripamonti. I due hanno incrociato il ragazzo: ”Andate via brutti fr..”, ha gridato il minorenne che poi ha dato un pugno sul volto a uno dei due uomini e ha tentato di aggredire l’altro con un coccio di bottiglia. La vittima si e’ pero’ difesa ed e’ rimasta lievemente ferita a una mano.
Fonte: ANSA

4 – 3 marzo 2011
Treviso – La tipica frase detta al momento sbagliato e soprattutto alle persone sbagliate. Un marocchino di 34 anni è stato pestato da due connazionali con cui condivide l’appartamento per essersi rivolto a loro dicendogli «Voi siete dei gay». Il marocchino era rientrato a casa tardi ed aveva fatto dei rumori, tanto da svegliare i coinquilini che per questioni di spazio (e non per il loro orientamento sessuale) dormivano nello stesso letto. Quando loro l’hanno richiamato con toni sgarbati dopo essere stati svegliati nel cuore della notte, lui ha pronunciato la fatidica frase. Che gli è costata molta cara: i due coinquilini, di 29 e 26 anni, l’hanno preso a pugni e l’hanno sbattuto fuori di casa. Tanto che lui ha chiamato la polizia, gli agenti l’hanno trovato col volto tumefatto in via Pinelli. I marocchini sono stati messi a confronto e sono stati informati su come fare per avviare eventuali azioni legali.
Fonte: Gaynews.it

5 – 8 marzo 2011
Bari – Picchiato da una babygang per un banale commento su Facebook. Un ragazzino di 17 anni è stato preso a pugni a Bari vecchia da un gruppo di teppisti. La spedizione punitiva è scattata domenica sera in piazza del Ferrarese, dopo che il 17enne ha scritto una frase ad un’amica tramite il popolare social network: «Se quello non ci prova con te vuol dire che è gay», riferendosi ad un altro ragazzo. Sono bastate queste parole pubblicate sulla bacheca della sua amica per far scattare la violenza. L’AGGRESSIONE – Domenica, intorno alle 22.30, il 17enne, che frequenta il liceo Enrico Fermi a Japigia, era seduto in un bar in piazza del Ferrarese, in compagnia di altri coetanei. Seduta accanto a lui c’era anche l’amica alla quale aveva fatto quel commento su Internet poche ore prima. La loro serata è stata rovinata dall’arrivo di un ragazzo che si è presentato fuori dal bar con i rinforzi. Gli aggressori, in due, hanno prima chiamato fuori la ragazza. Le hanno chiesto di indicargli l’autore del commento su Facebook e di farlo allontanare dal tavolino. L’amica è rientrata per avvisarlo. Quando il 17enne è uscito si è sentito dire: «Prova a ripetere quello che hai scritto». Non ha avuto nemmeno il tempo di rispondere che uno dei teppisti gli ha sferrato un pugno in faccia. Il colpo è stato tanto violento che il ragazzo è svenuto per qualche secondo. Uno degli amici ha chiamato il 118. Dopo qualche minuto sono arrivati i soccorritori e il 17enne è stato trasferito in ambulanza al Policlinico. Arrivato al pronto soccorso, i medici hanno riscontrato una lesione dell’arco sopraccigliare medicata con quattro punti di sutura. LA DENUNCIA – A denunciare l’episodio è stato il padre della vittima. A. S., un medico docente di Genetica dell’Università al Policlinico, che ieri ha lasciato un messaggio sulla bacheca di Facebook del sindaco Michele Emiliano. «Figlio picchiato a Bari vecchia. Città sempre più invivibile», ha scritto il genitore sul profilo on line del primo cittadino. Il padre del ragazzo, che sporgerà denuncia in Questura, fa intanto un appello al sindaco affinchè ci sia un «controllo più capillare da parte di vigili urbani e polizia a Bari vecchia – spiega il genitore – visto che si tratta di un luogo di aggregazione dove ragazzi per bene spesso si mischiano a delinquenti». L’episodio di domenica sera riaccende i riflettori sull’emergenza baby gang, gruppi di minorenni senza scrupoli che girano per le strade a caccia di coetanei indifesi da aggredire o derubare. O che si rendono responsabili di atti vandalici. Sarebbero cinque le bande in azione in città: tre al quartiere Libertà, una a Bari vecchia, l’altra al San Paolo. Gli ultimi teppisti, uno di 15 e l’altro di 16 anni, sono stati denunciati nel borgo antico perché si divertivano a lanciare grossi sassi dalla muraglia sulle auto in sosta.
Fonte: Corriere della Sera

6 – 10 marzo 2011
PIETRALATA (RM) – Una transessuale colombiana di 26 anni, lunedì sera in via Pietro Negroni a Pietralata, è stata colpita ripetutamente al viso con un martello, riportando gravi fratture al volto. L´aggressione è avvenuta nell´auto di un 36enne romano che è stato arrestato dalla polizia nel suo appartamento, dove si era rifugiato per tentare di pulire i suoi jeans dalle macchie di sangue .
Fonte: La Repubblica (Roma)

7 – 10 marzo 2011
SUBIVA di tutto per paura. Perché chiuso in cella era vittima dei carcerieri. Temeva le ritorsioni, le vendette che si sarebbe tirato addosso se avesse detto di no. Storia di Cristina, trans rinchiuso nell´ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, costretto a soggiacere alle pretese sessuali di due agenti della polizia penitenziaria. Cinque, sei volte. Anche durante le perquisizioni di routine. Violenza sessuale. Peggio: concussione sessuale «in quell´autentico inferno che è l´ospedale psichiatrico di Aversa», ha raccontato Cristina ai magistrati. Il suo racconto ha spedito ieri agli arresti domiciliari i suoi presunti aguzzini. Si tratta dei due agenti Salvatore Petrarca, 36 anni, e Ciro Turco, 45 anni, accusati di violenza sessuale mediante abuso di autorità.
Fatti che risalgono al 2008. Scandalo nascosto che viene alla luce grazie alle confidenze fatte da Cristina all´ex direttore sanitario della struttura Adolfo Ferraro. «Quando Cristina arrivò ad Aversa non sapevamo come gestire il suo caso – ricorda Ferraro – Era un transessuale. Lo mettemmo in un reparto separato da tutti gli altri. Lui è di Pordenone e lo portarono ad Aversa dopo che una sera, ubriaco e fatto di cocaina, si era recato in pronto soccorso nella sua città per chiedere aiuto. Nessuno se ne curò e così rubò un´ambulanza facendo il giro della città provocando, però, incidenti a catena. Lo bloccarono i carabinieri e l´arrestarono. La sua è stata un´infanzia disgraziata – dice ancora Ferraro – La mamma si prostituiva davanti a lui e il padre, un ubriacone, lo costringeva ad atti sessuali. Finì ben presto sulla strada a prostituirsi. Per lui si aprirono le porte del carcere quando una sera si rifiutò di avere rapporti sessuali con un vecchio perché puzzava ed era sporco come suo padre. Cristina gli diede una spinta. Nella caduta il vecchio morì. Fu condannato ad otto anni di carcere per omicidio preterintenzionale. Una volta uscito tornò a prostituirsi».
Cristina ha ricostruito davanti al gip gli episodi nel corso dei quali i due indagati, separatamente, l´avrebbero pressato per ottenere rapporti orali. In una nota firmata dal procuratore di Santa Maria Capua Vetere Corrado Lembo si afferma che «le condotte ipotizzate appaiono di particolare gravità in quanto commesse nell´ambito di una realtà detentiva assai più drammatica di quella carceraria». Sulla vicenda è intervenuto il presidente della commissione d´inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, Ignazio Marino. «Si tratta di un episodio gravissimo – ha detto il parlamentare del Pd – La commissione d´inchiesta nei mesi passati aveva denunciato più e più volte il degrado e le condizioni di vita incompatibili con il più elementare rispetto della dignità delle persone in cui vivono gli internati di Aversa. Ma quanto si apprende oggi mi lascia senza parole». «Sono contento che le denunce abbiano fatto il loro corso – commenta Adolfo Ferraro – Cristina fu trasferito a Montelupo Fiorentino. Proprio pochi giorni fa Cristina mi ha chiamato per dirmi che adesso è libero e ha trovato anche un compagno. Sta provando a rifarsi una vita normale».
Fonte: La Repubblica Napoli

8 – 18 marzo 2011
Padova. Picchiato selvaggiamente e derubato del portafogli. E’ quanto avvenuto a un 27 enne padovano che nella notte tra govedì e venerdì intorno a mezzanotte e mezza si era appartato in auto con uno sconosciuto, in cerca di un’avventura. L’incontro nel piazzale noto in città per essere sfruttato proprio dalle coppie omosessuali in cerca di sesso mercenario.
Zona industriale, viale della Navigazione Interna, dietro un argine e all’ombra dell’Inceneritore. Spesso qui avvengono anche scambi di coppia tra persone dello stesso sesso. Secondo il racconto del giovane aggredito, dopo aver consumato il rapporto, si è avvicinato un complice dello sconosciuto, e a quel punto sono iniziate le botte. Picchiato e derubato del portafogli che pare contenesse 50 euro.
Poi i due si sono dileguati. A quel punto la telefonata al 118 richiedendo l’intervento. Poi la chiamata ai carabinieri per denunciare l’accaduto. Medicato in ospedale è stato dimesso. I militari hanno raccolto la testimonianza del giovane caduto nella trappola. Dal suo racconto ancora confuso, sotto shock, pare che gli aggressori fossero stranieri, forse dell’Est.
Fonte: Cronacalive.it

9 – 18 marzo 2011
Ciao BSEV, ho deciso di scriverti perché mi è successa una cosa che ha dell’incredibile. In un momento di libertà quotidiana, sfoglio la rubrica del cellulare e decido di mandare un messaggio a una mia amica che non vedo e non sento da anni; sottolineo il fatto che è solo una conoscente, mai niente di intimo. Beh, insomma, digito sul cellulare le parole “ciaoo 🙂 come stai?”, e come risposta mi arriva: “bene, sono il suo ragazzo, levati dai c******i, sei un gay, devi vedertela con me se vuoi salutarla…”. Caro il mio Beppe, credo che la pazzia stia dilagando in ‘sto mondo, se non si può neanche salutare una amica, senza poi commentare il fatto di usare la parola “gay” per insultare; ma che fine stiamo facendo? Poi ci stupiamo e non ci sappiamo spiegare il perchè delle, ormai quotidiane, notizie di aggressione, omicidi, stupri etc. Se per un normalissimo e pacifico saluto si reagisce così… Secondo te l’Uomo riuscirà mai a tornare tale, sotto il punto di vista morale e di relazioni interpersonali? Io credo che siamo a un punto di non ritorno. Massimo Rubino
Fonte: Corriere.it

10 – 23 marzo 2011
Corigliano – L’inchiesta dei carabinieri che nel gennaio scorso ha portato all’arresto di due giovani coriglianesi accusati di adescavare omosessuali su internet per rapinarli, è continuata anche nei mesi scorsi ed ha portato ad un nuovo arresto. A finire in manette ieri, su ordinanza emessa dal Gip del Tribunale di Rossano, è stato Mario Magno, omonimo del cugino arrestato lo scorso gennaio, ma nato a Corigliano il 19 maggio del 1990, celibe e nullafacente. Il ventunenne coriglianese, dopo le fasi di rito espletate in Caserma, è stato accompagnato presso il proprio domicilio dove dovrà restare a disposizione dell’autorità giudiziaria. L’inchiesta, partita a fine 2010, venne avviata a seguito della denuncia fatta da un omosessuale che frequentava un sito internet dedicato ai gay, per fare conoscenze e ottenere degli appuntamenti. In questo sito due ragazzi coriglianesi, Mario Magno di 29 anni e Eugenio Le Pera di 22 anni, si erano registrati ma, secondo l’accusa, avrebbero utilizzato questo escamotage per adescare persone che venivano puntualmente rapinate e malmenate. I due avrebbero agito indisturbati confidando nel fatto che difficilmente un omosessuale avrebbe denunciato una disavventura simile, cadendo in un tranello organizzato online. Non fu così quando invece Magno e Le Pera vennero denunciati da una loro vittima che raccontò ai militari dell’Arma di essersi presentata ad un appuntamento e di essere stata dapprima malmenata, poi rapinata dei soldi contanti che aveva addosso e successivamente, sotto minaccia, di essere stata accompagnata presso uno sportello bancomat per consegnare agli aguzzini il massimo che poteva prelevare in quello sfortunato giorno, circa 250 euro. A seguito della denuncia i carabinieri di Corigliano, guidati dal capitano Pietro Paolo Rubbo e coordinati dal pm di Rossano Maria Vallefuoco, muovendosi con estrema discrezione e attenzione, sono riusciti a ricostruire i fatti e ad arrestare i due ragazzi di Corigliano. Successivamente Mario Magno di 29 anni, ha dichiarato che il compagno Eugenio Le Pera non aveva nulla a che fare con le rapine, riuscendo a fare scagionare il ventiduenne, che comunque rimane indagato per i reati di sequestro di persona, percosse e rapina. Chiaramente, anche grazie alle indicazioni delle persone che con estrema discrezione sono state sentite in queste settimane, sono emersi elementi che hanno portato alla identificazione anche di altre persone ritenute complici nel giro di estorsioni e di conseguenza, su disposizione del Gip rossanese che concordava pienamente con le risultanze dell’indagine dei militari dell’Arma, i carabinieri ieri hanno arrestato anche il cugino omonimo del primo Mario Magno, sempre per i reati di rapina aggravata e sequestro di persona. Da indiscrezioni raccolte sempre nella giornata di ieri si è appreso che si è già sulle tracce di un’altra persona, al momento in fase di identificazione. Di Alfonso Di Vincenzo
Fonte: Gazzetta del Sud

11 – 30 marzo 2011
Roma – “Stilista ‘ricchione’”. E’ bufera sulla battuta del commissario Malerba, interpretato da Francesco Montanari (il Libanese di Romanzo Criminale) nel nuovo film dei fratelli Vanzina ‘Sotto il vestito niente – L’ultima sfilata’, che apostrofa cosi la volonta’ dello stilista protagonista del film Federico Marinoni (Richard E. Grant) di sposarsi con una donna (la bella Vanessa Hessler): “come fai a sposarti con lui se quello e’ ricchione?”. Durissimo il Sap (Sindacato Autonomo di Polizia) per bocca del segretario nazionale Nicola Tanzi: “Siamo allibiti. Come si puo’ mettere in bocca a un personaggio dai contorni positivi una simile caduta di bassa omofobia. I Vanzina stanno danneggiando l’immagine dei poliziotti e stanno instillando nell’opinione pubblica l’idea che un servitore dello Stato, che per di piu’ nel film ristabilisce la legalita’, si abbandoni a una simile considerazione. Chiediamo ai Vanzina di intervenire subito e di tagliare quella battuta”. Nel corso della puntata Tanzi ha aggiunto: “Non solo, col poliziotto omofobo i Vanzina descrivono una figura di commissario non attuale, e non tengono neppure conto dell’impegno del prefetto Antonio Manganelli contro l’omofobia e i crimini che colpiscono gay e lesbiche.” Per il segretario generale Uil Oronzo Cosi, “Un poliziotto che dice che gli stilisti sono ‘ricchioni’ appartiene ad un immaginario legato agli anni settanta, al poliziotto da ‘caserma’. Noi non ci riconosciamo in questo commissario e nel suo linguaggio”.
Fonte: AGI

12 – 10 aprile 2011

Cinque minuti dopo mezzanotte, centro storico. Esplode la violenza omofoba in vico San Geronimo, traversa di via Benedetto Croce parallela a via Mezzocannone. Antonello Sannino, 33 anni, presidente di Arcigay Salerno, e Federico Esposito, segretario provinciale di Arcigay Pistoia, vengono aggrediti prima verbalmente poi fisicamente davanti alla sede napoletana dell´associazione di cui sono dirigenti. Responsabile del raid è un residente, identificato dai carabinieri. Sannino ed Esposito hanno riportato contusioni guaribili in sette giorni.
I due militanti dell´associazione che da trent´anni si batte per i diritti della comunità gltb (gay lesbiche trans bisex) partecipano in questi giorni a un seminario formativo in un albergo di via Marina. Dopo una giornata di studio, in quaranta si recano in vico San Geronimo. «Volevamo che visitassero la nostra sede, ma Sannino aveva voglia di passare una serata in discoteca e si è staccato dal gruppo», racconta Fabrizio Sorbara, il presidente Arcigay Napoli testimone dell´aggressione. «Nell´allontanarsi si è imbattuto in questo personaggio che conosciamo bene, perché più volte ci ha provocato in vari modi».
Dopo aver urlato «lavatevi, sporcaccioni» l´uomo avrebbe aggredito a calci e a pugni prima Sannino, poi Esposito accorso in suo aiuto. Ma la presenza dei quaranta militanti gay l´avrebbe indotto a chiedere l´aiuto di vicini e familiari. «Alcuni sono scesi in strada in pigiama, brandendo manici di scopa e spranghe di ferro e lanciando uova», racconta ancora Sorbara. «Ma noi eravamo in tanti e hanno dovuto ritirarsi». All´arrivo dei carabinieri, non sono state rinvenute tracce del raid inscenato dai parenti dell´uomo. Ai militari l´aggressore ha dichiarato che, rincasando con moglie e figlia, ha temuto che i due sconosciuti volessero aggredirli e si è difeso.
Fonte: La Repubblica (Napoli)

13 – 21 aprile 2011
Insulti omofobi contro la deputata del Pd, Paola Concia, e la sua compagna. È successo ieri, intorno alle 19.30, nei pressi di piazza del Parlamento. Le due donne stavano camminando mano nella mano, quando un uomo ha iniziato ad insultarle pesantemente. «Lesbiche di m… vi dovevano mandare nei forni», ha urlato contro di loro, tra la gente che assisteva alla scena. «Stavamo camminando in via di Campo Marzio – racconta la deputata – quando, poco prima di arrivare in piazza del Parlamento, siamo state affrontate da un ragazzo, sui 30 anni di età. Mi ha riconosciuta, e mi ha subito insultata. Non sopportava il fatto che tenessi per mano Ricarda». Alla scena hanno assistito numerosi passanti, anche se nessuno è intervenuto in difesa della parlamentare. «Alcuni mi hanno anche rimproverata, perché avrei alzato troppo la voce», osserva esterrefatta la Concia. Quando l’uomo si stava per allontanare, sono arrivati dei carabinieri, anche su sollecitazione del deputato di Fli, Antonino Lo Presti, che ha subito assistito la collega. «È assurdo che non si possa camminare mano nella mano – denuncia la deputata – E se una cosa del genere fosse accaduta in periferia, e le protagoniste fossero state due ragazze?». Decine le reazioni di solidarietà dal mondo politico e non solo: dal ministro Carfagna a tutto il gruppo Pd, dal governatore del Lazio Polverini alle associazioni per i diritti omosessuali.
Fonte: L’Unità

14 – 4 maggio 2011
Palermo – Il 21 maggio prossimo Palermo, per il secondo anno consecutivo, si tingerà dei colori dell’arcobaleno e a suon di slogan contro l’omofobia sarà invasa dal popolo sostenitore dell’orgoglio gay. A trent’anni dalla nascita, proprio nel capoluogo siciliano, della prima associazione omosessuale italiana, ovvero l’Arcigay, la città scende ancora una volta in piazza per rivendicare i diritti per conquistare i quali gli omosessuali lottano da sempre. La macchina organizzativa del Gay Pride 2011 è già partita e fervono i preparativi. Ma, nonostante l’enorme successo che ha riscosso la manifestazione l’anno scorso e gli ottimi presupposti di quest’anno, evidentemente non sono tutti i palermitani a pensarla allo questo modo. Dopo l’affissione fatta qualche giorno fa dei manifesti che promuovono il «Pride» di Palermo dei vandali li hanno imbrattate con delle scritte cariche di insulti e parolacce. «Non mi stupisce», racconta Luigi Carollo, portavoce del Pride di Palermo e fondatore dell’Associazione Articolo Tre, «anche l’anno scorso è successa la stessa cosa: i cittadini palermitani sono stati meravigliosi, ci sono stati accanto hanno invaso le piazze e le città, ma si sa che il Pride non risolve il grave problema dell’omofobia». E continua: «Inoltre dopo le ultime sparate di Giovanardi, Merlo e Buttiglione sulle pubblicità Ikea e sul ruolo dei gay nella società italiana di certo non possiamo aspettarci nulla di buono. Per questo quest’anno bisogna fare ancor di più dell’anno scorso». Intanto un gruppo spontaneo di giovani sta togliendo dai muri della città i cartelloni imbrattati.
Fonte: Corriere del Mezzogiorno

