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Un canto alla differenza. Riflessioni di viaggio

17 dicembre 2015 in Senza categoria

arpillera sul viola

Arpillera di Violeta Parra

Il 14 dicembre sono andata a raccontare il mio viaggio in Sudamerica all’interno di un ciclo di conferenze, organizzate dal quartiere Savena e da Anffas di Bologna, intitolate Viaggiare la differenza – Un mondo da integrare. Stimolo comune per i nostri interventi, questa frase di Giuseppe Ferricelli:  “Ogni persona è un pezzo insostituibile della realtà. Se non la comprendiamo, ci poniamo fuori dalla stessa”.

Condivido qua la mia riflessione, che si è concentrata in particolare su due luoghi che ho visitato l’agosto scorso: l’Escuelita Caraguatá di Tigre, in Argentina e Vilcún, in Cile, dove sono entrata in contatto, seppur fugace,  con i mapuche, discendenti delle popolazioni aborigene dell’Araucanía.

 

NUVOLE DISEGNATE 3

Nuvole a Buenos Aires

Sono partita con un sentiero, anche se non tracciato , per il mio viaggio fra Buenos Aires e il Cile, l’estate scorsa. Sono partita per Violeta Parra, perché non mi bastava più ascoltare le sue canzoni, scorrere le sue lettere, guardare le sue arpillera, leggere le sue biografie, vederla in un film. Non mi bastava più nemmeno cantare le sue canzoni. Volevo toccare la sua terra, respirare l’aria dei suoi luoghi, imprimermi sulle retine i suoi paesaggi. “Perché la vita, amico, è l’arte dell’incontro”, come disse Vinicius de Morães, e un’arte non s’improvvisa: serve un humus da coltivare giorno per giorno, una disponibilità all’ascolto, un’apertura che non è fugace curiosità ma ha dentro l’ostinazione amorosa della cura. Gli incontri migliori, poi, sono forse quelli che involontariamente abbiamo provocato, per dirla con un paradosso , che è figura che già ci introduce in un’ottica di lettura della realtà diversa da quella in cui molti di noi sono stati educati: quella del pensiero binario, che sempre ci pilota a gerarchizzare, discriminare, escludere. Il cortocircuito che da questa impostazione gnoseologica ci porta a una sostanziale incapacità di autentica accoglienza ci mette un attimo a scattare. Formatici nel pensiero lineare proprio dell’impostazione classica del sapere, siamo sempre proiettati in avanti, ansiosamente protesi verso un ipotetico traguardo sul cui aspetto nemmeno ci interroghiamo più o ripiegati in un passato idealizzato che avvertiamo come irrimediabilmente perduto. Ancora figli di un’impostazione scientifica classica, per cui l’anomalia è un fastidioso contrattempo, siamo poco abituati all’idea di lasciarci disorientare e di perderci. Di metterci davvero in ascolto.

Certi incontri, invece, arrivano per raccontarci storie diverse. E farci altrove.

FARFALLA TERESA

E Teresa manda farfalle dall’Argentina

Renderci disponibili a entrare in una logica paradossale, in cui il giudizio è sospeso a favore dell’ascolto, ci dà la misura di come l’integrazione (apertura di un sistema alle differenze, in una prospettiva di adattamento di queste differenze al sistema globale)  possa evolvere in inclusione (apertura di un sistema alle differenze, in una prospettiva di trasformazione del sistema stesso), arrivando addirittura a farci desiderare quel salto di paradigma ormai ineludibile e che, per forza d’inerzia, tanto temiamo: non stiamo benevolmente concedendo spazio in quello che consideriamo il nostro mondo, ma stiamo, piuttosto, prendendo atto della necessità di aprirci all’altro, che col suo sapere può darci una chiave di svolta per questioni di un certo peso, tipo, per dirne una, salvare il pianeta.