15 – 5 maggio 2011
Milano – Ronde armate omofobe. Scooter e furgoni, un nucleo di ragazzi armati di bastoni a caccia di coppie gay. Per sorprenderli nei parcheggi, picchiarli, sfasciare loro l´auto. Lo scenario evocato dall´ultima denuncia dell´Arcigay milanese, se vero, è da brividi: «Con molta preoccupazione – spiegano – continuiamo a ricevere in questi giorni segnalazioni d´incursioni armate organizzate da parte di un gruppo di ragazzi italiani che aggredisce persone omosessuali nella zona di Affori-Bruzzano. Si tratterebbe di un furgone bianco che scarica ragazzi intorno ai vent´anni armati di bastoni di ferro o legno, che distruggono autovetture e circondano e aggrediscono persone indifese». La zona è quella del parcheggio del cimitero, tra piazzale Martiri della Deportazione e via Giuditta Pasta, tra Bruzzano e Bresso, luoghi di auto appartate e rapine spesso non denunciate. Gli aggressori, secondo le voci raccolte da Arcigay, sarebbero una mezza dozzina, poco più che maggiorenni, tutti abitanti nel quartiere. Colpirebbero sempre dopo le 23, dopo aver parcheggiato i propri mezzi in via Vincenzo da Seregno. Le ultime tre aggressioni sarebbero avvenute nella settimana tra il 25 aprile e il primo maggio: due feriti e quattro auto danneggiate, in un caso utilizzando una molotov. Dai mattinali di polizia e carabinieri, al momento, non risulterebbero denunce: solo un intervento per un´auto danneggiata a Bruzzano, la notte del 27 aprile. Ma gli episodi avrebbero un precedente: un´aggressione omofoba, il 30 novembre 2009, ai danni di un uomo di 47 anni, inseguito dal piazzale del cimitero al McDonald´s di via Rubicone da tre aggressori a bondo di una Volvo station wagon. «Questi episodi – accusa Marco Mori, presidente di Arcigay Milano – purtroppo non sono nuovi in città. In tutti questi anni abbiamo chiesto più volte un incontro con il sindaco per parlare nostre proposte sulla sicurezza e l´inclusione sociale, ma ci sono state sbattute in faccia le porte. Nel 2010 ci sono state 10 aggressioni a matrice omofobica e non c´è stato mai un intervento di solidarietà e di condanna dal sindaco o da uno dei suoi assessori. È in atto una regressione culturale che punta il dito e vuol creare una paura di massa verso i diversi».
Fonte: La Repubblica Milano

16 – 20 maggio 2011
Emigrato per omofobia. Scappato da una città, Roma, che non lo ha accettato, e dove ha dovuto subire intimidazioni e umiliazioni, negli uffici ma anche da parte delle forze dell’ordine. E’ una scelta estrema, quella fatta da Paul Ciaccio, che a Barcellona si è costruito una vita nuova e si è abituato in fretta, e con piacere, all’indifferenza della gente nei confronti dei baci scambiati con gli altri ragazzi. I cori da stadio intonati contro di lui, alla presenza dei genitori, su un trenino delle ferrovie laziali, sono solo un brutto ricordo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso della sopportazione, l’ultimo affronto che lo ha spinto a fuggire in Spagna. Paul ha 33 anni, lavora per il servizio commerciale di una compagnia aerea. Nato a Roma, da madre irlandese, non ha mai avuto dubbi sulla sua sessualità, e l’autoaccettazione è arriva in fretta. Col fratello ha fatto coming out a 14 anni, con i genitori l’anno dopo. Già al primo anno di liceo (ha studiato al classico Russell, “un posto aperto e molto tollerante”) ha iniziato a fare volontariato in due associazioni storiche del movimento Glbt. Ad appena 15 anni ha capito di volersi impegnare per i diritti delle persone omosessuali, aiutando i coetanei a vivere con normalità la loro condizione. “L’aver accettato così presto il mio orientamento, mi ha salvato – dice, al telefono dalla Spagna – Mi ha aiutato a farmi forza nei momenti difficili”. Momenti che non sono tardati ad arrivare, man mano che Paul si scontrava con la chiusura mentale e l’arretratezza di pensiero di alcuni concittadini. Anche di chi lo avrebbe dovuto tutelare, come la polizia. Il suo primo incontro con la realtà delle forze dell’ordine non è dei migliori. Paul si trovava a Monte Caprino, una zona dove gli omosessuali si incontravano, per conoscersi o anche solo per fare gruppo (e, nelle ore notturne, per andare oltre la semplice conoscenza verbale). “Un giorno me ne stavo tranquillamente chiacchierando con gli amici, quando sono arrivati due uomini. Erano su un’auto civetta, e non si sono neanche qualificati come poliziotti. Uno di loro mi blocca, mentre l’altro estrae la pistola. Mi prendono il portafogli dalla tasca, e guardano i miei documenti. Mi insultano, e alla fine mi liquidano con un calcio, facendomi cadere per terra”. Paul riesce a leggere la targa dell’auto. Sale sul primo bus, e arriva in Questura. Ha 17 anni, ma sa già che quel comportamento non è legale. Vuole sporgere denuncia. In Questura, viene indirizzato al commissariato di piazza del Collegio Romano, è una volante a portarcelo. “Mi hanno trattato molto bene. Si sono fatti raccontare tutto, e mi hanno rimandato a casa – ricorda – Peccato che, essendo minorenne, abbiano deciso di convocare i miei genitori al commissariato, il giorno dopo. La situazione è stata molto imbarazzante. Gli raccontano tutto, e li pregano di non sporgere denuncia. Mi dicono: ‘Prenderemo provvedimenti noi’. I miei decidono di lasciar correre”. E’ il primo di una lunga serie di scontri con l’omofobia cittadina. Anni Novanta, le associazioni omosessuali non sono ancora ben radicate sul territorio, molti gay preferiscono vivere la loro condizione in segreto, tra un locale notturno e l’altro. Paul ne è consapevole, e per questo ha iniziato a frequentare Arcigay e il Mario Mieli. Ricorda: “Le situazioni umilianti erano all’ordine del giorno. Anche andare alla posta per spedire un pacco poteva diventare un’occasione di lite”. Come quando si è presentato nell’ufficio postale di Torre Maura, con una missiva indirizzata al circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. La signora allo sportello si rifiutò di accettarla: “Disse che temeva ci fosse materiale pornografico, e che lei non si voleva prendere quella responsabilità. Mi insultò”. Paul ripiegò su un altro ufficio postale, dove l’impiegato gli fece la cortesia di accettare la lettera. O quando il dermatologo, di fronte alla sua dermatite seborroica, gli suggerì un esame del sangue: “Siccome è froc… si faccia il test dell’hiv”. Anche all’università di Roma Tre, dove ha frequentato solo un anno, ha avuto problemi, ma più che con gli studenti, con il personale amministrativo. “Un giorno ero in fila in segreteria, con una mia amica. Le stavo parlando del mio fidanzato. Arrivati allo sportello, l’impiegata è sbottata: ‘Non voglio parlare con uno sporcaccione come te’”. Solo la minaccia da parte di Paul di chiamare la polizia la convinse a rilasciargli il certificato di cui aveva bisogno. “Ma lo stava facendo come se fosse un favore”. Dovendo individuare il momento preciso in cui ha deciso di lasciare Roma e l’Italia, Paul non ha dubbi: gli insulti sul trenino che lo portava da Torre Maura alla stazione Termini. Oggi ci scherza su, e parla di un “pomeriggio pasoliniano”. “Ero seduto con i miei genitori. Avevo 18 anni. Faceva caldo, il trenino era pieno. Erano quasi tutti ragazzi che andavano al mare. Uno di loro stava fumando, e io gli chiesi di smettere, sapendo che dava fastidio ai miei. Non lo avessi mai fatto. Iniziò ad urlami contro ‘froc…’, più volte. Poi lo seguirono gli amici. Alla fine altre persone, sul trenino, si aggiunsero a quel coro, incluso l’autista, tanto che con i miei decidemmo di scendere. Ma non paghi di aver inferto quell’umiliazione, abbassarono i finestrini e continuarono ad urlare le stesse schifezze”. Paul iniziò a vomitare. Qualche giorno dopo la madre gli parlò. “Questo Paese non fa per te”, gli disse, pur sapendo la sofferenza che avrebbe provato ad avere un figlio lontano. Paul chiede di partecipare al programma Erasmus. Ma è un pretesto. Arriva a Barcellona il 27 settembre del 1997. Poco dopo abbandona l’università, e inizia a lavorare. Anni dopo finisce al centro di uno dei primi casi eclatanti di omofobia sul luogo di lavoro: l’Alitalia, per la quale aveva iniziato a lavorare nella città della Catalogna, lo licenzia. “Mi mobbizzavano perché ero gay”. Il suo caso finisce anche alla Camera dei deputati, con una interrogazione parlamentare (firmata, tra gli altri, da Nichi Vendola). Un giudice gli dà ragione, e ordina all’Alitalia di reintegrarlo. “Qua mi sento davvero libero, anche se l’Italia mi manca. Mi mancano l’arte, il cibo e, ovviamente, i miei genitori”, ammette. Ogni ritorno nella Città Eterna è difficile. “Roma non è cambiata, anzi a volte ho come l’impressione che sia peggiorata. L’Italia di Berlusconi non mi piace, è intollerante, così lontana dalla Spagna. Tornarci mi fa male, perché in fondo so di essere legato a questo Paese”. Qualche mese fa, rientrato per le vacanze di Natale, è stato costretto ad abbandonare un pub, nella zona di San Lorenzo. “Stavo parlando con una mia amica – dice – quando siamo stati insultati da un gruppo di giovanissimi. Hanno usato lo stesso insulto che sembra perseguitarmi solo quando vengo in Italia. Mi hanno chiamato ‘malato di Aids’. Mi ha stupito la loro età, sui 20 anni”. Pensi di tornare in Italia, prima o poi? “A Barcellona sto bene, mi sento tutelato dallo Stato, e non penso che ce la farei a sopportare quello che ho dovuto subire da adolescente”.

17 – 22 maggio 2011
Ivano ha scoperto l’omofobia a 14 anni. Primo anno di liceo scientifico, istituto dei salesiani in provincia di Bergamo. Se doveva ancora rendersi conto di essere attratto dagli altri ragazzi, i suoi compagni avevano già le idee molto chiare, e un’etichetta pronta da affibbiarli. “Culo, culo”, il coro che lo accoglieva, con una preoccupante frequenza quotidiana, quando arrivava in classe. Poteva accadere nei cambi d’ora, o nell’attesa della messa. Oppure sul pullman che portava la sua classe in gita. A volte anche in presenza dell’insegnante, che si limitava a riprendere bonariamente quei compagni un po’ discoli. L’essere stato vittima del bullismo omofobo gli ha però permesso di conoscersi meglio, e di formarsi una corazza che lo ha molto aiutato negli anni a venire, tanto da fargli fondare un’associazione che si batte per i diritti delle persone Glbt. A 31 anni, Ivano Cipollaro è sentimentalmente realizzato. La sua sessualità non è una questione problematica, almeno non lo è più per lui. Se qualcuno gli chiede conto della sua vita privata, lui risponde: “Convivo con il ragazzo che amo”. Anche all’ospedale San Paolo di Milano, dove lavora come infermiere, sanno del suo orientamento sessuale: “Ho deciso di essere libero, e non voglio più nascondermi. Per questo mi batto perché i giovani possano godere della mia stessa libertà”. Sa bene cosa significhi non essere liberi. Vittima di bullismo prima ancora di definirsi omosessuale. Qualcosa aveva iniziato a smuoversi dentro di lui già alle medie, ma è stato solo a 19 anni che ha capito di voler vivere una relazione con un uomo. “Non saprei dire perché i miei compagni mi scelsero come loro vittima. Non penso di essere stato così effeminato. Certamente meno di altre persone, che stranamente vennero lasciate in pace. Fatto sta che per cinque anni ho dovuto sopportare insulti ma anche violenze fisiche: mi hanno picchiato in strada, senza che nessuno facesse nulla”. “Mi ricordo ancora uno dei primi giorni, in cui la classe mi diede il benvenuto intonando, tutti insieme, ‘Ivano culo, Ivano culo’, a ripetizione. Io ci rimasi malissimo, ma pensai ad uno scherzo, un modo di fare gruppo. Cercai di passarci sopra, ma tutto diventò assai più difficile quando mi resi conto che quell’atteggiamento ostile nei miei confronti sarebbe andato avanti per molto tempo”. Gli intervalli e i cambi d’ora, che per molti sono un pretesto per svagarsi, per lui erano un tormento. Era allora che i bulli della classe gli rubavano le sue cose, dal diario all’astuccio, oppure si divertivano a riempirgli la cartella di carta igienica. “Mi sforzavo di abbozzare un sorriso, ma dentro di me stavo male, soffrivo”, racconta ancora. La colpevolizzazione è un doloroso fenomeno che porta l’omosessuale a convincersi di essere nel torto, di doversi nascondere o, peggio ancora, di dover fornire delle giustificazioni. “Ho sempre avuto paura di parlarne con i miei, perché mi vergognavo. Temevo mi potessero dire che c’era qualcosa di sbagliato in me”, spiega. E così preferiva continuare a prendersi le botte, che gli venivano riservate nei bagni o anche all’aperto. “Mi ricordo che un pomeriggio ci siamo fermati a scuola per una messa. A pranzo, davanti ad un bar vicino all’istituto, mentre ero con alcuni miei compagni, sono arrivati due ragazzi che hanno iniziato a picchiarmi, senza un motivo apparente. Mi hanno pure sfidato: ‘Se ti arrampichi su quell’albero, smettiamo di darti le botte’. Al mio rifiuto hanno continuato, prendendomi anche a calci. Non mi dimenticherò mai di quel ragazzo di un’altra classe che è passato di là e ha assistito alla scena. Quando lo hanno invitato a prendere parte al pestaggio di un ‘fro..’ lui ha risposto che preferiva di no perché ‘aveva le scarpe nuove e non voleva rovinarle’. I miei compagni hanno guardato, senza fare nulla per tutto il tempo”. Di quell’episodio non ha fatto parola con nessuno. “Non me la sentivo di dirlo a mia madre – spiega – perché temevo che sarebbe venuta a scuola, e al quel punto in classe avrebbero continuato a darmi della ‘femminuccia’. Pensavo che magari mi avrebbe rimproverato perché non ero in grado di difendermi da solo”. Ivano ingoia così le umiliazioni quotidiane. “Avevo un’amica speciale, di cui portavo sempre con me una foto. Loro la prendevano in giro, la chiamavano Ugo, perché dicevano che assomigliava ad un transessuale. Un giorno – ricorda ancora – mi fecero trovare sul banco un messaggio di insulti contro di lei, dicendo che io ero fidanzato con un uomo”. Anche le gite si trasformavano in incubi. A parte i cori urlati sui pullman (anche in presenza degli insegnanti), fino alla scelta della camera: “Inizialmente nessuno voleva dormire con me. Dicevano che ero gay, e che ci avrei provato con loro”. Quando qualcuno della sua classe lo incontrava nel bagno, gli diceva spesso che aveva sbagliato porta, e che doveva andare in quello delle donne. Alcune volte, quando si sentiva di non sopportare più quelle vessazioni, Ivano si procurava il vomito: “Era l’unico modo che avevo per rimanere a casa, senza dover dare troppe spiegazioni a mia madre”. Dagli insegnanti, alcuni dei quali preti, non è arrivato nessun tipo di aiuto: “Dicevo loro che venivo picchiato, ma sembravano disinteressati. E io continuavo a credere che ci fosse qualcosa di sbagliato in me”. Il coming out con gli amici è arrivato dopo l’ultimo anno di liceo e con la madre a 22 anni, quando la sua vita affettiva procedeva già a passo spedito e deciso. “Mamma disse che mi avrebbe voluto salvare dall’omosessualità, e che mi ero messo in testa cose strane – ricorda – ma alla fine accettò tutto”. Da tre anni Ivano convive con Javier, un ragazzo conosciuto durante una vacanza in Spagna. Il suo trasferimento in Italia, avvenuto un mese dopo, non è stato facile, e non solo dal punto di vista professionale e linguistico: “In Spagna ci baciavamo in strada, e camminavano tranquillamente mano nella mano. Prima di arrivare a Milano gli dissi che da noi le cose erano diverse, e che quel comportamento ci avrebbe creato dei problemi. Non mi voleva credere, pensava che stessi esagerando. Non riusciva a concepire come si potesse venire insultati solo perché si era gay”. Pochi giorni dopo il suo trasferimento nella città meneghina, la doccia fredda: “Io e Javier ci siamo baciati in strada. Una ragazza, che passava in auto, ci ha urlato contro ‘fro…’.”. “In Spagna, mi ha fatto notare, c’è una legge che punisce determinati comportamenti omofobi, anche di tipo verbale – osserva oggi – e Javier mi ha anche spiegato che i politici sono molto attenti a non offendere la comunità omosessuale, perché possono rischiare una denuncia”. Nel 2008 Ivano ha fondato, insieme ad altri ragazzi e ragazze, l’associazione “Milk”, attraverso la quale sta cercando di importare quella civile tolleranza che Javier non è ancora riuscito a trovare a Milano.
Fonte: Repubblica.it

18 – 1 giugno 2011
Napoli – Hanno aspettato i risultati del ballottaggio per denunciare alla stampa l’ennesima aggressione omofoba avvenuta a Napoli. “Ci hanno aggrediti con calci e pugni – racconta una delle due vittime, Fabrizio Sorbara, presidente dell’Arcigay Napoli – e ci hanno urlato in faccia quanto gli facevamo schifo”. L’episodio e’ avvenuto venerdi’ sera all’interno di un noto locale notturno di Posillipo, zona collinare della citta’, che ospitava per l’occasione un aperitivo di promozione del referendum. “Un ragazzo napoletano sui 25 anni – continua Fabrizio – alla vista di un bacio tra me e il mio compagno, e’ andato su tutte le furie e ha cominciato a picchiarci sulle spalle fino a separarci. A un certo punto ci ha chiesto cosa stessimo facendo, intimandoci di smetterla perche’ c’erano bambini. Ma era l’una di notte e di bambini non ce ne erano affatto. Io ho cercato di farlo ragionare, ma e’ stato tutto inutile. Fortunatamente sono intervenute in mio aiuto delle ragazze, ma la cosa si e’ svolto nella quasi totale indifferenza generale. In quel momento abbiamo valutato che sarebbe stato meglio non far uscire la notizia, perche’ avrebbero potuto accusarci di utilizzare questo episodio come una strumentalizzazione politica”. A denunciare l’ennesimo atto di violenza in citta’ dalla sua pagina di Facebook e’ anche la leader dell’Associazione Trans Napoli (ATN) Loredana Rossi: “Sono venuta a conoscenza che il presidente dell’Arcigay di Napoli insieme al suo ragazzo stavano ad una festa e per un misero bacio che i due si sono dati, sono stati aggrediti da un ragazzo con calci e pugni. Sono sicura che il dolore fisico e’ nulla in confronto a quello morale, e’ arrivata l’ora di fare qualcosa”. “Intendiamo chiedere al neosindaco Luigi De Magistris – sottolineano Fabrizio Sorbara e Loredana Rossi – che abbiamo anche sostenuto, di investire risorse e progettualita’ in vista delle manifestazione previste nei prossimi mesi. Perche’ la risposta non puo’ esaurirsi nel gay pride regionale in programma a Napoli il 25 giugno”. I due responsabili napoletani – insieme a: Arcilesbica e Famiglie Arcobaleno di Napoli, e Arcigay nazionale – sono in netta polemica con l’evento fortemente voluto dall’associazione I-Ken, che non avrebbe, a loro dire, coinvolto il mondo Lgbt “pur sbandierando l’unita’ dell’orgoglio gay lesbico trans”.
Fonte: Giornalettismo

19 – 13 luglio 2011
Roma. Un 18enne è sceso dalla macchina e ha accoltellato una ragazza trans per averlo rimproverato di esserle passata troppo vicino rischiando di investirla. Arrestato dalla polizia.
Trans accoltellato ieri a Roma, dopo una lite per motivi di viabilità. La transessuale, una brasiliana di 31 anni, a passeggio con un amico nei pressi di Porta Maggiore, ha rimproverato un automobilista per essergli passato troppo vicino, rischiando di investirlo.
Fonte: Gay.it

20 – 15 luglio 2011
Bari. Picchiati con calci e pugni tra i locali della movida a Bari Vecchia. Torna l’incubo aggressioni nel centro storico. Due ragazzi, giovedì poco prima delle 23, sono stati insultati e accusati di essere gay solo per aver sfiorato involontariamente il braccio di un bullo. La brutta disavventura è capitata a due giovani, un barese di 23 anni e un calabrese di 24, finiti in ospedale dopo essere stati pestati da quattro piccoli banditi della città vecchia. La violenza è scattata giovedì sera, poco dopo le 22,30. I locali erano ancora affollati e le piazze pure. Tra vicoli e pub c’erano molti giovani e ancora qualche famiglia che passeggiava con i bambini. Le due vittime stavano passeggiando in piazza Mercantile, non molto lontano dalla fontana al centro della piazza. Senza nemmeno accorgersene, il 23enne, mentre chiacchierava con il suo amico, ha sfiorato il braccio di un ragazzo che era fermo con il suo gruppo, con altri tre coetanei. Un gesto involontario che però non è stato gradito dall’aggressore, che con i suoi complici, ha cominciato a sferrare calci e pugni contro il 23enne. Il compagno di 24 anni, uno studente fuori sede originario della Calabria, ha provato a difenderlo ma è stato picchiato con violenza anche lui. Prima gli insulti pesanti e poi le botte. Il 23enne, colpito con un pugno in faccia, che gli ha spaccato il labbro superiore, è caduto sbattendo la testa sul bordo della fontana. Per un attimo il giovane, tramortito per terra, ha perso i sensi. Un gestore, allora, ha chiamato il 113. Sono stati gli operatori del 118 a rianimarlo e trasferirlo in ambulanza al pronto soccorso. Nel frattempo, con ancora le tracce di sangue sulle chianche, in piazza Mercantile si sono precipitate sette auto della polizia. I quattro bulli sono invece spariti. Gli agenti hanno passato al setaccio la zona fino all’una di notte. Hanno ascoltato e identificato i ragazzi che hanno assistito al pestaggio, ma nessuno ha voluto fornire informazioni. Intanto il 23enne, che nella caduta ha riportato un trauma cranico, si è ripreso e sta meglio. L’altro ragazzo è stato medicato e dimesso. Valentina Marzo Fonte: Corriere del Mezzogiorno
21 – 16 luglio 2011
Ravenna – Presunto episodio di omofobia in una scuola superiore della provincia: una ragazza di 17 anni, lesbica, avrebbe lasciato l’istituto anche a causa di un duro scontro con una professoressa di religione, la quale avrebbe affermato che «l’omosessualità è una malattia, e i gay finiranno all’inferno». A diffondere la notizia è stato un sito: Ravenna & Dintorni. A quanto è dato sapere, la diciassettenne racconta che l’insegnante di religione ha pronunciato le frasi incriminate in classe, dopo aver saputo dell’omosessualità della ragazza. La quale, per questo motivo, sarebbe scappata dalla classe sbattendo la porta, per poi segnalare il fatto, nei giorni successivi, alla Rete contro le discriminazioni della Regione. Infine, con un paio di mesi in anticipo, la studentessa ha lasciato la scuola. La docente interpellata dallo stesso sito — smentisce di aver usato la parola «malattia», pur ammettendo di aver parlato dell’omosessualità come derivante da disturbi relazionali e di psiche, citando un libro di Luca Di Tolve, l’omosessuale ‘guarito’ di cui parla la discussa canzone di Povia Luca era gay. L’episodio è confermato dall’Arcigay di Ravenna, che però, per il momento, preferisce non intervenire sulla questione. Ieri la dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale Maria Luisa Martinez è venuta a sapere dell’episodio da noi: il preside dell’istituto non aveva quindi ritenuto necessario informare l’ufficio provinciale. Scelta che sorprende la dirigente: «In questi casi una telefonata va fatta — dice. — L’unica cosa che posso dire sulla vicenda, della quale non ero minimamente al corrente, è che bisogna sempre evitare di ferire la sensibilità dell’altro. Non perché lo dica la legge, ma perché è un principio umano e anche cristiano». Martinez, appena venuta a conoscenza di quanto sarebbe accaduto, ha contattato l’ispettore scolastico, il quale, nei prossimi giorni, potrebbe convocare il dirigente della scuola, il docente e la stessa ragazza, per chiarire quanto è accaduto, e per chiedere conto del motivo per cui i fatti non sono stati segnalati all’Ufficio scolastico provinciale. Fonte: Il Resto del Carlino
22 – 18 luglio 2011
Roma – Tre aggressioni omofobe, a Centocelle, all’Eur e in pieno centro, nei pressi del Colosseo. Tutte avvenute nelle ultime due settimane, e denunciate oggi dai responsabili della Gay Help Line, la linea telefonica di aiuto alla quale si sono rivolte le vittime di questi episodi. Ragazzi picchiati o fatti oggetto di lanci di pietre e uova perché si baciavano, o anche solo perché passeggiavano nei pressi di un luogo di ritrovo della comunità omosessuale romana. Il più recente risale alla notte di domenica 17, quando alcuni giovani, in via dei Fori Imperiali, hanno lanciato uova e vetri contro un ragazzo di rientro da una serata nella Gay Street. Nessuna vittima, però, ha voluto sporgere denuncia, per paura di ritorsioni o per non rivelare la propria omosessualità.”Questa prima parte dell’estate sta dando segnali preoccupanti di un escalation di aggressioni omofobe. Se dovessimo guardare le segnalazioni ricevute dal nostro numero verde dovremmo dire che siamo di fronte ad una nuova emergenza”, afferma preoccupato Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center. L’aggressione avvenuta in via dei Fori Imperiali ha visto per protagonista un 22enne che, uscito da un locale della vicina Gay Street, era diretto verso la fermata dell’autobus notturno per tornare a casa, nella zona di Centocelle. Erano le due di notte, il ragazzo indossava una t-shirt e dei pantaloncini molto aderenti. Forse per questo motivo (o magari perché era stato seguito da via San Giovanni in Laterano, la strada dei locali Glbt) è stato notato da un gruppo di ragazzi tra i 18 e i 20 anni, che gli si sono affiancati con l’auto. “Mi hanno tirato della uova con dei vetri, all’improvviso, senza che avessi fatto nulla di particolare”, ha raccontato alla linea telefonica. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, anche se lui non ha voluto presentare formale denuncia. “Non sono dichiarato, e i miei genitori non sanno della mia omosessualità”, si è giustificato. “Sono molto scosso. Sono rimasto ferito, e mi sento uno schifo. Lanciarmi contro le uova è un gesto di disprezzo. Ora avrò paura ad uscire di casa la sera”, ha detto a Marrazzo che, ieri sera, si è recato sul posto per incontrarlo. “Ho notato per terra l’uovo con i pezzi di vetro”, conferma il portavoce del Gay Center. L’episodio viene però smentito dall’Arcigay, che chiede di “distinguere circostanze criminali generiche da situazioni di reale omofobia”. Il secondo caso si è verificato nella notte dell’8 luglio, in un’altra zona frequentata dalla comunità omosessuale: l’Eur, nei dintorni del Gayvillage. Un altro ragazzo, che si trovava da solo, è stato affrontato da almeno due persone, che lo hanno rincorso al grido di “frocio”, e gli hanno lanciato delle pietre contro. Fortunatamente è stato colpito sì alla testa ma solo di striscio, riportando una leggera ferita. Un testimone ha confermato l’aggressione. Una zona, quella delle Tre Fontane, all’Eur, che non è nuova ad episodi del genere: alla fine di giugno, un 35enne aveva denunciato di essere stato rincorso da un gruppo di ragazzi armati di bastoni. Dopo quell’episodio, la Questura ha rafforzato la vigilanza nell’area esterna, aumentando il numero di pattuglie presenti in zona (nell’area interna, invece, è affidata alla Security privata selezionata dal Gayvillage, che riesce a garantire il sereno svolgimento di questa manifestazione dell’Estate romana). L’ultima violenza denunciata dal Gay Center risale agli inizi di luglio. Un 18enne aveva notato che cinque ragazzi lo stavano fissando mentre si baciava con il fidanzato, sotto casa sua, nella zona di Centocelle. Il giorno dopo, mercoledì 6, lo hanno aspettato in cinque (tutti giovanissimi, alcuni anche minorenni), e, una volta solo, lo hanno insultato e aggredito con calci e pugni. Nessuna denuncia, perché, in questo caso, teme ritorsioni da parte della banda di omofobi. “Uno dei dati più evidenti è che spesso chi denuncia parla di aggressori molto giovani e di gruppi e spesso di giovani vittime che nella quasi totalità dei casi non fa denuncia formale per paura – dice Marrazzo – Siamo in contatto costante con le forze dell’ordine, ma non basta. Serve una risposta politica culturale strutturata”. Domani sarà in votazione alla Camera la legge sull’omofobia, con il voto delle pregiudiziali di Costituzionalità presentate da Pdl, Lega e Udc (e la parlamentare Anna Paola Concia annuncia per il pomeriggio un sit in davanti a Montecitorio). “La sua approvazione – fa notare Marrazzo – sarebbe un primo segnale, al quale devono essere aggiunte delle azioni sul territorio, per le quali mettiamo a disposizione la nostra esperienza e le nostre casistiche per attuare interventi mirati con le istituzioni territoriali che saranno disponibili. Ancor di più qualora la legge fosse boccia in Parlamento”. “E’ un grido d’allarme che si fa sempre più disperato quello della comunità omosessuale di Roma – osserva Enzo Foschi, consigliere del Pd della regione Lazio – Si tratta di un fenomeno sempre più preoccupante la cui tendenza sembra segnalare un inasprimento delle violenza sia per il crescendo del numero sia per come queste violenze vengono messe in atto. E’ come se a Roma, più che nel resto del Paese, si sia instaurata una logica criminale dove il branco sfida gli altri a fare dei gay dei bersagli, tentando di privarli della dignità e del riconoscimento dei propri diritti”. Fonte: La Repubblica Roma
23 – 6 agosto 2011
Cerignola – Non poteva più sopportare i sorrisetti ironici dei suoi concittadini, gli insulti e le allusioni all’omosessualità del fratello maggiore. In un eccesso d’ira Pasquale Intellicato, 20 anni, un giovane di Cerignola ha afferrato due coltelli e ha infierito sul fratello: “Sei il disonore della famiglia”. Una brutta vicenda che ha sconvolto il piccolo centro della Puglia, dove i pregiudizi hanno giocato un ruolo fondamentale. E’ terminata in maniera drammatica ma sarebbe potuta finire in tragedia se non fosse stato per l’intervento tempestivo dei sanitari del 118. Il giovane Intellicato si trovava a casa dei genitori quando ha iniziato a litigare col fratello Antonio, 36 anni, per futili motivi. Accanto a loro c’erano anche la mamma e un terzo fratello, ignari di quel che stesse per accadere. Tra una parola e l’altra, Pasquale ha pesantemente insultato per l’ennesima volta il fratello maggiore, poi ha afferrato due coltelli da cucina e ha iniziato a colpirlo, perché l’omosessualità di Antonio gli rendeva la vita difficile e disonorava l’intera famiglia. Lo ha fatto per ben 19 volte, soprattutto all’altezza del torace. Non c’era premeditazione nel suo gesto, perché il giovane non aveva portato i coltelli con sé, ma certamente la volontà di uccidere il fratello a sangue freddo non gli è mancata. Gli altri familiari hanno cercato di dividere i due litiganti e Pasquale ha mollato la presa ed è fuggito. Sul posto gli agenti delle volanti e i sanitari del 118, che hanno trasportato d’urgenza Antonio Intellicato agli Ospedali Riuniti di Foggia. Ancora cosciente sebbene in una pozza di sangue, la vittima ha indicato ai poliziotti il suo aggressore. Gli agenti del commissariato si sono appostati nei pressi dell’abitazione di Pasquale, che dopo quasi due ore dall’accoltellamento è ritornato in quella zona per prendere la sua Apecar e fuggire. Ma i poliziotti l’hanno arrestato e portato al carcere di Foggia. Nel ciclomotore è stato trovato uno dei due coltelli, intriso di sangue. Nel frattempo il fratello maggiore ha subito un delicatissimo intervento al torace, durato diverse ore. I medici non hanno sciolto la prognosi, le sue condizioni sono gravissime, ma pare non sia in pericolo di vita. Fonte: La Repubblica Bari
24 – 8 agosto 2011
Aggressione omofoba a Latina. Un ragazzo di 26 anni ha denunciato di essere stato insultato e picchiato da due rumeni, molto giovani (17/18 anni di età), mentre si trovava in compagnia di due amici. Sul posto è intervenuta la polizia, che, a breve, mostrerà alla vittima dell’aggressione alcune foto segnaletiche. I fatti risalgono alle 22 di sabato sera. Giovanni Gioia, truccatore e Drag Queen, si trovava nei pressi della centralissima piazza del Popolo, quando è stato preso di mira da due ragazzini romeni. “Erano giovanissimi, penso anche minorenni. Mi hanno chiamato ‘frocio’ e ‘ricchione di merda’, e mi hanno anche tirato contro delle pietre”, racconta Giovanni. Visto che in quel momento si trovava in una zona buia, non ha reagito, e ha preferito andare in una vicina pizzeria, dove aveva programmato di passare la serata. Ma i due romeni, che forse lo avevano seguito, non gli hanno dato pace. “Pochi minuti dopo essermi seduto, mi hanno colpito alle spalle con un cazzotto, facendomi cadere – spiega ancora – Il secondo cazzotto sono riuscito ad evitarlo”. L’intervento degli altri clienti del ristorante ha messo in fuga i due. Giovanni ha deciso di sporgere denuncia e, quando i due saranno stati individuati, potrebbe anche avviare una causa per il risarcimento dei danni. Medicato dal personale sanitario, la prognosi, di cinque giorni, parla di una “contusione alla regione zigomatica sinistra, escoriazione muscosa labiale superiore, dolorabilità ai muscoli del collo, piccola frattura all’incisivo destro”. “E’ importante denunciare queste violenze – spiega Andrea Berardicurti, segretario politico del Mario Mieli, che ha raccolto la segnalazione – perché bisogna far venire a galla gli episodi di omofobia”. Casi che vengono denunciati anche alla Rainbow Line, la linea di assistenza istituita un mese fa dal Mieli (800/110611): “Gran parte delle segnalazioni che ci arrivano – spiega Berardicuri – provengono spesso dalle province. E non parlo solo di casi di violenza, come questo, ma anche di discriminazioni quotidiane”. Fonte: La Repubblica Roma
25 – 9 agosto 2011
Gianni non ha avuto dubbi: ha riconosciuto i suoi due aggressori e ha sporto denuncia per lesioni personali aggravate e qualunque altro reato che sarà eventualmente configurabile Non ha avuto paura a rivolgersi alla Rainbow Line (numero verde gratuito 800 11 06 11) per chiedere aiuto ed assistenza. Gianni non ha avuto dubbi: ha riconosciuto i suoi due aggressori, quelli che sabato scorso lo hanno insultato per strada, gli hanno tirato dei sassi e poi, non contenti di ciò, gli hanno mollato un pugno, con conseguente deviazione del setto nasale, una ecchimosi allo zigomo ed un ponte saltato in bocca. Non ha avuto paura a rivolgersi alla Rainbow Line (numero verde gratuito 800 11 06 11) per chiedere aiuto ed assistenza. Non ha avuto timore nemmeno di chiamare il 113 quando, dopo il riconoscimento dalle foto segnaletiche in Questura, tornando a casa, ha visto i due ragazzi in giro spavaldamente per Latina. Sono due minorenni di origine romena, che forse non si aspettavano di venire fermati e condotti in Questura. Gianni ha sporto denuncia per lesioni personali aggravate e “qualunque altro reato che sarà eventualmente configurabile”. Nel frattempo le Forze dell’Ordine terranno sotto controllo la sua abitazione e i suoi spostamenti, per evitare eventuali ritorsioni. La Questura ha inviato il fascicolo al Tribunale dei Minori. Adesso non resta che aspettare che la giustizia faccia il proprio corso. Nel frattempo Gianni deciderà se costituirsi parte civile nel processo con la richiesta di risarcimento di danni morali e materiali. Perché Gianni, così conciato, deve interrompere il proprio lavoro di animazione nelle discoteche, sua fonte di guadagno estivo. Oltre a questo c’è ovviamente la parte psicologica: da quando è successo il fatto Gianni non dorme, e nonostante il coraggio dimostrato, teme di poter incontrare i suoi due aggressori, che sono stati denunciati ma sono tuttora a piede libero. Da parte del Circolo di Cultura Omosessuale “Mario Mieli” il ringraziamento in primis a Gianni che ha coraggiosamente denunciato i suoi aggressori, cosa non facile in una cittadina piccola come Latina (i suoi aggressori vivono a pochi isolati dalla sua casa) e alle Forze dell’Ordine che hanno tempestivamente ed efficacemente operato per la risoluzione del caso. Fonte: www.mariomieli.it
26 – 17 agosto 2011
Una coppia omosessuale lo scorso Ferragosto è stata vittima di un’aggressione verbale. Questo è quanto denuncia il circolo Arcigay di Brescia Orlando. I due giovani, secondo l’associazione, stavano abbracciati su di un plaid in Maddalena come tante altre coppie nello stesso luogo. A un tratto, però, racconta una nota, un uomo si è avvicinato loro invitandoli ad andare nel bosco a fare “quelle cose”, perché lì vi erano famiglie e bambini. “Quando uno dei due ragazzi ha cercato di far ragionare l interlocutore sull’assurdità della richiesta”, spiega il comunicato del circolo, “l’uomo ha iniziato a urlare, dandogli del puttano e minacciando la coppia di cacciarla a calci. I due ragazzi, comprendendo che con quella persona era impossibile ragionare, se ne sono andati: il loro romantico pomeriggio di pace era ormai inesorabilmente rovinato. Potrebbe sembrare un atto non particolarmente grave, non essendovi stata alcuna violenza fisica, anche se le minacce di violenza ci sono state e forse sarebbe finita peggio se i due ragazzi a un certo punto non avessero desistito. Chi riuscisse a mettersi nei panni dei due poveri ragazzi, comprenderebbe che un aggressione verbale simile non fa meno male della violenza fisica”. Secondo l’Arcigay “quello che fa molto male a loro e a tutti e tutte noi è l’arroganza di una persona, che erge il proprio pregiudizio a regola generale, che tratta un atto di tenerezza come una cosa volgare, da fare nei boschi, solo perché tra due uomini invece che tra un uomo e una donna. E soprattutto che vuole imporre agli altri il proprio modo di pensare, violando i diritti delle persone, primo fra tutti il diritto di uguaglianza scritto nella nostra Carta Costituzionale. Troppo spesso si usa la presenza dei bambini per giustificare una atto di discriminazione fino all aggressione. Invece negli occhi dei bambini non vi è alcun pregiudizio nè alcun disgusto, se non ve lo instilla la società degli adulti”. “Sappia quella persona e tutte le persone omofobe come lui”, conclude la nota di Orlando, “che non torneremo a nascondere il nostro amore, perché l’amore desidera sempre esprimersi liberamente con gioia alla luce del sole. Dalla parte della libera espressione dell’amore sono la legge, la civiltà e, per fortuna, tantissime cittadine e tantissimi cittadini che non si sentono affatto rappresentati dal comportamento di quell uomo violento. Arcigay Orlando esprime la propria solidarietà e il proprio sostegno alle vittime dell’aggressione e la più netta riprovazione per quanto loro accaduto. ifenderemo e sosterremo l amore fino alla vittoria sulla violenza, fisica o verbale che sia”. Fonte: QuiBrescia.it