Come Violeta, che cantava alla differenza, ci sembra sempre più evidente che la diversità non è qualcosa da tollerare, ma “qualcosa da celebrare, in quanto condizione essenziale per la nostra esistenza”. Lo ha scritto Vandana Shiva nel suo acutissimo manifesto Terra viva. Direi, ancora meglio, che la diversità è qualcosa da stimolare. Questo manifesto che, in occasione della Conferenza sul Clima di Parigi, ho cercato di analizzare con i miei alunni di prima media, si definisce “una nuova visione per una cittadinanza planetaria”. E questo aggettivo, planetario, che poi non è trovata originale di Vandana Shiva ma termine scelto in un percorso di progressiva presa di coscienza a cui tante persone stanno contribuendo, mi ha fatto pensare alle parole di Gayatri Spivak che, nel 2003, scriveva in Morte di una disciplina: “Propongo di sovrascrivere il globo con il pianeta. La globalizzazione è l’imposizione dello stesso sistema di scambio ovunque. […] Il globo è nei nostri computer. Nessuno vive lì. Ci consente di pensare che possiamo mirare a controllarlo. Il pianeta rientra tra le specie di alterità, che appartengono ad un altro sistema; eppure lo abitiamo, a prestito. Non è effettivamente in netto contrasto con il globo. […] Essere umano è da intendersi verso l’altro. Noi forniamo a noi stessi raffigurazioni trascendentali di ciò che pensiamo sia l’origine di questo dono che ci anima: la madre, la nazione, Dio, la natura. Questi sono i nomi delle alterità, alcuni più radicali di altri. Il pensiero del pianeta si apre ad abbracciare un’inesauribile tassonomia di tali nomi, inclusi, ma non identici, nell’intera gamma degli universali umani: l’animismo aborigeno così come la mitologia spettrale bianca della scienza post-razionale. Se immaginiamo noi stessi come creature planetarie piuttosto che come entità globali, l’alterità resta non derivata da noi; non costituisce la nostra negazione dialettica, ci contiene così come ci scaglia lontano. E così, pensare ad essa è già trasgredire.” Il pianeta, poi, come scrive Paola Zaccaria in La lingua che ospita, è etimologicamente (dal greco) “ciò che va errando”, denota un corpo celeste che gira intorno al Sole, “pianeta/planetario/planetarietà è nucleo semantico che in quanto originato nelle acque amniotiche dell’erranza, del movimento, meglio si addice all’odierna storia di migrazioni intercontinentali ” (p. 202). L’idea della lingua ospitante che dà il titolo al saggio di Zaccaria, inoltre, mi permette di introdurre quella che considero una bellissima figura di questa rivoluzionaria relazione con l’alterità, ossia la figura della traduzione così come la delinea Antoine Berman nel suo saggio La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza: una pratica di intima frequentazione di un’alterità destinata a rimanere irriducibile, verso la quale abbiamo abbandonato qualsiasi velleità di addomesticamento. Una traduzione che, dopo aver finalmente rinunciato alle sue secolari tendenze etnocentriche, ipertestuali e platoniche, dovrebbe puntare a farsi etica, poetica e pensante. Impossibile realizzarla del tutto ma viaggiare in questa aporia è preziosa opportunità di dialogo.

arpillera VIOLETA FOTO DISCHI

Violeta. Fiori, dischi e colori

Siamo capaci di inaugurare una stagione umana fondata su questa accoglienza non fagocitante? Sulla complementarietà e non più sulle contrapposizioni binarie? Siamo pronti ad abitare un pianeta fatto di alberghi nella lontananza?

Si tratta di questioni cruciali. E urgenti. Scrive Vandana Shiva che l’umanità sta affrontando molte crisi: catastrofi climatiche, fame, povertà, disoccupazione, criminalità, conflitti e guerre. Tutto questo sembra spingerla al collasso.

Cosa alimenta questa distruttività e ci impedisce di fermarla?

Il modo di pensare di quella parte di esseri umani che hanno dominato la Terra per secoli e secoli. Vi sono in particolare tre percezioni ingannevoli, dice, che impediscono di correggere e trasformare il nostro modo di pensare il suolo e la terra, il cibo e il lavoro, l’economia e la democrazia:

• gli esseri umani sono separati dalla Terra;

• la formazione della ricchezza nel mercato è separata dal contributo di “altri”: la natura, le donne, i lavoratori, gli antenati e le generazioni future;

• le azioni sono separate dalle conseguenze e i diritti dalle responsabilità.