27 – 8 settembre 2011
È arrivata in questura verso l´ora di pranzo, con il naso rotto. E ha denunciato l´uomo che la sera prima l´aveva aggredita e presa a pugni al ristorante giapponese “Hama” in via Raffaello Sanzio, prima di andarsene tra gli sguardi impietriti dei clienti. Un´aggressione che ha i contorni dell´omofobia, e come vittima un´italiana di 29 anni, omosessuale, che mercoledì sera era a cena al giapponese assieme alla fidanzata e a una loro amica: sedute a un tavolo da tre sotto a un gazebo, poco dopo le 23 le ragazze avevano finito di mangiare e chiacchieravano e si divertivano scattandosi delle fotografie. Ma un uomo seduto con tre donne a un tavolino vicino ha rovinato la loro serata: una testimone oculare, Patrizia Lai, 35 anni, ha raccontato i fatti sulla sua bacheca di Facebook: «Mentre pagavamo il conto abbiamo sentito alcune persone che urlavano “si stanno pestando”. Ci siamo girate e abbiamo visto un uomo robusto, sui 35 anni, pelato e tatuato, prendere a pugni la ragazza. Tre, quattro cazzotti in pochi secondi, nessuno è riuscito a fare niente mentre continuava a ripetere “così la smetti di rompere le scatole e a rispondermi”». Patrizia Lai spiega: «È stata pestata perché faceva una foto con la fidanzata. Questo tizio per tutta la sera le aveva importunate con occhiate e battute omofobe. L´ha appellata molto poco carinamente e lei ha risposto provocandolo: “Ma non sei gay anche tu?”. Questo è bastato a farlo andare su tutte le furie». Parole grosse, l´energumeno che si alza, scarica una raffica di pugni al volto della ragazza come per darle una lezione, e poi se ne va alla chetichella quando capisce che uno dei clienti, un 37enne, ha chiamato la polizia. «Ha preso la metropolitana alla fermata di Buonarroti, dove ha cercato di aggredire anche noi», dicono le due amiche della 29enne. Dopo l´archiviazione della legge anti-omofobia in Parlamento è la politica ad essere messa sotto accusa. «L´ennesima dimostrazione – dice Anna Paola Concia, deputata del Pd – che senza una legge nazionale per il contrasto della violenza omofoba vince la violenza». L´assessore Majorino chiede che «un atto simile non resti impunito, l´autore di questa orrenda aggressione venga perseguito con durezza. Il nostro impegno per fare di Milano la capitale dei diritti civili non si ferma».
Fonte: La Repubblica – Milano
28 – 23 ottobre 2011
“Sconcerta apprendere che quattro ragazzi del nostro territorio siano stati arrestati con l’accusa di rapina, ma ancora più sconvolgente è apprendere che lo facevano per noia e che avevano di mira persone omosessuali. Chissà quale contesto sociale fa da contorno a questa triste vicenda e chissà perché la scelta delle vittime è caduta proprio su persone gay – commentano i membri dell’associazione Renzo e Lucio – Forse nel nostro territorio c’è ancora uno spazio politico culturale che spinge a prendersela con coloro che vengono ritenuti diversi, c’è ancora chi nega che possa esistere l’omofobia intesa come odio o contrapposizione verso le persone omosessuali”. Un problema che i soci del sodalizio lecchese definiscono “culturale” e che si alimenta “con dichiarazioni false ed omofobe e con la negazione dei diritti”. Renzo e Lucio per contrastare questo “cancro culturale” da tempo si sta impegnando alacremente: “La nostra associazione – spiegano – s’impegna per generare un atteggiamento sociale politico e culturale diverso, capace di accoglienza e comprensione. Purtroppo invece ancora si registrano nelle istituzioni, nelle scuole e nelle famiglie atteggiamenti di rabbia ed intransigenza verso le persone gay e lesbiche, e queste purtroppo sono il terreno fertile per l’odio e la discriminazione che, forse, ha portato questi ragazzi a pensare che in fondo se rapinavano e picchiavano i gay , tutto sommato non facevano nulla di male”. Un passo in avnti in questa direzione lo ha fatto recentemente il Consiglio Comunale di Lecco approvando un ordine del giorno contro l’omofobia, “ma anche in quella occasione – puntualizzani i portavoce dell’associazione Renzo e Lucio – alcuni consiglieri hanno pensato di precisare che nel nostro territorio l’omofobia non esiste e che non sono questi i problemi reali, sarebbe opportuno forse da parte di costoro una auspicabile rettifica. Da parte nostra continueremo sempre a lavorare nelle scuole, nella società e nelle famiglie, anche quelle considerate ‘per bene’ per cercare di eliminare barriere e luoghi comuni”. Fonte: LeccoNotizie.com
29 – 24 novembre 2011
Caro direttore, quella che sto per raccontare è una storia di quelle che “capitano-soltanto-agli-altri”. Una di quelle vicende che arrivano inaspettate, senza un significato o magari il significato è proprio in questo scrivere. È una storia di strada, di violenza, di leggi di clan, di bullismo, di paura, coraggio, lacrime e tanti abbracci. Nel mio braccialetto, qui in ospedale, c’è una data, 19 novembre 1976, è quando sono nato. E c’è un’altra data sopra: 19 novembre 2011. Le infermiere sorridono e mi dicono «buon compleanno». Forse non lo sapevano i tre ragazzi di una banda di bulli in Via Torino, in pieno centro, intorno alle 19.30, fra i negozi aperti e la gente che passeggiava con i primi acquisti di Natale. Tre ragazzi di una banda, una delle tante – mi dicono al commissariato – che hanno dato sfogo a una violenza senza significato. Contro me e contro il mio compagno William. Vorrei potervi dire che questa vicenda si aggiunge ai tanti episodi catalogati come violenza omofobica, almeno avrebbe avuto una sua nobiltà di cronaca e un suo significato semplice. Ma no. Si è trattato di una banale violenza, senza significato e senza motivo, solo di una banda di ragazzi minorenni forse filippini, forse sudamericani, non so e non conta neanche tanto. Erano tre e poi sono diventati tanti. Spintoni e pugni, tanti pugni. In quel momento non capisci bene cosa stia accadendo. Pensavo solo “copri il volto, copri il volto”. L’ho fatto e sono finito contro una serranda. Poi ho aperto gli occhi, c’era William che mi diceva di stare tranquillo, che era tutto finito. Aveva un occhio nero e sangue ovunque che gli scendeva dal naso. Ma era in piedi. Tanta gente intorno a noi ma nessuno aveva chiamato la polizia. Ci hanno raccontato che a salvarci è stato un ragazzo di colore, forse anche lui non proprio in regola visto che al momento dell’arrivo dell’ambulanza è fuggito via. Forse non aveva il permesso di soggiorno e secondo me lo meriterebbe. Ero lì contro la serranda aspettando che finissero. Non c’era nessuno ad aiutarci; forse le tante persone accanto a noi avevano le mani impegnate a reggere le borse del loro scintillante shopping. Dei ragazzi non italiani ci hanno picchiato, un ragazzo non italiano ci ha salvato. In ambulanza guardavo William con i lividi mentre piangevo e non sapevo fare altro. Con la testa che rimbombava, tra le mani dell’infermiera. Ci guardava con gli occhi comprensivi di una donna che forse ne ha viste tante di scene come questa, sicuramente anche peggio. Ma per noi era la prima volta e peggio di così è difficile immaginarla. Ci sono tante domande in tutta questa storia. Perché tanta violenza? Perché non c’era nessuno a intervenire? Come è possibile in pieno centro a Milano essere aggrediti così? Dove sono le autorità che dovrebbero vigilare? Qualche ora al Policlinico, Tac, radiografia e visita neurologica. Tante persone in gamba, professionali. Io intanto guardavo il mio William, che mi sorrideva con il labbro rotto, ed era un modo per dirmi «cisiamoancora». Oggi, the day after, i lividi sono più viola, la testa batte un po’ di più, ma soprattutto ci sono quegli attimi di violenza, quel lampo in mezzo a una passeggiata che non vogliono andare via. Andranno via presto, lo so. Ma non dovrebbero. Non se prima non riusciamo qc ottenere una città più sicura, a cambiare in noi stessi quell’atteggiamento di indifferenza e paura. Paura nel dire, nel fare, nel denunciare. Al comando di polizia siamo stati per un paio d’ore. Ci dicono che si è trattato di un episodio di bullismo, uno dei tanti. Di quei ragazzi un po’ rapper, con le croci appese alle felpe, croci senza significato, un po’ come la mia firmata da stilisti famosi. Mi ripetevo: extracomunitari uguale violenza e delinquenza. Poi è iniziato il fotoriconoscimento: tantissimi ragazzi minorenni, senza guida. Erano tanti, tutti liberi, tutti fuori, tutti in giro in tante Via Torino. E, sorpresa, c’erano italiani, filippini, africani, cinesi, italiani, inglesi, sudamericani e ancora italiani. Perché in fondo la violenza, purtroppo, non ha nazionalità. Io e il mio William siamo qui a raccontare questa storia perché siamo stati fortunati. I nostri lividi e dolori passeranno, come spero tornerà presto quella leggerezza nel passeggiare nel centro illuminato di Natale di questa bella città. Sono Paolo, e passeggiavo in Via Torino alle 19.30 di sabato sera. Fonte: Repubblica.it
30 – 9 dicembre 2011
“Su Facebook è comparso un gruppo di discussione che fin dal titolo, ‘Abbattiamo – Vladimir Luxuria’, è una vera e propria istigazione alla violenza contro di me”. Lo riferisce l’artista e scrittrice, ex parlamentare di Rifondazione, peraltro neanche iscritta al social network, sottolineando che il gruppo riporta il nome del fondatore. Luxuria, nata a Foggia, è stata recentemente a Bari per il primo Queer festival dedicato alle tematiche glbt e quest’estate, nel corso delle presentazioni del suo primo romanzo Eldorado, ha raccontato spesso delle discriminazioni che ha vissuto sulla propria pelle. Stavolta però, la Rete le riserva commenti brutali. Fra i quelli pubblicati online, “alla ghigliottina sto c…o di schifo”, “non ci farei nemmeno il sapone”, “c’è solo da sperare che l’Aids arrivi anche per lui/lei”. Non mancano anche le affermazioni ‘a difesa’, la più recente si conclude con le parole “…siete solo dei fascisti maleducati”. “Cose analoghe mi erano successe un po’ di tempo fa, quando ero in Parlamento e i gruppi in questione erano statui bloccati dalla polizia postale”, ricorda Luxuria, sottolineando infine che “il verbo ‘abbattere’ rivolto a una persona è inquietante, si abbatono le bestie, gli edifici”. “Ci occuperemo anche di questo caso. Non è un fenomeno che riguarda solo Luxuria”. Sabrina Castelluzzo, responsabile sezione crimini informatici del Servizio polizia postale e delle comunicazioni, assicura un immediato intervento. “In passato – ricorda il vice questore aggiunto – ci sono stati perfino gruppi nati sul noto social network per Sarah Scazzi o Pietro Taricone. Spesso lo scopo di certi individui è solo attirare l’attenzione e provocare la discussione. Il fenomeno è conosciuto come ‘effetto trolling’: chi pubblica queste pagine si comporta come un ‘troll’, lo gnometto odioso che, attraverso messaggi irritanti, stuzzica altri soggetti alla discussione”. “Si sviluppa così un dibattito in rete – rimarca Castelluzzo – nel quale ognuno prende la propria parte: c’è il mediatore, il purista e altre figure. In realtà in molti casi il modo migliore per evitare di cadere nella trappola del ‘troll’, è astenersi da ogni commento”.
Fonte: La Repubblica
31 – 22 dicembre 2011
E’ ancora sconvolto e senza parole il senese che è stato vittima di una incredibile e ingiustificabile discriminazione ad uno sportello bancario della nostra città. “Lei è finocchio, io non la servo”, si è sentito dire da un cassiere dopo che lui aveva chiesto di poter fare una semplice operazione bancaria. Sono stati attimi terribili per quest’uomo e anche per quanti hanno assistito alla scena. Attimi di silenzio dopo la frase detta dal cassiere senza manifestare pulsioni né emozioni, come se fosse la cosa più tranquilla e normale da dire. “Sono rimasto allibito, senza parole”, racconta oggi il senese discriminato. Il suo animo è stato fortemente colpito da una frase detta da un uomo che neppure lo conosceva. L’insulto non aveva alcun motivo di essere pronunciato: i due uomini non si conoscevano affatto. “Io non l’avevo mai visto”, dice il senese aggredito verbalmente. Si tratta quindi esclusivamente di un classico insulto di tipo omofobo. Poche parole, dette con clamorosa naturalezza, che hanno creato un solco molto doloroso nell’animo di un’altra persona. “Ancora oggi – dice ancora il senese – non riesco a capacitarmi di quanto è avvenuto”. Per fortuna il mondo non è fatto solo di individui che non rispettano il prossimo. Ed ecco che un collega del cassiere, accortosi della situazione, ha chiamato il cliente a sé: “Non si preoccupi, venga da me che facciamo questo bonifico”. Così è stato possibile effettuare l’operazione bancaria. Ma il fatto di cronaca resta, e come sempre dal piccolo possiamo andare al grande, dal micro possiamo parlare e commentare la macro-realtà di un contesto (senese? italiano?) in cui forse negli ultimi tempi sta diminuendo il rispetto e la tolleranza nei confronti del prossimo. Parliamo con il senese discriminato e lo sentiamo ancora colpito da quanto è avvenuto. Come si sente adesso? “Di fronte ad una cosa del genere sono veramente allibito. Sul momento sono rimasto senza parole. A dire il vero ancora adesso non riesco a commentare una vicenda simile. Tra l’altro ricorderei a questo signore che mi ha insultato che lui lavora al pubblico e che prende uno stipendio anche grazie al mio conto corrente. E aggiungo che l’omofobia è una forma di razzismo: oggi ha offeso me, magari in futuro potrà offendere una persona perché ha un colore diverso della pelle o perché è di un’altra religione. Il mio percorso di vita è stato deviato da un problema di questo signore, questa è la cosa più grave. La sessualità riguarda ognuno di noi e francamente io non conoscevo neppure quest’uomo. Ero vestito in maniera normalissima e non avevo fatto nessuna cosa particolare. Voglio dire: negli anni ‘70 magari andava di moda un certo tipo di abbigliamento che aveva l’obiettivo di abbattere il modello di machismo che poteva esistere in una certa società. Io invece ero assolutamente tranquillo e vestito come tutti. Il problema insomma è tutto di questo individuo”. Vuole dire qualcosa a questa persona che l’ha insultata? “Credo che ormai non sia più il tempo di dire niente. Purtroppo io credo che non si tratti di un problema locale, ma nazionale. In questi ultimi anni siamo stati abituati a un certo tipo di politica che ha finito per instaurare una mentalità di scarso rispetto anche verso il mondo gay. Negli ultimi anni c’è stato un generale abbassamento culturale e probabilmente sono aumentate le persone che vedono l’altro come un nemico da attaccare e offendere. Comunque non mi interessa parlare con questa persona, quello che pensa lui è il contrario di quanto penso io”. Ma a Siena le era mai successo qualcosa di simile? “Io non credo, come le ho detto, che sia un problema di Siena. Purtroppo in Italia ci sono persone che non sono capaci di rispettare il prossimo. E’ come il magma di un vulcano: è lì, pronto ad esplodere e venire fuori in determinate circostanze. Lo si è visto con la terribile tragedia di Firenze e, nel piccolo, anche nel mio caso. La cosa strana è che quest’uomo che detto la frase in questione con un tono di voce pacato, come se non lo facesse per provocare ma come se dovesse dire un suo pensiero che giudicava giusto e legittimo. Io credo che il fascismo ed il razzismo siano mali difficili da sradicare. Dobbiamo rimanere tutti all’erta e vigilare affinché simili fatti discriminatori siano sempre conosciuti e segnalati” Gennaro Groppa
Fonte: Corriere di Siena

ESTORSIONI E RAPINE

1 – 3 marzo 2011

VENEZIA – «Pagami o dico che sei gay». Estorce denaro all’amico per tenere la bocca cucita sulle sue preferenze sessuali. Con questa accusa è finito in manette un concordiese di vent’anni. È successo l’altro pomeriggio nelle vicinanze del parco di via Bertolini della città del Lemene. La “vittima” aveva ricevuto delle continue richieste di denaro da parte dell’amico. L’altra mattina ha preso il coraggio a quattro mani e s’è presentato ai carabinieri di Portogruaro raccontando tutto. I militari hanno così preparato la trappola al concordiese. Il ventenne ha fatto credere all’amico coetaneo di accettare il ricatto, si sono incontrati e quando il ricattatore ha preso il denaro sono saltati fuori i carabinieri.
Fonte: Il Gazzettino (Venezia)

2 – 23 marzo 2011
MORGANO. La debolezza tutta italiana (ottenere favori grazie agli amici) è il classico terreno di caccia per i truffatori. E quanto più paradossale è il raggiro tanti più facilmente miete vittime. È quanto emerso nitidamente nel processo celebrato ieri dal giudice Marco Biagetti nel quale Vincenzo Traino, 52 anni, di Campobasso è riuscito a gabbare, tra l’ottobre 2008 e il giugno 2009, due famiglie di Morgano e Paese. L’imputato – assistito dall’avvocato Pretty Gorza che sostiene che i raggiri erano troppo evidenti per cascarci – si è finto un capitano di fregata, promettendo di far arruolare due giovani atleti nel gruppo sportivo della Marina militare. Lo avrebbe così indotti in errore e convinti a versargli prima 3700 euro e poi 1200 euro – secondo gli inquirenti -. Il motivo? Pernottamenti in albergo, ottenere la documentazione e la divisa militare necessari per entrare nel gruppo sportivo militare. Denaro – secondo quanto spiegato dall’imputato – che poi avrebbero riavuto dalle autorità militari. Traino avrebbe poi organizzato una seconda truffa, ingenerando un pericolo immaginario nelle parti offesa. Avrebbe sostenuto che c’erano filmati che ritraevano i due atleti – secondo la tesi accusatoria – in atteggiamenti intimi. Filmati che una persona avrebbe potuto far pubblicare se non avesse ottenuto 3700 euro. Ultimo raggiro, pagato con 500 euro in contanti ed elettrodomestici per 1400 euro ai danni di un imprenditore di Paese promettendogli, per l’accusa, l’autorizzazione ad organizzare corsi antincendio.
Fonte: Il Gazzettino

3 – 12 aprile 2011
Ricatti hard ad un sacerdote Arrestato un giovane fermano
Voleva soldi dal prete per non rivelare la loro relazione omosessuale
IN TRAPPOLA I carabinieri hanno interrogato a lungo i due ragazzi
di FABIO CASTORI RICATTAVANO un sacerdote che intratteneva con loro un rapporto omosessuale, minacciando di svelare tutto, ma alla fine lui non ha retto, ha raccontato la storia ai carabinieri e li ha fatti arrestare. In manette sono finiti due giovani: un fermano 25enne di origini campane e un forlivese di 24 anni. Vittima dell’estorsione un religioso della Diocesi di Forlì-Bertinoro. Gli estorsori sono stati fermati sabato, ma la vicenda è stata tenuta nel massimo riserbo fino a ieri, quando, davanti al giudice per le indagini preliminari, c’è stata la convalida degli arresti. Ai due sono stati concessi i domiciliari, ma le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica, continuano con l’obiettivo di ricostruire i fatti nei minimi particolari. A chiedere aiuto agli uomini dell’Arma è stato il sacerdote stesso, dopo che i giovani hanno minacciato nel fine settimana di rendere pubblica la relazione, che il religioso aveva deciso di interrompere. TUTTO era iniziato un paio di anni fa, quando i due avevano chiesto al prete un aiuto economico e logistico per aprire un’agenzia di spettacoli. Il sacerdote, una volta capiti gli orientamenti sessuali dei ragazzi, aveva proposto loro di aver rapporti a volte singolarmente, altre in coppia in cambio di 200 euro a prestazione. La storia è andata avanti fino quando i due hanno scoperto che il prete aveva una relazione anche con un altro giovane e che a lui pagava somme più alte. A quel punto il 25enne fermano e il 24enne forlivese avrebbero preteso 300 euro a prestazione e il sacerdote ha deciso di interrompere il rapporto. Probabilmente, proprio la decisione di metter fine alla relazione ha acceso la reazione degli ex amanti, che lo hanno messo alle strette. Il religioso, pur dovendo confessare quel che c’era stato in precedenza con i due ricattatori, ha deciso di rivolgersi ai carabinieri. I ragazzi sono stati fermati e condotti in caserma dove, dopo alcune ore, hanno confessato il tentativo di estorsione. Per loro si sono aperte le porte del carcere dove sono rimasti fino alla convalida degli arresti e alla concessione dei domiciliari. Di quanto accaduto è stato informato anche il vescovo di Forlì, che ha aperto un’inchiesta presso il tribunale ecclesiastico a carico del sacerdote, il quale rischia di essere quanto meno sospeso.
Fonte: Il Resto del Carlino (Fermo)

4 – 18 aprile 2011
Estorsione al viado: corre verso il processo l’indagine nei confronti del poliziotto della stradale di Belluno Marco Carbone, 35 anni, attualmente in aspettativa. Il procuratore di Treviso Antonio Fojadelli, sulla base degli elementi di prova raccolti dagli investigatori della Sezione di Polizia giudiziaria della Procura, ha infatti chiuso le indagini e formalizzato le accuse dell’ex assistente capo. A giorni – da quanto è filtrato – dovrebbe mandare avanti la richiesta di rinvio a giudizio. Sono infatti già trascorsi i canonici 20 giorni, stabiliti dalla legge, entro i quali l’indagato può presentare memorie difensive e l’esito di eventuali controindagini. Il poliziotto bellunese – secondo la ricostruzione degli inquirenti – avrebbe costretto un trans brasiliano, 45enne, all’epoca clandestino in Italia, a versargli fino a 500 euro la settimana, offrendogli la propria protezione e avvalendosi della divisa che indossava. Una ricostruzione che l’assistente capo ha sempre respinto con forza. Lo ha fatto anche nel corso di un articolato interrogatorio, durante il quale era assistito dall’avvocato Emilio Marcon. Da quanto si è appreso gli inquirenti non gli avrebbero però creduto. L’indagato sarebbe infatti caduto più volte in contraddizione, mentre la versione del transessuale – che nel frattempo ha ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di giustizia e che ora abita a Treviso con un fidanzato italiano – avrebbe trovato riscontri puntuali in fatti, episodi e racconti di clienti del viado. Sotto la lente ci sarebbero vari pagamenti, con riscossioni avvenute tra Vittorio Veneto e un appartamento di Susegana. Nel frattempo il viado brasiliano, che è assistito e consigliato dall’avvocato Andrea Zambon, avrebbe manifestato l’intenzione di costituirsi parte civile nei confronti dell’ex assistente capo della Stradale di Belluno. «Il cliente – ha avuto modo di dire l’avvocato Zambon – vuole ripartire da zero e costruirsi un futuro sereno, senza più doversi prostituire per mettere insieme il pasto con la cena. Ha trovato la forza di autodenunciarsi e di rendere noto d’essere vittima di un’estorsione. Ha profonda fiducia nella giustizia italiana».
Fonte: Il Gazzettino (Treviso)

5 – 26 aprile 2011
Gli hanno estorto oltre dieci mila euro e gli facevano paura mostrandogli un coltello. Minacciavano di rivelare dettagli compromettenti sulla sua vita privata, forse un rapporto omosessuale oppure un vizio particolare. Finché la vittima, un 39enne imolese, non li ha denunciati. Sono finiti in manette ieri due fratelli di origine napoletana e residenti a Borgo Tossignano, un minorenne e un 22enne.
Fonte: Leggo

6 – 15 luglio 2011
PRATO. Perseguitato, ferito con un coltello, minacciato di morte e seguito fino a casa. Sono stati giorni tremendi quelli di un transessuale brasiliano di 38 anni che si è trovato vittima di un tentativo di estorsione da parte di un ventiseienne albanese uscito dal carcere una ventina di gironi fa. Il brasiliano ha però trovato il coraggio di denuncaire tutto alla polizia che ha arrestato l’albanese.
La brutta storia comincia un paio di settimane fa in via Firenze dove il transessuale brasiliano di solito cerca i propri clienti. L’albanese lo avvicina con la scusa di un rapporto ma subito dopo lo minaccia e gli impone un pizzo di centocinquanta euro al giorno per evitare conseguenze fisiche. Il transessuale rifiuta e lo allontana. Ma tre giorni più tardi, sempre secondo quanto denunciato dal brasiliano, l’albanese si ripresenta e lo rapina della borsa con dentro 100 euro, minacciandolo di morte se non avesse provveduto a pagare il resto netro la stessa sera. Richiesta che il transessuale rifiuta ancora salvo scoprire qualche giorno dopo di essere stato seguito fino a casa e trovare dei danneggiamenti sulla porta. E’ a quel punto che il trentottenne sudamericano decide di denunciare il tutto alla polizia e mentre gli agenti raccolgono la sua denuncia, arriva una nuova telefonata dell’albanese che lo minaccia di morte se non avesse provveduto a consegnargli i 150 euro. La telefonata avviene in viva voce e i poliziotti sentono così in diretta la richiesta estorsiva. Scatta quindi la trappola e non appena l’albanese si avvicina alla porta dell’appartamento del transessuale, viene arrestato dalla polizia con la grave accusa di estorsione. Il sostituto procuratore della Repubblica, Eligio Paolini, ha chiesto la convalida del fermo e disposto la custodia cautelare in carcere in attesa del processo.
In tasca il ventiseienne aveva un coltello a serramanico di circa venti centimetri di lama. Arma usata per ferire sulle braccia il brasiliano durante uno dei precedenti incontri finalizzati all’intimidazione e all’estorsione. Ferite che il trentottenne ha mostrato ai poliziotti al momento della denuncia.
Fonte: Il Tirreno

7 – 25 agosto 2011
QUINTO. Prima il rapporto omosessuale, poi il ricatto per non far vedere le foto compromettenti alla moglie: «Dammi tremila euro o lei vedrà quello che hai fatto con me». Così un marocchino di 42 anni ha ricattato per settimane un uomo di 48 anni, residente a Quinto. La vittima della tentata estorsione ha deciso di denunciare la situazione ai carabinieri: il marocchino è stato arrestato, ora si trova agli arresti domiciliari. La vittima della tentata estorsione ha risparmiato i tremila euro, ma questa vicenda gli costa comunque carissima: la sua vita privata è stata squassata dall’episodio, e sembra che la moglie abbia deciso di lasciarlo. I due si erano conosciuti grazie ad alcuni lavori di giardinaggio che il quarantottenne (già in pensione) aveva commissionato al marocchino. Prima qualche ammiccamento e approccio, poi il trevigiano ha proposto in maniera esplicita un rapporto sessuale al marocchino. Il magrebino ha accettato, ma ha deciso di tendere una trappola al suo improvvisato partner. Quando tra i due c’è stato un rapporto sessuale orale, qualche giorno dopo, qualcuno ha scattato delle foto inequivocabili. Chi? Un complice, probabilmente: le indagini dei carabinieri proseguono su questo fronte. Il marocchino, il giorno dopo l’incontro, è andato nel negozio di foto-ottica di un centro commerciale della zona per sviluppare le immagini. Le ha mostrate al quarantottenne, e ha iniziato a chiedere soldi per farle sparire dalla circolazione, prima che finissero nella mani sbagliate. «Se non mi dai tremila euro – ha intimato il marocchino – queste foto arrivano dritte a tua moglie». Un incubo, per il ricattato. Che fare? Pagare? E se poi il marocchino fosse tornato alla carica chiedendo ancora denaro? Si rischiava una spirale senza fine. Per questo l’uomo ha deciso per la via traumatica ma risolutiva: ha confessato la scappatella omosessuale alla moglie e ha avvertito i carabinieri. Il marocchino, Tadir El Motbk, incensurato, regolare sul territorio e residente a Scorzè, è stato arrestato per tentata estorsione: ora è ai domiciliari. Le indagini dei carabinieri di Zero Branco proseguono sulle tracce del possibile complice del marocchino, l’autore materiale degli scatti compromettenti. (f.p.)
Fonte: La Tribuna di Treviso.

8 – 28 ottobre 2011
LECCO AVEVA RAPINATO un gay nella zona Bione, a processo Vincenzo detto Enzo Mannarino. L’episodio era accaduto il 23 luglio 2002, quando Mannarino, in compagnia di un amico, si era avvicinato ad una coppia appartata nella zona del Bione e l’aveva rapinata del portafogli. Vittima Vincenzo Tommasecchia che nella ore successive all’episodio aveva presentato denuncia in questura. Ieri è iniziato il processo nei confronti del 30enne, residente a Calolziocorte, difeso dall’avvocato Marcello Perillo. Sono stati sentiti gli agenti di polizia e il commissario Dante Russo che hanno seguito le indagini. Il pm Luca Fuzio ha chiesto agli agenti che hanno deposto alcuni chiarimenti sulla dinamica della rapina. La sera del 23 luglio di nove anni fa Vincenzo Mannarino e un amico si avvicinano alla coppia e li minacciano chiedendo il portafogli. La rapina gli aveva fruttato non più di una ventina di euro e il cellulare di una delle vittime, la coppia di omosessuali appartati nei pressi del centro sportivo del Bione. L’ASSALTO era portato a termine stringendo tra le mani una pistola giocattolo, che ha preso di mira i due giovani semplicemente perché appartati in una zona defilata e poco illuminata attorno appunto al centro sportivo cittadino. Il giovane secondo quanto ricostruito in aula arrivò nei pressi dell’auto e assalì i due per farsi consegnare denaro e oggetti di valore. Per lui si trattava di una semplice coppia appartata e impegnata in effusioni. E come tale si è comportato. Il bottino fu però assai magro: pochi euro e il telefono cellulare di uno dei due. Al termine delle deposizioni il processo è stato aggiornato al 19 gennaio 2012.
Fonte: Il Giorno (Como)

9 – 28 ottobre 2011
Ascoli “Pronto, carabinieri? Venite a prendermi. Piuttosto che rimanere nella comunità terapeutica di recupero preferisco tornare in carcere”. Di fronte ad una richiesta del genere il piantone è rimasto incredulo. Ha quindi avvertito il magistrato il quale ha ordinato che L. C., ascolano di 31 anni, venisse prelevato dalla comunità in cui era stato inviato e recluso nel carcere di Camerino. Agli inizi dell’anno il giovane era stato arrestato con l’accusa di aver rapinato un gay. L. C. ha raccontato al magistrato che mentre stava camminando lungo viale De Gasperi si è imbattuto in un ragazzino che stava piangendo. Quest’ultimo gli ha riferito di essere stato importunato sessualmente da un anziano. Senza pensarci su due volte L. C. ha deciso di affrontare l’individuo che stava seduto su una panchina del giardinetto. Fra i due è nata una vivace discussione. Dopo qualche giorno i carabinieri sono andati nella sua abitazione per eseguire un’ordinanza di custodia cautelare in carcere in quanto il gay lo aveva denunciato per una presunta rapina poichè il trentunenne gli avrebbe sottratto il portafoglio. Essendo tossicodipendente, dopo qualche giorno trascorso in carcere il giudice ha deciso di mandarlo in comunità. Ieri, davanti al collegio giudicante, si è svolta l’udienza filtro per la presentazione da parte dell’avvocato Francesco Voltattorni delle prove. Il reato di cui è accusato L. C. è un altro: violenza carnale nei confronti di una ragazza ascolana. Nel corso di una festa privata il giovane avrebbe palpeggiato una ragazza che a sua volta lo ha denunciato. L’uomo però sostiene che l’azione non era assolutamente intenzionale ma casuale, facendosi trasportare dall’euforia del momento. Al termine della breve udienza il presidente del collegio giudicante Tatozzi ha fissato per il 2 maggio la discussione del processo.
Fonte: Corriere Adriatico

10 – 15 novembre 2011
OGGIONO NON SONO ancora chiuse le indagini a carico dei quattro giovanissimi, tutti di buona famiglia, che a ottobre hanno minacciato, aggredito e rapinato alcuni omosessuali, scegliendo le «prede» tra i numerosi gay che si ritrovano lungo la superstrada 36 tra Annone e Bosisio, in località La Poncia. Per ora devono rispondere di una rapina e di una tentata rapina ma sono in corso accertamenti perché si sospetta che siano responsabili di altri episodi analoghi. Sono Giuseppe C., 19enne di Sirone, Mirko F., Davide C. e Denny R., ventenni rispettivamente di Oggiono, Sirone e Garbagnate. I ragazzi si sono scusati e hanno sostenuto che si trattava solo di un gioco. «Il mio assistito non ha bisogno di soldi – spiega l’avvocato Claudio Usuelli, legale di fiducia di uno di loro -. Non si era reso conto della gravità di quello che ha commesso, ora è mortificato. Ha assicurato che lui e anche gli altri tre non avevano alcun intento discriminatorio verso gli omosessuali. Volevano solo per così dire divertirsi. Per questo si sono scusati per quello che hanno fatto». Sono stati i carabinieri della stazione locale di Oggiono a individuarli. I militari, grazie alle testimonianze e alle confidenze raccolte, si sono concentrati soprattutto su una Opel Corsa nuova venduta da una concessionaria di Castello. Attraverso gli accertamenti sono risaliti al proprietario della quattro ruote e da lui all’intero gruppo.
Fonte: Il Giorno – Lecco

11 – 17 novembre 2011
QUINTO Aveva tentato di estorcere 3 mila euro per non far vedere alla moglie della vittima le foto del rapporto omosessuale da poco consumato. Processo lampo per Tadir El Motkb, un 42enne marocchino residente a Scorzè finito in manette per aver tentato di estorcere del denaro ad un giardiniere 48enne di Quinto sotto la minaccia di far sapere alla moglie del loro incontro a luci rosse. Su richiesta del sostituto procuratore Antonio Miggiani, il gip di Treviso ha disposto che il marocchino venga processato con giudizio immediato, già il prossimo 7 dicembre, tanto gravi erano le prove a suo carico. I fatti risalgono a fine agosto di quest’anno: i due si erano conosciuti grazie ad alcuni lavori di giardinaggio che il quarantottenne (già in pensione) aveva commissionato al marocchino. Prima qualche ammiccamento e approccio, poi il trevigiano aveva proposto in maniera esplicita un rapporto sessuale al marocchino. El Motkb aveva accettato, ma aveva deciso di tendere una trappola al suo improvvisato partner. Proprio mentre i due stavano consumando in macchina il rapporto orale, qualcuno, un complice non meglio identificato, aveva scattato le foto, poi sviluppate. Di lì il tentativo di estorsione : «Se non mi dai 3 mila euro lo dico a tua moglie». Il 48enne aveva però deciso di denunciare tutto ai carabinieri. Ora il marocchino, agli arresti domiciliari a Canizzano, il 7 dicembre sarà chiamato a rispondere dell’accusa di tentata estorsione. (s.g.)
12 – 19 novembre 2011
Ha estorto all’amico sacerdote 3.000 euro tra il 2009 e il 2010, minacciandolo, nel caso non pagasse, di divulgare ai suoi superiori ecclesiastici e non solo, l’esistenza di una loro presunta pregressa relazione omosessuale. Fatti che hanno portato Massimo Buffelli, 52 anni di Padova (difeso dall’avvocato Filippo Giacomello) a processo: oggi è in programma l’udienza preliminare. Il pubblico ministero Sergio Dini ha accertato durante l’inchiesta che il sacerdote ultra sessantenne ha dovuto consegnare a Buffelli, in maniera continuativa, somme di denaro oscillanti tra i 40 e i 100 euro alla volta, per un totale di 3.000, oltre ad effettuare in suo favore una serie di ricariche telefoniche. Per molto tempo ha pagato, in silenzio, il ricatto ha retto due anni. Poi è stato scoperto dalla Polizia municipale di Padova quando quella voce su una liaison tra il parroco, ormai prossimo a lasciare la sua storica parrocchia per un’altra con sede sempre in centro città, era ormai sulla bocca di tanti parrocchiani. Troppi. Così è scattata l’inchiesta, Buffelli è finito nel registro degli indagati per estorsione continuata. Ora l’indagine è conclusa e il pm ha chiesto il rinvio a giudizio dell’uomo che, per due anni, ha tenuto in scacco quel sacerdote con la minaccia di divulgare la loro presunta relazione sessual-sentimentale. Una relazione sempre negata dal prete, che ha spiegato agli inquirenti di aver pagato per umana pietà e per evitare di essere infangato da accuse assurde in un momento delicato che vive la Chiesa, oggi come allora, bersaglio già di altri scandali di tutt’altro genere (qui non si tratta di pedofilia ma, casomai, di rapporti tra persone adulte e consenzienti). Buffelli aveva cominciato a reclamare le prime cifre: 40, 100 euro alla volta, ogni tanto chiedeva all’amico sacerdote una ricarica telefonica o anche il pagamento della spesa. Quando le richieste erano diventate ormai pressanti e il prete tentennava, il cinquantaduenne aveva cominciato a scrivere bigliettini, con frasi che rinviavano inequivocabilmente a una loro relazione omosessuale. Bigliettini lasciati sui banchi della chiesa o in canonica, di cui prontamente informava il sacerdote che li faceva sparire. Convocato dagli investigatori, quest’ultimo ha ammesso il ricatto e consegnato quei bigliettini, messi agli atti come fonte di prova. Oggi Buffelli sarà di fronte al giudice . Carlo Bellotto Fonte: Il Mattino di Padova

12 – 23 novembre 2011
Eboli. Due uomini denunciano l’aggressione da parte di un giovane marocchino. Lo scontro col giovane nordafricano sarebbe avvenuto a Campolongo, all’interno della fascia pinetata, in un luogo solitamente frequentato da gay e prostitute. Le vittime sono due persone residenti a Giugliano e Frattamaggiore, in provincia di Napoli. L’episodio – secondo la loro denuncia ai carabinieri – sarebbe avvenuto nel pomeriggio di ieri mentre si erano fermati per una un bisogno fisiologico. A raccontare dell’aggressione sono stati i due napoletani che si sono presentati ai carabinieri della compagnia di Eboli, diretta dal capitano Cisternino e dal tenente Manna, per sporgere denuncia contro ignoti. I fatti si sarebbero svolti sulla fascia costiera, nei pressi dell’ingresso di uno noto e storico stabilimento balneare. Secondo la versione fornita agli inquirenti, i due uomini si erano fermati per un impellente bisogno fisiologico dietro ad un cespuglio. Ed è stato proprio mentre urinavano che si è presentato il marocchino con il coltello in pugno. L’aggressione non è stata a sfondo rapina, come hanno dichiarato gli stessi denuncianti. Il nordafricano, infatti, non ha preteso soldi. Li avrebbe solo minacciati con il coltello, lasciando intendere che li avrebbe sfregiati. Poi sarebbe andato via. Riponendo la lama affilata in tasca. Da come è stata prospettata, si presenta come un’aggressione anomala. La zona indicata dai due napoletani, dove sarebbe avvenuta l’aggressione, è nota per essere un luogo di ritrovo per praticare sesso all’aperto a pagamento. Sul posto è diffuso il fenomeno della prostituzione, soprattutto di giovani ragazza dell’Est Europa. Non mancano le presenze di gay: uomini che offrono il proprio corpo anche senza un corrispettivo in denaro. L’azione del marocchino è inusuale. Le aggressioni, solitamente ai danni di persone che si appartano, è a scopo di rapina. Massimiliano Lanzotto
Fonte: La Città di Salerno