Occorre cambiare questo modo di pensare, occorre rapportarsi alla terra e alla vita, alle altre persone anche, in modo diverso da come gli uomini più potenti e le civiltà che essi hanno voluto imporre hanno fatto per tanto tempo. Molti di noi ci stanno già provando.

Tenendo presente questo canovaccio, ho scelto, dal mio viaggio, di parlare in particolare di due luoghi. Partendo dalla consapevolezza di essere all’inizio di un percorso di scoperta di terre per me nuove, anche se da sempre mi sembrava di sentirle vicine, scelgo un percorso che definirei elementare, nei due sensi di semplice e basico, ma anche di legato agli elementi.

Due in particolare: l’ACQUA e la TERRA.

 

[continua]

 

 

“Il vestito di Ilda”, di Anna Fresu

1 dicembre 2015 in Senza categoria

ILDA ANNA FRESUEccola qui Ilda col suo vestito nuovo a quadretti bianchi e rossi e una tracollina di paglia con dentro un quaderno e una penna e pochi spiccioli caso mai passasse un autobus. Ma autobus ce ne saranno uno o due in tutta la città e non è detto che oggi abbiano trovato la benzina.

E infatti oggi non ne passa nessuno. Ilda abita a Matola, la scuola è a Maputo a 8 chilometri di distanza. Miracolosamente riesce ad arrivare con solo pochi minuti di ritardo.

All’uscita di scuola sarà un problema. Le lezioni finiscono alle 18 e a Maputo fa notte presto. Autobus non ce ne saranno, non ce ne sono mai.

Non ho detto delle scarpe di Ilda, scarpe di gomma, tipo giapponese, ricavate da vecchi pneumatici opera di normali africani artisti del riciclo. Forse resisteranno a tanti chilometri, forse no.

In classe Ilda parla pochissimo … ascolta, ascolta tutto, tutti: insegnanti, compagni.

Un giorno parlerà, non ancora.

Ogni giorno è così: la mattina una tazza di tè in fretta, con tanto zucchero per resistere fino alla sera, poi i chilometri a piedi con il sole, con la pioggia … E a scuola tacere, ascoltare. Poi la lunga strada per Matola.

Ogni sera Ilda lava il suo vestito con un pezzo di sapone quando c’è o solo con l’acqua, lo asciuga col ferro scaldato sul fuoco e lo indossa la mattina. Il rosso dei quadretti diventa sempre più rosa, poi beige, poi quasi sparisce. La stoffa è sempre più leggera, sottile. Ma il vestito è sempre pulito, stirato.

Stamattina Ilda non ha preso il suo tè, doveva rammendare il vestito che comincia a lacerarsi qua e là.

Stasera è troppo stanca sulla strada per Matola, le si è anche rotto l’infradito. Ilda si siede sul bordo della strada. Il sole che tramonta arrossa le saline che si vedono in lontananza. Fra un po’ sarà notte, cala presto la notte a Maputo. Un fuoristrada si ferma. È una macchina nuova, sulla portiera ha l’insegna di un’organizzazione umanitaria. Quei signori là dentro non parlano changana, parlano un portoghese stentato ma sono gentili, l’accompagneranno loro a casa.

Ilda sale sulla macchina, un altro strappo alla manica mentre si arrampica.

Oggi i minuti di ritardo diventano ore, si alternano gli insegnanti, finiscono le lezioni.

Domani ci sarà un posto vuoto e così domani e domani ancora.

Sulla strada di Matola qualcuno ha raccolto un vestito, (“con qualche rammendo andrà bene per Josina”) ma il vestito è troppo rotto e non basterà il sapone a far sparire tutte quelle macchie di fango e di sangue.

(da “Sguardi altrove” di Anna Fresu, ed. Vertigo, Roma, 2013)

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