13 – 6 dicembre 2011
MILANO PRIMA GLI HA RUBATO il cappotto con cellulare, bancomat e documenti e poi gli ha chiesto i soldi per riavere tutto indietro. Ma il tentativo di estorsione non è andato in porto per l’intervento di una pattuglia del commissariato Centro che è accorsa – l’altro ieri mattina in piazza Cavour – dove si è concluso la notte brava di un siciliano di 28 anni, pregiudicato, A.C. che è finito in manette per tentata estorsione. Indagato anche per possesso di droga. Gli agenti gli hanno trovato una decina di grammi di hascisc negli slip e in casa, in viale Faenza, altri 70 grammi dello stesso stupefacente. Evidentemente il giovane oltre a spacciare «canne», arrotondava gli affari con piccoli furti con la complicità di un amico che gli forniva i clienti e la merce. Il furto infatti era avvenuto la notte precedente in un locale per gay di via Gallarate. Dove la vittima, che è un italiano – trentenne dipendente di un’azienda farmaceutica – era finito, dice lui, «per curiosità». Qualcuno deve avergli rubato il cappotto e i documenti e quella stessa persone poco tempo lo ha contatto:«Se vuoi tutto indietro devi darmi 300 euro..». Il giovane accetta, ed è costretto a compiere lunghi giri viziosi in taxi con il presunto ladro, nel tentativo di prelevare soldi con il suo bancomat. Nessun prelievo però va a buon fine. Così il ladro si accontenta di 300 euro, che la vittima riesce a farsi prestare – alle 10 del mattino in piazza Cavour – da un amico a cui aveva dato un appuntamento. Lo stesso amico dopo avergli affidato il denaro chiama il 113 e una Volante del commissariato si precipita in piazza Cavour dove ammanetta il siciliano per tentata estorsione.
Fonte: Il Giorno Milano

BULLISMO

1 – 26 aprile 2011
PAVIA. Scritte sui banchi contro due ragazzi omosessuali. Telefonate anonime, battute pesanti. Due studenti del liceo Foscolo hanno sopportato per mesi l’atteggiamento dei compagni, poi si sono rivolti all’Arcigay per chiedere un sostegno.
Uno dei due ragazzi ha scritto una lettera all’Arcigay. «Non ne hanno parlato con nessuno perché si sarebbero dichiarati – spiega Giuseppe Polizzi, tra i fondatori di Arcigay Pavia – c’è la paura di essere giudicati. Noi abbiamo messo a disposizione lo psicologo dell’associazione, perché i due ragazzi non sono dichiarati in casa». Hanno sopportato per diverso tempo, poi però non sono più riusciti a restare in silenzio su quanto stava avvenendo tra i banchi di scuola. Nella lettera raccontano «di ripetuti scherzi a tinte omofobe». «Inizialmente si trattava di scritte a matita sui banchi, che miravano ad offendere e stigmatizzare per un orientamento sessuale ritenuto sbagliato, deviato», scrive un ragazzo. Non ha mai detto a nessuno di essere gay, vorrebbe solo poter vivere la sua sessualità serenamente. Dopo le scritte sono arrivate le telefonate anonime. «Siamo di Arcigay Milano volevamo sapere se ti sei già tesserato», gli hanno detto al telefono. «Solo per fargli fare coming out», commenta Polizzi. Con l’Arcigay era stato organizzato un incontro al liceo classico, durante la cogestione, per parlare di bullismo omofobo. Chi vi ha partecipato è stato subito additato. «Alcuni erano venuti all’incontro solo per vedere chi c’era. Ci sono ragazzi che con malizia prendono in giro, messaggi mai troppo evidenti, telefonate anonime. Al Foscolo si parla di quelli sospettati di essere gay, sempre con giudizi negativi». Lo racconta una ragazza al secondo anno, della sua omosessualità ha parlato anche in famiglia e ora sta cercando di sensibilizzare i ragazzi delle altre scuole. Casi di omofobia e bullismo omofobo non ci sono solo al Foscolo. «In alcune scuole è anche peggio, in quelle con più maschi soprattutto. Il problema è per chi lo vive a metà o lo nega perché è una situazione più pesante, e come per il bullismo vengono presi di mira i più deboli», spiega la studentessa del liceo. «Scriverò una lettera al preside chiedendo un incontro e la possibilità di aderire al progetto scuole finanziato dal ministero dell’Istruzione», aggiunge Polizzi. Un progetto che Arcigay cercherà di portare in tutte le scuole. «Siamo stati al Foscolo e al Taramelli – spiega Giuseppe Polizzi – e saremo al Copernico. Dopo questi incontri qualcosa si muove, molti ci scrivono, ci mandano segnalazioni e chiedono sostegno».
Fonte: La Provincia Pavese

2 – 17 maggio 2011
Milano – Giovani ragazzi, talvolta minorenni, spavaldi solo quando sono in gruppo. E’ l’identikit dei protagonisti delle aggressioni verbali omofobe di cui sono stati (e continuano ad essere) vittime Valerio e Marco. Studenti universitari a Milano, 23 anni il primo, 22 il secondo, hanno saputo trasformare rabbia e frustrazione iniziali, in una consapevole indifferenza. E agli insulti che, ancora oggi i bulletti omofobi indirizzano contro di loro, hanno imparato a rispondere con l’ostinazione di chi pretende di vivere normalmente la propria relazione affettiva: “Non ci spaventano, e continueremo a camminare mano nella mano. Per noi questa è la normalità. Qualche volta, di fronte a chi ci insulta, abbiamo risposto baciandoci”. Valerio e Marco studiano, rispettivamente, Lettere moderne e Scienze della comunicazione. Sono ufficialmente fidanzati dal novembre del 2009, amici e parenti sanno del loro rapporto. La famiglia li ha accettati, senza fare troppe domande e senza ergere i muri della diffidenza e del rancore che possono accompagnare i coming out con mamma e papà. “Ho detto ai miei genitori di essere gay all’età di 18 anni, dopo averne parlato con alcuni amici stretti – spiega Valerio – E’ stato allora che ho iniziato a frequentare dei ragazzi. E’ l’età della patente, si inizia a girare, a uscire. Mio padre mi ha risposto con un ‘lo so’, mentre mia padre mi ha abbracciato. Nessuno dei due era stupito”. “Un po’ di imbarazzo iniziale c’è stato – dice invece Marco – soprattutto da parte di mio padre, ma alla fine non ha avuto alcun tipo di problema”. Anche gli anni a scuola non sono accompagnati dai traumi che possono arrivare a segnare, con ferite spesso profonde, la psiche di chi sta cercando di capire e accettare il proprio orientamento sessuale. Valerio, che ha frequentato una scuola privata cattolica in provincia di Varese, conserva un bel ricordo di quel periodo. I compagni, eccezion fatta per qualche caso sporadico, non lo hanno mai preso in giro. Neanche quando, in quinta elementare, ha vinto il torneo di pallavolo della scuola, giocando nella stessa squadra delle ragazze: “Ho fatto il giro d’onore del cortile, e nessuno ha avuto nulla da ridire”. Più tormentato il confronto con l’arretratezza di pensiero di certi docenti, alcuni dei quali erano preti. “Quando la Ue votò contro l’ipotesi di Buttiglione commissario europeo a Giustizia, libertà e sicurezza, in seguito ad alcune sue dichiarazioni omofobe, spiegai in un tema perché ritenevo che bisognasse battersi per l’uguaglianza tra le persone – ricorda ancora – Quando mi restituì il compito, notai che il professore di italiano mi aveva scritto: ‘Non l’ho letto, ti metto 10, perché questo è l’unico modo di estirpare Satana da te’”. Marco, invece, è stato iscritto ad un liceo artistico, e ha vissuto in un ambiente estremamente gay-friendly. Anche per questo ha fatto coming out già a 15 anni, senza che nessuno dei compagni lo isolasse o cercasse di osteggiarlo. Man mano che si rendono conto di essere omosessuali, iniziano a rivendicare il diritto alla loro visibilità, che passa anche per il bacio scambiato in strada, al cinema, in stazione. Passeggiano mano nella mano con i loro fidanzati. Vivono questa fase con l’ingenuità di chi è convinto, a ragione, che di fronte a quell’atteggiamento non ci dovrebbe essere alcuna reazione negativa, come avviene con le coppie eterosessuali. Ben presto, però, quell’ingenuità è chiamata a confrontarsi con la realtà dell’omofobia, e i ragazzi capiscono di essere portatori di una diversità che può infastidire, e che non si vorrebbe vedere. L’altro si denigra, perché non si vuole riconoscere che è portatore della nostra stessa dignità. E’ proprio allora che scatta qualcosa in Valerio e Marco, che si ostinano a non voler cedere a quelle imposizioni esterne che mirano a limitare la loro libertà. Decidono di non fare nessun passo indietro, e di continuare a vivere la loro vita affettiva alla luce del sole, senza limitazioni. E di battersi contro gli insulti, frequenti. “Le aggressioni che abbiamo subito, come coppia, sono state innumerevoli, a Milano – spiegano – Quando camminiamo mano nella mano, ci attiriamo sempre commenti sgradevoli. Il più delle volte, è il classico ‘frocì urlato da lontano. In genere arriva da ragazzi, giovani, di sesso maschile, e in gruppo”. I luoghi in cui Valerio e Marco sono stati presi di mira sono i più disparati: dal paese di provincia, alla periferia milanese, fino al centro: alla stazione Cadorna, e diverse volte nella zona del Duomo, ma anche nella metropolitana. Con qualche caso all’estero: a Londra, Hyde Park, e ad Atlanta, in aeroporto. Quando reagiscono, i bulletti si fanno avanti, rivendicando il loro diritto a insultarli, a farli sentire in difetto. “Una sera, in una multisala in provincia di Varese, tre ragazzi ci hanno inseguito, dopo che io avevo ‘osatò ribattere ai loro schiamazzi e alle loro risate. Ho risposto alzando il dito medio. Ci hanno seguiti per due piani – racconta Valerio – si sono avvicinati e ci hanno iniziato a rivolgere alcune domande provocatorie. Pretendevano che mi scusassi, cosa che ovviamente non ho fatto”. Entrambi sono consapevoli dei rischi che corrono ma l’unica cautela adottata è quella di non esporsi troppo nelle ore notturne: “Di giorno ci sentiamo più protetti, la sera, invece, sappiamo che dobbiamo prestare più attenzione. E allora magari rinunciamo a camminare mano nella mano. Nessuno ha mai alzato le mani, ma ovviamente la paura c’è sempre”. Denominatore comune di questi episodi, è l’indifferenza della gente. I più girano la testa dall’altra parte e si allontanano. La solidarietà se arriva, arriva in maniera tardiva. “Una volta ero sul treno, insieme a mia sorella quattordicenne – racconta Valerio – alcuni ragazzi del mio paese mi insultarono, davanti a lei. ‘La prossima volta che ti vediamo, le prendì mi minacciarono e addirittura si erano seccati perché avevo controbattuto: ‘Non hai diritto di rivolgermi la parola, devi solo stare zitto’”. Nessuno sul vagone fece o disse nulla, a parte qualche commento, ma soltanto dopo che gli aggressori si erano dileguati. Per Valerio e Marco, che fanno parte del gruppo “Gay Statale”, per contrastare l’omofobia dilagante bisogna anche risolvere un problema all’interno dell’associazionismo omosessuale italiano: “la mancanza di coesione e la litigiosità esasperata”. “Non c’è un movimento unitario, e a livello locale e nazionale sentiamo la mancanza di punti di riferimento chiari. Le associazioni sono poco presenti, c’è un’eccessiva frammentazione, per non parlare di invidie e gelosie. E, invece, i gay dovrebbero unirsi per un’azione comune”.
Fonte: Repubblica.it

3 – 18 maggio 2011
Per le autorità accademiche, rettore incluso, è una tradizione immutabile che va rispettata e onorata, perché è parte integrante della storia del collegio. E poco importa se per molti studenti si traduca in offese e umiliazioni. Come quelle che ha dovuto subire Mattia (il nome è di fantasia) che è stato doppiamente vessato: in quanto matricola e omosessuale. Con grande fatica, è riuscito a superare il primo anno nel collegio di merito, uno dei più prestigiosi a livello nazionale. E’ l’anno più traumatico in assoluto. E’ quello durante il quale i neo-ammessi subiscono le angherie degli studenti più grandi, organizzati in bande e protetti dall’impunità garantita loro nel nome della tradizione. Neanche qualche denuncia penale e i ritiri da parte di alcuni studenti più deboli sono riusciti a rendere più civile una goliardia che può assumere i connotati dello stalking legalizzato. Mattia, 20 anni, accetta di raccontare la sua storia a patto che non si rivelino la sua identità e il nome del collegio, in una città di medie dimensioni, nel Nord Italia. “Devo rimanere qui ancora altri anni, e non ce la farei a gestire le conseguenze che potrebbe avere un atto d’accusa del genere”, confessa, “anche se tutti, rettore incluso, sono a conoscenza di queste pratiche”. Quando era entrato in questo collegio – per lui indispensabile, visto che la famiglia non può pagargli un alloggio – immaginava solo vagamente a cosa sarebbe andato incontro. Aveva sentito parlare degli scherzi riservati a quelli del primo anno da parte dei “culisti”, come sono chiamati i registi delle goliardate. Su internet, nei forum universitari, si trovano elencate le esperienze peggiori. Ma non avrebbe mai immaginato che, in alcuni casi, si sarebbe ampiamente superato il limite dello scherzo per sfociare nella violenza fisica. “Lascia correre, fa parte di questo istituto da decenni, devi sopportare, come hanno sopportato tutti”, è la risposta più frequente che si riceve cercando conforto nel personale collegiale. Anche il rettore, a sua volta un ex studente, appoggia quelli che sono veri e propri fenomeni di nonnismo. E il fatto che Mattia sia gay offre ai suoi compagni la possibilità di avere un pretesto in più per infierire su di lui. La goliardia si intreccia al bullismo omofobo. “Il fatto di essere omosessuale ha ampliato le possibilità di colpirmi – si sfoga Mattia – ha dato loro l’opportunità di dirmi delle cose pesantissime legate alla mia sessualità, cose che ovviamente a un eterosessuale non avrebbero detto, perché a un etero oltre il fro… non si va, viene già visto come abbastanza insultante quello”. Il regime goliardico si attiva a poche settimane dall’apertura del collegio, a settembre. “Durante i primi mesi è difficile che si riesca a dormire per una notte intera. Dai blitz in camera, ai raduni punitivi. Ogni sera, le matricole sono chiamate a rapporto nella cosiddetta ‘stanza del culo’, e dove devono subire senza opporre resistenza. E’ questa la regola aurea della goliardia: mai ribellarsi, altrimenti si rischia l’isolamento”. “Una volta ci hanno radunati in questa stanza, dall’una di notte alle 7 di mattina, chiudendoci dentro e spalancando le finestre. Era novembre e faceva freddo. Ogni mezz’ora qualcuno entrava e ci bagnava con gli estintori anti-incendio. Qualcuno, poi, si divertiva a far cadere sulle mani delle matricole cera bollente”. In quell’occasione chiesero a Mattia se fosse gay. Lo chiesero nei modi di chi ritiene che un omosessuale vada doppiamente “punito”, con sfottò e pubbliche umiliazioni. Lui negò, ma questo non gli risparmiò mesi di insulti. “Un’altra sera mi hanno obbligato a spostare delle scatole – racconta ancora – facendo in continuazione riferimenti espliciti al mio orientamento sessuale. Visto che ero donatore di sangue, iniziarono a criticare il fatto che un ospedale accettasse le mie donazioni poiché io dovevo essere considerato una persona a rischio Hiv”. “Ma ci fu anche un’occasione in cui affittarono un pulmino e portarono tutte le matricole a quindici chilometri dal collegio, per abbandonarle in una strada poco trafficata, obbligando tutti a tornare a piedi”, ricorda ancora lo studente. Qualche collega, denuncia Mattia, ha deciso di mollare: “Un ragazzo si è ritirato dopo un mese, un altro mi risulta che abbia presentato una denuncia”. Una delle ultime umiliazioni subite in quanto omosessuale, fu quando andò a firmare il registro delle presenze: al posto del suo nome e cognome, trovò disegnato un sedere, con un messaggio insultante. Una sola volta riuscì a scampare a uno “scherzo”, la cosiddetta “Nutellatio”. “Bussarono alla mia porta, e cercarono di portarmi fuori a forza – spiega – Io feci resistenza, e mi aggrappai allo stipite. Dopo poco rinunciarono, anche se poi mi chiusero a chiave nella stanza. Il giorno dopo venni a sapere che avevano scelto un’altra matricola per quel gioco, che consisteva nel ricoprire un ragazzo, praticamente nudo, con la nutella, mentre le altre matricole dovevano leccarlo, su tutto il corpo”. Col passare dei mesi, Mattia inizia a cercare dei punti di riferimento al di fuori di quella combriccola di bulli universitari. “C’è stato un momento in cui ho deciso di reagire, di non ‘giocare’ più e di interrompere del tutto i rapporti con quei collegiali, la maggioranza. Ho iniziato, banalmente, a cambiare l’orario di cena, per scendere quando il refettorio era quasi vuoto, anche per evitare ogni eventuale molestia. E’ stato allora che ho conosciuto alcune persone che, ora, a distanza di un anno, sono diventate tra le mie amiche più care”. L’isolamento autoindotto a fini della propria sopravvivenza, salva Mattia: “Mi ha permesso di trovare degli amici che mi hanno ospitato le notti fuori dal collegio, scampando così agli ultimi mesi di punizioni”.

Anche una storia d’amore lo aiuta, nel suo processo di autoaccettazione: “Un ragazzo, in particolare, che viveva fuori dal collegio, mi veniva spesso a trovare. E’ stato lui a spingermi a confidarmi con i miei amici e a dichiarare il mio orientamento sessuale”. Così, tra il primo e il secondo anno, Mattia decide di fare coming out: “Dopo un periodo iniziale di sconforto e depressione a non finire, tutto quello che mi facevano in collegio è servito a spronarmi a smettere di nascondermi. E, in un certo senso, a temprarmi e a insegnarmi a reagire nel modo giusto quando per strada qualcuno mi insulta perché bacio un ragazzo o vado in giro mano nella mano con lui”.
Fonte: Repubblica.it

4 – 20 maggio 2011
PAVIA. Il caso-Foscolo arriva al ministero delle pari opportunità retto da Mara Carfagna. L’ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) ha aperto un fascicolo su quanto denunciato dall’Arcigay di Pavia, che ha raccolto le segnalazioni di due studenti presi di mira dai compagni di scuola perché omosessuali. «Abbiamo aperto un’istruttoria per verificare quanto avvenuto al liceo Foscolo di Pavia», ha spiegato Massimiliano Monnanni, direttore dell’ufficio nazionale anti discriminazioni durante la presentazione del protocollo di intesa firmato con il Comune di Pavia. Mentre ieri il testo unico sull’omofobia ha avuto un altro stop dalla commissione giustizia della Camera, suscitando la rabbia del ministro Mara Carfagna («Il Pdl ha perso un’occasione», il suo commento) la denuncia di omofobia al Foscolo trova spazio per un approfondimento a livello nazionale. Due studenti del liceo classico si erano rivolti ad Arcigay per segnalare una situazione per loro insostenibile. Scritte sui banchi, telefonate anonime, battute pesanti. Si erano sentiti in difficoltà con la paura di rivolgersi alle famiglie e ai loro docenti. «Siamo nella prima fase del percorso – continua Monnanni – dopo la segnalazione del caso un nostro operatore cerca di acquisire il maggior numero di elementi per capire il problema». L’ufficio nazionale che lavora all’interno del ministero delle pari opportunità ha già preso contatti con il liceo classico e con l’Arcigay di Pavia. Finita questa prima fase, se ci sono i presupposti penali, l’ufficio può presentare una denuncia, oppure parlare con la vittima per spiegare quali strumenti ha a disposizione. «Ma mettiamo anche i nostri strumenti di prevenzione a disposizione delle scuole – dice Monnanni – da due anni promuoviamo la settimana contro la violenza e le discriminazioni e mettiamo a disposizione delle scuole dei moduli formativi». Che saranno offerti anche al liceo classico di Pavia. «In questi casi ci si rivolge all’ufficio scolastico regionale – sottolinea il direttore dell’Unar – perché svolga il suo compito amministrativo». «Noi chiederemo un incontro con i rappresentanti dei genitori e degli studenti – spiega Giuseppe Polizzi, portavoce di Arcigay Pavia – è un passo importante che l’ufficio nazionale si prenda carico del caso-Foscolo». Uno dei due ragazzi del liceo aveva anche scritto una lettera all’Arcigay, in cui raccontava «di ripetuti scherzi a tinte omofobe». «Inizialmente si trattava di scritte a matita sui banchi, che miravano ad offendere e stigmatizzare per un orientamento sessuale ritenuto sbagliato, deviato», scrive lo studente. Si è tenuto dentro il disagio finché non è più riuscito a sopportarne il peso. Parlarne a casa o con i suoi insegnanti sarebbe stato un modo per dichiararsi omosessuale. Così si è rivolto ad Arcigay che ha messo a disposizione il suo psicologo e il sostegno dell’associazione. (ma.br.)
Fonte: La Provincia Pavese

5 – 14 maggio 2011
Nel 2011 non ci si aspetterebbe di assistere a simili scene deprimenti, eppure succede. A Milano, nello scintillante mondo dell’Università Bocconi, un ragazzo omosessuale è stato verbalmente aggredito, al grido di “Omosessuale, frocio e ricchione” . IL motivo? Aveva sorpreso uno studente della Bocconi mentre strappava un poster dell’associazione che sponsorizzava l’iniziativa del 17 Maggio per la Giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia. Una volta le Università, con la Bocconi in testa, erano luoghi di cultura frequentati da gente con intelletto: ultimamente, devono aver allentato la selezione all’ingresso. Che peccato. Il giovane studente gay appartiene ad un’associazione studentesca per la difesa della diversita’ di genere e di orientamento sessuale, la Bocconi Equal Student (Best), ed è stato aggredito verbalmente e minacciato da un altro studente. Il fatto è successo al quarto piano, dove la vittima dell’aggressione e’ stato appunto aggredito mentre cercava di evitare che strappassero i suoi manifesti. Repubblica di Milano, fonte della notizia, riporta le dichiarazioni di Giulia Tagliaferri, studentessa e presidente del Best: “Gli hanno urlato ‘omosessuale, frocio e ricchione’”, ha raccontato, spiegando che il giovane aggredito “ha sorpreso uno studente della Bocconi mentre strappava un poster dell’associazione che sponsorizzava l’iniziativa del 17 Maggio per la Giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia, e che e’ stata finanziata con i contributi dell’Universita’ Bocconi. In seguito alla richiesta di spiegazioni di quel gesto, e’ stato aggredito verbalmente dallo studente e intimorito con un atteggiamento aggressivo e fisicamente minaccioso”. E non e’ finita: “Ci hanno staccato i manifesti un po’ dappertutto e alcuni sono stati imbrattati con la scritta ‘froci’”. Non e’ mancata la solidarieta’ dell’ateneo. Il rettore Guido Tabellini ha inviato una lettera a studenti, professori e personale in cui si legge: “Crediamo che all’interno della nostra comunita’ sia necessario riflettere su questi gravi comportamenti di intolleranza. Pur nella certezza che si tratti di singoli e isolati casi, ci preme ricordare a tutti che far parte della comunita’ bocconiana significa prima di tutto condividere i nostri valori, a partire da quelli di liberta’ d’espressione, valorizzazione della diversita’, etica e solidarieta’”. Fonte: Giornalettismo

ATTI VANDALICI

1 – 19 gennaio 2011
Padova – I carabinieri della compagnia di Abano Terme stanno indagando su quello che sembra un atto vandalico di stampo omofobo di cui è stato fatto oggetto il bar «Black queen» della frazione di Monteortone della cittadina termale. Nella notte L’altra notte alcuni sconosciuti hanno forzato l’entrata del locale gay friendly e, una volta all’interno, hanno vergato alcune scritte, rovinando il bancone e imbrattando una parete. «No froci», ha vergato la mano ignota, accompagnando l’offesa con delle svastiche. Durante il raid, gli stessi vandali hanno anche dato fuoco ad una tovaglietta del bar e, prima di uscire senza lasciare, almeno in apparenza, altre tracce visibili, hanno aperto il registratore di cassa e portato via alcune centinaia di euro: il fondo cassa del «Black queen» . Il titolare «Sono molto deluso ed amareggiato -spiega il titolare del bar Andrea Lorenzin -di fronte a cose del genere viene voglia di non aprire più e credo che lo farò. Non si può sempre combattere contro la cattiveria e l’ignoranza, forse chiudo qui questa esperienza. Il locale è aperto da un anno: l’ho pensato sul modello di alcuni locali che frequentavo a Londra, città dove ho vissuto negli ultimi anni e dove sono stato benissimo. Qui evidentemente c’è tutta un’altra aria» . Solidarietà Solidarietà al titolare del locale e disagio per l’atto intimidatorio è stata espressa dal presidente dell’Arcigay Veneto, Alessandro Zan. «Atti come questi -commenta Zan -nascono da un male profondo della nostra società che sta in una politica omofoba, dell’odio e del disprezzo verso le differenze, che lancia dei messaggi discriminatori a partire dal presidente del Consiglio, che usa le espressioni “mi piacciono le donne, preferisco andare con le donne piuttosto che con i gay”, che poi si traduce nel favorire la prostituzione minorile. L’attuale scenario è zeppo di figuri che esprimono l’arretratezza culturale di una classe politica omofoba e lontana dall’Europa, che con parole di odio legittima le persone malintenzionate a compiere atti del genere» . I precedenti In precedenza, il «Black queen» era già stato nel mirino di intolleranti senza volto. Atti meno espliciti, si era trattato di lanci di uova sulle vetrate, ma non meno indisponenti per la proprietà. Da qui l’annuncio di Lorenzin, per cui evidentemente la misura è colma.
Fonte: Corriere del Veneto

DIVIETI

1 – 25 gennaio 2011
NAPOLI – Mamma Schiavona vietata ai gay. L’icona bizantina custodita nel santuario di Montevergine, in Irpinia, con la benedizione della quale si svolgono tradizionalmente i cosiddetti «matrimoni dei femminielli» , è al centro di una disputa tra clero e popolo gay. Da una parte l’abate Don Beda Paluzzi dall’altra Vladimir Luxuria. Alcuni anni fa la prima «cacciata dal tempio» in occasione della Candelora, la festa del 2 febbraio che prevede la «juta» , ovvero la salita dei femminielli al santuario mariano. Poi una lunga silenziosa tregua, fatta di indifferenza più che di tolleranza. Ma quest’anno l’atmosfera è cambiata e l’omofobia si affaccia anche sulla festa dalle forti radici antropologiche. L’abate virginiano -intervistato dal giornalista avellinese Ottavio Giordano – ha emesso il suo veto nei confronti degli omosessuali, a partire da Vladmir Luxuria che ogni anno, per rivendicare il diritto alla fede, accende un cero a Mamma Schiavona. E in questo segue l’esempio di Pier Paolo Pasolini che volle risalire la montagna -e lo fece ad inizio anni Sessanta con Camillo Marino – per vedere Mamma Schiavona. Don Beda Paluzzi non usa perifrasi: «La presenza di Luxuria e dei gay non è gradita» . La replica di Vladimir arriva subito dopo la presentazione napoletana della manifestazione: «Fin dal medioevo i femminielli salgono da Mamma Schiavona per devozione e non per moda. Nessuno potrà impedire a queste persone di entrare in chiesa a pregare». Insomma ancora non sono state avviate le iniziative del programma dedicato alla difesa dei diritti civili delle «persone Lgbt» promosse come ogni anno dalla Rete per la Candelora a Montevergine, e già esplode la polemica. E Vlady chiarisce: «Sono dieci anni che vado alla Candelora e l’ho sempre fatto con assoluto rispetto per il luogo e per tutti i credenti. Questo veto mi sembra un segnale di integralismo e di grande chiusura». Candelora Day è organizzato da una rete di associazioni con in testa i-ken di Carlo Cremona (e Rossofisso, Rouge, Zia Lidia Social Club e Famiglie Arcobaleno) che certo non faranno passi in discesa in questa tradizionale «salita».
Fonte: Corriere del Mezzogiorno

2 – 12 aprile 2011
SASSARI. Giovedì, dopodomani, avrebbe dovuto presentare il suo libro «Mia figlia follia» davanti agli studenti del Liceo scientifico di Arzachena. Avrebbe. L’incontro di Savina Dolores Massa con gli allievi della scuola, organizzato da tempo all’interno della rassegna «Sfogliare con classe» patrocinata dalla Provincia di Olbia-Tempio, è stato cancellato perché il linguaggio del romanzo non è stato ritenuto idoneo alla rassegna e al suo pubblico. Un grave atto di censura per la scrittrice di Oristano, che riporta la vicenda nel suo blog (savinadoloresmassa.splinder.com). L’autrice racconta dell’invito alla rassegna da parte dell’organizzatore, Ernesto Massimetti, degli impegni presi e dell’improvvisa cancellazione del suo nome dal cartellone: «In data 6 aprile il signor Massimetti – scrive Savina Dolores Massa nel suo blog – mi telefona mortificato e mi dice: l’assessore alla Cultura della provincia di Olbia, Giovanni Pileri, che avrebbe dovuto presentarla con il sottoscritto, ha chiesto la sua esclusione dalla rassegna in quanto reputa “osceno e pericoloso per le menti dei ragazzi della scuola” il suo romanzo “Mia figlia follia”. Alla mia domanda, quali sarebbero le parti pericolose? il signor Massimetti afflitto risponde: “La scena di un incontro carnale omosessuale”».
La scrittrice, che fa sapere di aver ricevuto attestati di solidarietà da più parti, compresi sindaci di Comuni amministrati dal centrodestra nei quali ha presentato il libro, parla di «indecente intervento dall’alto». L’assessore Pileri da parte sua nega di aver usato tali parole e di aver fatto riferimento al tema omosessuale presente nel libro e spiega così l’esclusione dalla rassegna: «Ho semplicemente seguito le indicazioni dei dirigenti scolastici – sottolinea Pileri – i quali mi segnalavano che il linguaggio del libro, che era stato distribuito a scuola come sempre prima di ogni incontro, era poco consono. Così ho scritto a Massimetti di ritirare il libro e cancellare la presentazione. Sul contenuto non voglio commentare, non l’ho letto». Segnala e commenta la vicenda nel suo blog anche Michela Murgia con un post dal titolo chiarissimo: «Assessori in vena di roghi». La vincitrice del Campiello riassume quanto scritto da Savina Dolores Massa e commenta l’accaduto con queste parole: «La tentazione censoria dell’assessore Pileri non è solo esplicitamente omofobica (difficile credere che un rapporto etero sarebbe stato considerato “osceno e pericoloso” per la gioventù), ma risente dell’idea che la letteratura sia la stampella della morale dominante, fuori dalla quale non esiste cultura con qualche diritto di cittadinanza». Nei prossimi giorni Savina Dolores Massa presenterà «Mia figlia follia» (pubblicato da Il Maestrale) a Sassari alla libreria Odradek con Dolores Lai, assessore comunale alla Cultura. Un significativo gesto di solidarietà.
Fonte: La Nuova Sardegna

3 – 14 aprile 2011
Bergamo – «Femminiello» non può stare alla cassa, troppo effeminato, lede l’immagine del supermercato. È quanto si sono sentiti dire tre giovani omosessuali, tutti impiegati nello stesso ipermercato lombardo, quando l’azienda li ha congedati. É seguita una causa, vinta, per ingiusto licenziamento ma senza l’aggravante discriminazione, perché «il nostro Paese ha sì recepito la normativa europea che vieta queste ingiustizie ma l’ha interpretata in modo tale che risulta impossibile dimostrare l’effettiva causa dell’interruzione del rapporto di lavoro, l’omosessualità» . L’Italia su questo fronte arranca, lo ha spiegato ieri a Bergamo Stefano Pieralli, dell’Arcigay nazionale all’inaugurazione del primo sportello italiano della Cgil, in collaborazione con l’associazione pro Lgbt, «Nuovi Diritti contro le discriminazioni di gay e trans nei luoghi di lavoro» . Un progetto pilota che coniuga l’esperienza del sindacato con l’associazionismo omosex, uno strumento di vertenzialità e di informazione. «Il cliché ci vede impiegati come parrucchieri, commessi, stewart ha osservato Luca Trentini, bresciano, segretario nazionale Arcigay nella realtà siamo anche in fabbrica, in ufficio, in tutti i settori e, come accade per le minoranze, subiamo vessazioni e umiliazioni. Mobbing, demansionamento, obbligo al test Hiv nonostante sia vietato per legge» . Sul sito web «iosonoiolavoro» è in corso un progetto parallelo: raccogliere più testimonianze possibili in modo da costruire una letteratura corposa utile a fini legali.
Fonte: Corriere della Sera Milano

4 – 7 maggio 2011
Palermo – «La Curia di Palermo, venuta a conoscenza dell´iniziativa, mi ha invitato, nel pieno rispetto delle norme date dalla Santa Sede, a sospendere l´incontro di preghiera del giorno 12 nella nostra parrocchia». Con questa lettera padre Luigi Consonni, parroco di Santa Lucia, ha comunicato sul sito della chiesa la sospensione della veglia di preghiera indetta dai cristiani omosessuali in occasione della giornata internazionale contro l´omofobia. Poche parole, quelle del prete del Borgo Vecchio, che non riescono a nascondere l´amarezza per un ordine indiscutibile, perché venuto dall´alto. Un ordine al quale don Luigi, missionario comboniano, non può sottrarsi. Insomma, un evento che in Italia, Spagna e in diversi altri Paesi di Europa e America Latina si ripete da cinque anni per ricordare le vittime dell´odio contro gli omosessuali, a Palermo non s´ha da fare. Lo ha ordinato l´arcivescovo Paolo Romeo. Lo ha ribadito il suo ausiliare, Carmelo Cuttitta. Entrambi si richiamano a quanto prescritto da Joseph Ratzinger, che nel lontano 1986, quando era ancora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, spiegò in 18 punti le linee guida della Chiesa sulla «cura pastorale delle persone omosessuali»: «Dovrà essere ritirato ogni appoggio a qualunque organizzazione che cerchi di sovvertire i nostri insegnamenti – scriveva l´allora cardinale – A qualcuno tale permesso di far uso di una proprietà della Chiesa può sembrare solo un gesto di giustizia e di carità, ma in realtà esso può essere fonte di malintesi e di scandalo». Insomma, per gli omosessuali pregare si può. Ma non dentro le mura della chiesa. «La parrocchia ci aveva concesso i locali – spiegano i componenti dell´associazione Ali d´Aquila, gruppo di cristiani gay e lesbiche di Palermo, organizzatori dell´evento assieme alla Chiesa evangelica luterana, a quella valdese e alla Comunità San Saverio – Ora siamo tristi e indignati. Anche perché ci è stato comunicato da don Consonni e non dall´arcivescovo. Con la preghiera volevamo ricordare quanti soffrono per il pregiudizio omofobico». «È un veto che cancella la sofferenza di vittime inermi – incalza Daniela Tomassino, presidente di Arcigay Palermo – di quegli stessi deboli che il cardinale e la Chiesa si dicono votati a difendere senza distinzioni. La proibizione è anche un atto di aggressività, nella sua complicità a coloro che diffondono omofobia e odio». Nessun commento invece dall´arcidiocesi, che sembra aver frenato un dialogo, quello tra i cristiani omosessuali e la Chiesa cattolica, che in altre città italiane sta invece facendo passi avanti. Come succede a Parma, tra il vescovo Enrico Solmi e il gruppo di gay e lesbiche cristiane dell´Emilia. Ma anche a Catania, Bologna, Padova, Milano e Firenze, dove cresce il numero delle parrocchie che accolgono gruppi di credenti omosessuali. Se la deputata lesbica del Pd Paola Concia, che bolla il divieto come «un atto cattivo e disumano», chiede di incontrare il cardinale Romeo, gli omosessuali palermitani non si arrendono. La sera del 12 maggio, armati di sacchi a pelo e candele, d´intesa con gli altri movimenti che hanno aderito all´iniziativa, si riuniranno davanti alla chiesa di Santa Lucia per pregare e ricordare. «Pregheremo, sì – dicono – E continueremo a farlo. Anche davanti a porte che ci vengono chiuse».
Fonte: La Repubblica Palermo

5 – 12 maggio 2011
Bari – Gli negano la patente perché omosessuale. E’ accaduto a Cristian Friscina, 33enne di Cellino San Marco, in provincia di Brindisi, impiegato saltuariamente come guida turistica e segretario nel suo paese di Sel. Cristian scopre nel dicembre scorso, dopo dieci anni di guida, di essere in possesso di una patente non valida, perchè sospesa dall’Ospedale militare di Bari. Tutto è cominciato nel 1999, durante il servizio di leva: il 33enne brindisino dichiara la sua omosessualità. Contemporaneamente prende la patente, ma a distanza di un anno, precisamente nel 2000, l’Ospedale militare di Bari invia una nota alla Motorizzazione di Brindisi con una dicitura ben precisa: La comunicazione (sull’omosessualità ndr) fa sorgere dubbi sulla persistenza dei requisiti di idoneità psicofisica prescritti per il possesso della patente» . In sostanza, l’Ospedale militare dice alla Motorizzazione che Cristian non può guidare perchè gay. Il documento di guida viene sospeso e la Motorizzazione dispone che Cristian deve sottoporsi ad una visita medica. Questa comunicazione, sia sulla sospensione della patente, sia sulle motivazioni, non viene mai presentata al ragazzo. Che quindi continua a guidare senza sospettare di nulla. Dopo dieci anni, al momento del rinnovo della patente, Cristian scopre che il suo documento non è valido dal 2000. A gennaio quindi presenta ricorso contro il ministero delle Infrastrutture chiedendo la revoca del provvedimento. «Quando ho scoperto cosa era accaduto -racconta Cristian -sono stato preso dallo sconforto e dalla rabbia. Ma ho cercato di trovare il coraggio per affrontare la questione, non tanto per me, perché io avrei potuto rifare la patente senza fare scoppiare un caso, ma per chi si trova nella mia stessa situazione e non ha la forza di denunciare.

E’ allucinante che accadano cose del genere» . A sostenere Cristian Friscina i Radicali che ieri hanno presentato un’interrogazione parlamentare ai ministri dei Trasporti e della Difesa, l’associazione Certi Diritti e la Rete Lenford, quest’ultima rappresentata da Antonio Rotelli, legale di Cristian. «Oggi -conclude il 33enne brindisino -mi è arrivata la comunicazione del ministero con la quale mi si annunciava che il ricorso era stato accolto. Spero che questo atto metta fine a questa triste storia» . A confermare la risposta del governo anche Rotelli. Sembra una coincidenza -commenta -ma proprio nel giorno in cui è stata presentata l’interrogazione, è arrivata una comunicazione del ministero: la decisione è stata presa il 20 aprile» . Non è la prima volta che ad un omosessuale viene negata la patente: è già accaduto a Catania. Il ministero in quel caso è stato condannato ad un risarcimento di 20mila euro. Ad esprimere solidarietà al giovane i principali esponenti nazionali dei Radicali e di Arcigay, ma anche la ministra alle Pari opportunità, Mara Carfagna. «I miei uffici -scrive la ministra -hanno avviato una indagine per conoscere le ragioni della decisione e il Governo pronto ad intervenire per superare norme discriminatorie» . «Quanto accaduto -tuona Paolo Patanè, presidente di Arcigay -è un gesto di pura ignoranza. Sono anni che l’omosessualità non è più considerata una patologia» . Si dichiara «esterrefatta» , Paola Concia, deputata del Pd. «E’ un atto di vera e propria omofobia di Stato» . Solidarietà anche da Francesco Brollo, presidente Arcigay Bari e dal presidente della Provincia di Brindisi, Massimo Ferrarese.
Fonte: Corriere del Mezzogiorno

6 – 24 agosto 2011
Si sente discriminato perché è un omosessuale. E per averlo detto ai ragazzi 18enni della squadra di calcio che allenava all’oratorio della parrocchia dei Santi Ambrogio e Carlo, a Cesano Maderno. Il parroco, don Flavio Riva, lo ha «licenziato» in tronco. Ma l’allenatore non ci sta. E contro quella che ritiene una «discriminazione sessuale» è disposto anche a sporgere una denuncia contro il religioso. Più ancora che dal caldo, l’estate della comunità pastorale di Cesano Maderno è stata resa rovente dal caso di Luciano Dicoladonato. Allenatore, 37 anni, nel febbraio scorso era stato incaricato di dirigere la squadra «Equipe 2000»: una società sportiva nata nel 1967 molto titolata a livello locale. Ma, a sorpresa, alla fine della stagione sportiva il mister è stato allontanato. Tra la delusione degli atleti, che avevano apprezzato l’attività del loro coach. Per difendere il suo operato i ragazzi hanno anche dato vita a una raccolta di firme che è stata sottoscritta da un centinaio tra atleti e genitori. «Faccio l’allenatore da vent’anni – ha protestato Dicoladonato – e non mi era mai capitato nulla di simile. Ho sempre dato il buon esempio ai ragazzi. Mi hanno detto senza troppi giri di parole che non sono idoneo come educatore di oratorio perché sono omosessuale. Peccato che finché non hanno saputo che ero gay, andava tutto bene. Comunque io sono disposto ad andare fino in fondo. C’è una legge contro le discriminazioni sessuali ed è in base a questo che se non ci sarà un ripensamento porterò in tribunale il parroco». Don Flavio però non ci sta a passare per retrogrado e sessista: «La mia decisione non ha nulla a che vedere con l’identità sessuale dell’allenatore. Nulla di personale contro Luciano. Conta la qualità del servizio educativo, il servizio ai più piccoli e il rapporto con la comunità cristiana. La mia scelta è stata di investire in termini educativi su persone che sono cresciute nella nostra comunità e abbiano compiuto un certo percorso». A pesare contro Luciano Dicoladonato forse è anche stato il fatto che il suo profilo compare in un sito di incontri per giovani omosessuali. A luci e ombre anche il suo curriculum di allenatore del trentasettenne. in un precedente incarico all’oratorio di Baruccana era stato allontanato perché «inadeguato» mentre in parrocchia a Seveso è ricordato come «un giovane educato e molto disponibile ». Poi è arrivato l’incarico a Cesano Maderno «Non sono d’accordo con la decisione – ha replicato Thiago Cafarelli, un suo giocatore -. Luciano si è sempre dimostrato una persona per bene. Abbiamo anche apprezzato il fatto che lui ci abbia comunicato senza reticenze la sua omosessualità. A settembre chiederemo al parroco un ripensamento e siamo sicuri che don Flavio cambierà idea. In ogni caso continuiamo la raccolta di firme». Marco Mologni
Fonte: Vivimilano.it

7 – 31 ottobre 2011
Roma – Voleva compiere un atto di altruismo, donando il sangue. Ma la sua volonta’ si e’ scontrata con lo stop di un medico che le ha detto: ”Sei omosessuale? Non puoi donare il sangue perche’ il tuo rapporto sentimentale e’ considerato a rischio”. A raccontare la vicenda e’ una donna lesbica di 39 anni che ieri mattina era andata al centro trasfusionale del Policlinico Umberto I a Roma per donare il sangue. ”E’ una cosa assurda e discriminatoria nei miei confronti”, ha detto la donna, impiegata nello studio di un commercialista, che convive con la sua compagna da quattro mesi. Non e’ la prima volta che agli omosessuali viene negata la possibilita’ di donare il sangue. Nell’estate del 2010 destò polemiche il rifiuto dell’Ospedale Policlinico di Milano di far donare un ragazzo che si era dichiarato omosessuale (ma con un rapporto stabile). Tanto che il ministero della Salute, allora, chiese immediatamente un parere al Consiglio Superiore di Sanita’ per chiarire gli ambiti interpretativi della legislazione nazionale, in merito ai ‘comportamenti a rischio’. ”Vivo e ho rapporti stabili con la mia compagna da quattro mesi, quindi rientro nella possibilita’ di donare”, ha osservato la donna lesbica che ieri ha ricevuto lo stop a Roma riferendosi al limite temporale previsto, secondo quanto spiegato dai medici dell’Umberto I, per escludere fattori di rischio legati ai rapporti sessuali. ”La persona con cui ho parlato, credo un medico, mi ha fatto una serie di domande private – ha raccontato la donna – anche sulla mia vita sessuale. Quando gli ho detto che sono omosessuale lui mi ha risposto che purtroppo non potevo donare il sangue in quanto il mio rapporto sentimentale e’ considerato ‘a rischio’ per la trasmissione di malattie veneree. Ma io e la mia compagna siamo una coppia normale, ci amiamo e rispettiamo come e forse piu’ di tante altre coppie”. Ora la donna si e’ rivolta anche a uno studio di avvocati e minaccia azioni legali. Immediata e’ pero’ arrivata la replica della direttrice del Centro trasfusionale del Policlinico Umberto I di Roma Gabriella Girelli: ”Non esiste alcuna legge che vieta agli omosessuali di donare il sangue. In generale non possono farlo le persone ‘a rischio’. Pertanto e’ il medico che esegue la visita a stabilire se la persona e’ a rischio, sulla base di quello che gli viene riferito e, a sua coscienza, decide se possono esserci rischi per chi deve ricevere il sangue. Ovviamente ognuno e’ libero di avere la propria vita privata e non si giudica nessuno”. ”Bisogna in ogni caso – ha aggiunto – avere un rapporto stabile con una persona da 4 mesi, ma dopo aver somministrato un questionario il medico deve ‘reinvestigare’ sulla situazione del potenziale donatore con un colloquio e valutare con scrupolo. L’omosessualita’ non e’ motivo di esclusione e bisognerebbe verificare che cosa in realta’ e’ emerso nel colloquio, ma c’e’ un segreto professionale da garantire”. Il portavoce del Gay Center Fabrizio Marrazzo ed il presidente di Arcigay Roma Roberto Stocco si sono augurati che sull”’episodio sia fatta piena luce”, ricordando che ”vietare la donazione di sangue a una persona per il suo orientamento sessuale e’ una violazione delle norme in materia in vigore nel nostro Paese”.
Fonte: ANSA

Nota
Questo report, che raccoglie articoli comparsi sulla stampa cartacea e web italiana, è curato da Stefano Bolognini

Quello che non ho: la parola delle donne!

16 maggio 2012 in Senza categoria

Quello che non (ho) il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano sul valore educativo della parola taglia la parola delle donne.

Nel programma migrato dalla Rai su La 7, ieri sera sono interventuti Pierfrancesco Favino, Gad Lerner, Marco Travaglio, Pupi Avati, Paolo Rossi, Erri de Luca, Raphael Gualazzi….. un androceo, uno spazio di uomini fatte salve la partecipazioni di Liliam Azam Zanganeh e il ruolo del tutto marginale di Luciana Littizzetto ed Elisa, ospiti fisse ma con funzione di cornici o stacchetto.

Antichi e moderni androcei e lo spazio alle donne resta interdetto o ristretto quando va bene.

Noi italiane siamo abituate o dovrei dire educate ad essere figure marginali quando si tratta di assumere la parola, anche da quella agorà che è la televisione, luogo virtuale di rappresentazione della società , proiezione di modelli di relazione; la parola che educa, che fa riflettere, e che dona visioni sul mondo.

A Quello che (non) ho ieri sera, sono entrati in scena gli uomini, uno dopo l’altro a parlare di relazione con i figli, di guerra, di ingiustizie, di società, di morte e vita, di diritti, di lavoro, di Costituzione e libertà. Hanno parlato di mondo e della loro relazione col mondo. Hanno parlato anche di donne, hanno parlato per le donne. Ma le donne erano in minoranza imbarazzante.

Ancora una volta.

Alle donne tuttalpiù quando è concesso spazio di parola , come è accaduto anche ieri sera, è per parlare di sentimenti, di relazioni di amore o dei loro corpi.

Che la donna parli ma che sia per amore. Amore per l’uomo tutta più per i figli. Che parli d’amore e accolga, perché le parole d’amore di una donna sono anche un magnifico specchio donato al narcisismo maschile che in quelle parole d’ amore può sentirsi accolto e rimirarsi. E se poi una donna parla è per dire del suo corpo o dei corpi degli altri, in chiave comica o drammatica, ma resta lì nella prigione della parola corpo dove è stata confinata per millenni. Ed è in quello spazio che ci mettiamo anche da sole. Luciana Littizzetto per commentare la parola donna non è riuscita a fare a meno di far volare mutande, con quel salto finale grossolano a parlar di femminicidi, sbagliandone anche i numeri.

E così sia: nella agorà televisiva paesana, anche in quella di Quello che (non) ho , il mondo della donna è il suo corpo e tuttalpiù è su quello che può prendere parola. Non sul mondo.

Stasera ci sarà di nuovo la passerella di uomini che paiono essere così principi e artefici del ruolo educativo della parola. Stasera ci sarà nuovamente l’androceo, come se la parola sul mondo e la visione sul mondo debba sempre essere rappresentata come unicamente maschile.

Paese di maschi ammalati di narcisismo l’Italia, di narcisismo patologico maschile e di Eco in mutande.

Paese di disoccupazione femminile, dimissioni in bianco, Paese di festa di ‘mammà’ con maternità negate o che si vuole imporre al grido di ‘donne assassine’ con il sindaco in fascia tricolore che sfila accanto agli insulti alle donne sue elettrici, Paese di donne assenti nei luoghi della politica, Paese di tette e culi e fiche esposte in televisione o nei cartelloni pubblicitari, Paese di commesse con la spilla addosso dove c’è scritto ‘Averla è facile’, Paese in classifica nel Gender Gap dopo i Paesi del terzo mondo, Paese di femminicidi e di parola negata alle donne.

A Roberto Saviano chiederei: ma a che serve firmare appelli contro i femminicidi se poi non si lascia spazio alla parola e al pensiero delle donne?

E’ anche per questo che vengono ammazzate, non per loro corpi come si crede, ma perché è insopportabile la loro parola e il loro pensiero.

«Non solo appelli, ma azioni concrete» Un patto contro la violenza maschile

10 maggio 2012 in Senza categoria

DAL MANIFESTO del 10 maggio 2012

Di Luisa Betti

Non se n’è mai parlato tanto come adesso e anche se le italiane uccise da familiari non sono una novità, ormai si tiene il conto: una sessantina di donne uccise in 4 mesi e mezzo per mano di mariti e fidanzati, pesano anche qui dove il delitto d’onore è stato abrogato nel 1981. E l’appello «Mai più complici» (Lipperini-Zanardi-Snoq) ha raggiunto più di 30mila firme. Ieri a Roma si sono anche incontrate, alla Casa internazionale delle donne, un gruppo di organizzazioni che con la violenza ci lavorano e che da tempo usano – senza problemi di eleganza fonetica – i termini femmicidio e femminicidio. Francesca Koch (Casa Internazionale), Vittoria Tola (Udi) Valeria Fedeli (SNOQ), Titti Carrano (D.i.Re), Simona Lanzoni (Pangea Piattafroma Cedaw), Monica Pepe (Zeroviolenza donne), Celeste Costantino (Donne Da Sud), Paola Lattes (Telefono Rosa), Maria Grazia Passuello (Solidea), Oria Gargano (BeeFree), Maria Pia Pizzolante (Tilt) e Chiara Scipioni (Differenza Donna), hanno dato il via a un tavolo aperto a chi lavora sulla violenza, mettendo a disposizione esperienza e dati, per costruire una «Convenzione che contrasti la violenza maschile» e un «Patto per azioni comuni».
«Si rischia la spettacolarizzazione del fenomeno – dice Simona Lanzoni – senza una chiara richiesta poltica. E proporre una sorta di Stati generali sulla violenza, in cui siano indicate tappe che coinvolgano anche uomini, mi sembra un buon avvio per costringere le istituzioni a intervenire concretamente». Perché il problema è proprio questo: a cosa serve che la ministra degli interni Cancellieri o la presidente della regione Lazio Polverini firmino l’appello contro la violenza, se poi a questo non si aggiunge un’azione concreta proprio da loro, che hanno il potere di farlo? Tra due anni l’Italia dovrà rendere conto all’Onu di come ha applicato le raccomandazioni ricevute dopo la presentazione del «Rapporto Ombra» della Piattaforma Cedaw, mentre a giugno Rachida Manjoo, relatrice speciale dell’Onu contro la violenza, renderà noto al Palazzo di vetro il rapporto che ha messo insieme sull’Italia. Cosa ne verrà fuori? Ma soprattutto: che figura ci fa l’Italia che si preoccupa delle donne morte se poi non ha ancora ratificato (né firmato) la «Convenzione Europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne» di Istanbul?
L’Udi ha interpellato più volte la ministra del lavoro con delega alle Pari opportunità, Elsa Fornero, per l’avvio di un tavolo di lavoro, e sono andate anche dal presidente Napolitano, chiedendo di fare pressione affinché il governo di Monti intervenga sui femmicidi: «Non servono molti soldi – dice Vittoria Tola – basterebbe spartire tra le regioni un budget minimo per finanziare strutture che già ci sono. Ma serve la volontà di farlo». Alcuni interventi potrebbero essere varati subito dal governo: «Il problema non è di sicurezza – spiega Titti Carrano – perché gli strumenti ci sono, vanno rivisti e applicati. Il Piano nazionale varato l’anno scorso contro la violenza è rimasto vago su cose che andrebbero corrette subito: non c’è un osservatorio nazionale su violenza e femmicidi, non ci sono dati, scarsa è la preparazione di operatori e forze dell’ordine, nulla è l’indicazione sui finanziamenti degli enti locali ai centri antiviolenza, e i soldi per il piano nazionale sono in parte bloccati. E ci sono provvedimenti che si potrebbero prendere subito a costo zero, come l’esclusione della prescrizione per i reati contro le donne. Perché le istituzioni non lo fanno?».

Ciclo di puntate sul lavoro femminile

4 maggio 2012 in Senza categoria

In questo momento di crisi economica, le indagini ISTAT confermano che sono proprio le donne a pagare il prezzo più alto: da gennaio a febbraio del 2012 si sono registrare 44.000 donne occupate in meno.

Il tema del lavoro è più che mai attuale e abbiamo deciso di parlarne, a modo nostro, dando il via ad un ciclo di puntate dedicato al lavoro femminile: per ragionare, oltre la crisi, sui motivi e le possibili soluzioni di un mondo che vede ancora fortissime discriminazioni, ricordando anche che la mancanza di indipendenza economica è il fattore principale che impedisce ad una donna di sottrarsi a situazioni di violenza domestica (ne abbiamo parlato in questa puntata, dedicata proprio al tema della violenza economica).

Nel corso delle puntate, insieme a docenti, registe, blogger, stiamo approfondendo diversi ambiti inerenti alla relazione tra donne e lavoro:

Come si è evoluta in Italia l’occupazione femminile?
Un titolo di studio più alto favorisce o disincentiva l’accesso al mondo del lavoro?
Cosa è stato fatto negli altri Stati per favorire l’accesso e la permanenza delle donne nel mondo del lavoro?
Cosa si dovrebbe fare in Italia per sollevare le donne dal lavoro di cura della famiglia?
Il lavoro part time: soluzione o trappola?
Qual è la situazione delle lavoratrici cosiddette “atipiche” e come si potrebbe migliorare la loro condizione?

Queste solo alcune delle domande a cui stiamo dando risposta nel corso della trasmissione in onda tutti i venerdì dalle 13.30 alle 14 sulle frequenze di Radio città Fujiko 103.1 FM. Se vi siete pers* le prime due puntate del ciclo potete scaricare i podcast qui.

Infine, se volete contattarci per raccontarci le vostre esperienze a riguardo o dire la vostra sui temi trattati, potrete farlo tramite il nostro indirizzo mail frequenzedigenere@gmail.com.

Buon ascolto!

Femminicidi:l’associazione D.i.Re scrive a Napolitano

3 maggio 2012 in Senza categoria

L’associazione nazionale D.i.Re in seguito ai femminicidi avvenuti dall’inizio dell’anno in Italia, ha deciso di scrivere al presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano. Ecco il testo della lettera.

La violenza dei numeri, le responsabilità di tutti.

L’Associazione Nazionale Dire – Donne in rete contro la violenza fa  appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano affinchè la lotta alla violenza di genere diventi  una priorità della politica italiana.

La “lettera aperta” sarà recapitata nei prossimi giorni, mentre le sessanta Associazioni e Case delle Donne aderenti a Dire faranno lo stesso con le istituzioni locali in tutto il Paese.

 Dall’inizio dell’anno sono cinquantasei le donne uccise solo perché donne. Non si tratta di omicidi passionali o di raptus. L’uccisione della donna non è che l’ultimo atto di una serie di episodi di violenza fisica, psicologica, sessuale, economica.

Noi li chiamiamo “femminicidi”.

L’Associazione Nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, a cui aderiscono 60 Centri Antiviolenza e Case delle Donne su tutto il territorio italiano, richiama le istituzioni ad un atto di responsabilità politica nei confronti del fenomeno della violenza maschile sulle donne nel nostro Paese e chiede ancora una volta che la lotta alla violenza sulle donne sia una priorità strategica nell’agenda politica italiana.

Il tema della violenza maschile sulle donne va affrontato secondo l’ottica della differenza di genere per superare la storica ma sempre attuale disparità di potere tra uomini e donne negli ambiti, politici, sociali, economici e culturali.

Si continua oggi ad assistere alla mercificazione del corpo della donna considerato oggetto di scambio, privo di libertà e di diritti. Comportamenti e linguaggio sessista minano la posizione sociale della donna e peggiorano la sua immagine, rendendola ancora più vulnerabile.

Anche le Nazioni Unite, attraverso il Comitato Cedaw, nel rapporto finale al Governo hanno evidenziato la propria preoccupazione per il fatto che in Italia persistono attitudini socio- culturali che condonano la violenza domestica” e hanno chiesto al governo italiano di assicurare che le donne vittime di violenza abbiano immediata  protezione e la garanzia che possano stare in rifugi sicuri e ben finanziati su tutto il territorio nazionale” infine, hanno espresso preoccupazione per l’immagine della donna in Italia quale oggetto sessuale.

E’ proprio negli stereotipi che trova terreno e spazio la violenza contro le donne.

A fine aprile del 2007 erano ventinove le donne uccise, oggi sono cinquantasei. Una cifra ancor più grave perché lascia fuori il dato del sommerso: donne che per mancanza di reti e progetti non riescono a ricevere alcun aiuto.

Sono quasi 14.000 le donne che ogni anno si rivolgono ai Centri Antiviolenza e alle Case aderenti a D.i.Re.

• Il 78% sono stati “nuovi casi”, il 71% di nazionalità italiana

• Gli autori di questi reati sono stati per il 64 % partner il 20% ex, 8%familiare, 6% conoscente, e solo il 2% estraneo.

Questo mentre secondo i dati Istat, quasi sette milioni di donne tra i 16 e i 70 anni (31,9%) ha subito nella vita almeno un tipo di violenza e tra queste quasi 700 mila avevano figli al momento del fatto.Questo particolare momento di crisi economica, sociale, politica e culturale coinvolge direttamente anche i centri che svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione e nella lotta alla violenza contro le donne.

Non possiamo, però, accettare che ciò si traduca in un indebolimento dei diritti delle donne vittime di violenza.

D.i.Re, i Centri Antiviolenza e le Case delle Donne, che in oltre vent’anni di attività hanno supportato migliaia di donne, aiutandole ad uscire dalla violenza e a conquistare la libertà, chiedono perciò con forza alle istituzioni nazionali e a quelle locali di rafforzare e sostenere con ogni mezzo le politiche necessarie alla prevenzione e alla lotta della violenza contro le donne.

Rafforzare si traduce in:

• non tagliare i fondi, non chiudere i Centri antiviolenza o cosa ancora peggiore lasciare che queste realtà – in molte città unici luoghi di rifugio e aiuto per ledonne – vengano meno nel silenzio e nel disinteresse delle istituzioni.

• firmarela Convenzione Europeaper la prevenzione e la lotta alla violenzacontro le donne passaggio nodale del percorso di armonizzazione delle leggi,delle politiche e delle strategie di intervento, sottoscritta da numerosi paesieuropei con l’impegno di combattere la violenza di genere.

Solo così sarà possibile dare una risposta concreta all’orrore dei numeri, che ci raccontano una realtà dove la soppressione anche fisica della donna diventa mezzo abituale per chi non è in grado di affrontare la complessità della realtà

 

 

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