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Il Fado mediterraneo dei Gabirù. Racconto di una scaletta

8 febbraio 2018 in Senza categoria

 

azulejo fado

Sabato scorso coi Gabirù abbiamo suonato a Bologna per il festival di San Giacomo: qui un percorso attraverso i brani che interpretiamo e un’anticipazione tematica delle nostre canzoni originali, che stiamo registrando in queste settimane. Ripercorrendo la scaletta, mi sono accorta come questa musica che per prima mi ha avvicinata al canto, rinnovi continuamente il suo senso, lungo il trasformarsi che si dà nel mio scorrere.

 

Quasi sempre malinconico, struggente, il fado è tuttavia un canto alla vita, perché celebra il risveglio che si dà nell’incontro.

Un incontro spesso fugace, fuori tempo, sfasato, addirittura illusorio, ma che sa creare un’occasione di contatto fra due anime. Ed è nel tocco d’anime che la vita accade. La remota familiarità che ci balugina imprevista dal ritrovamento con un altro essere può essere di una potenza talmente bruciante da far incespicare le parole, come racconta Qualquer coisa que me anima, qui reinterpretato dagli O’queStrada: la lotta dell’io che non vuole cedere, che cerca di imporre il suo volere alla novità dilagante di questa scossa, che giunge dall’alto (me transcende), tuonante. L’effimero tentativo di un contenimento prima dell’abbandonarsi a quelle ore “incerte”, che Ana Moura canta in questo brano: rotonde e inutili e lunghe. Ore di quella follia che il fado conosce e lenisce.

Con l’esperienza decennale della regina del fado, Amália Rodrigues, si dà una rivoluzione a tutti i livelli e questo genere, originariamente tipico dei bassifondi lisboneti e ormai approdato, ai primi del Novecento, ai teatri di varietà della capitale portoghese, diventa famoso in tutto il mondo e prende il volto di questa donna dallo sguardo enigmatico e dalla ineguagliabile voce , che cominciò a cantare da bambina, vendendo frutta nei vicoli dell’Alfama e della Mouraria. Con Amália il fado cerca la poesia colta ed è così che componimenti di alto valore cominciano a essere musicati.Nel brano Ninfas, qui interpretato da Cristina Branco e che noi proponiamo nella bella traduzione italiana di Riccardo Averini, ascoltiamo due ottave dei Lusíadi di Camões e vediamo i marinai dell’equipaggio di Vasco da Gama, di ritorno dall’India, approdare all’Isola degli Amori. Non solo di attese sfibranti il fado ci sa dire, dunque. La pienezza dell’amore goduto qui trabocca: “meglio provarlo che giudicarlo, ma lo si lasci giudicare giusto a chi non lo può provare”.

È l’amore al centro della scena, non le creature che l’amore muove, così come in Sete pedaços de vento, brano dal testo a tratti criptico, protagonista è il desiderio, che prescinde dall’oggetto: “Offro al vento i miei lamenti […] Voglio essere. Sono così. Sette pezzi di vento. Sette rose in un giardino, in un giardino che sono io stessa a inventare […] sette grida da gridare, sette silenzi da vivere, sette lune da brillare e un cielo per accadermi […] Che il desiderio non mi rinchiuda nella volontà di essere tua”. Un errore che forse in tante abbiamo commesso: scambiare l’oggetto del desiderio per il dono, mentre il dono stava in quel risveglio di intensità che ci avrebbe spinte lontano. Finalmente.  Un po’ come nelle Nuove lettere portoghesi: la passione come pretesto, nel doppio significato di occasione per essere e di ciò che precede il testo, ne sta alla base. Testo di carne e vissuti.

menina do fado da desesperaIl fado ha un cuore capiente e nella contemporaneità si è allontanato dalla sua matrice rinunciataria e tragica – fatalista appunto. Può farsi duttilmente desfado, come in un bel titolo di Ana Moura, senza tuttavia tradirsi. Non più soltanto musica di malinconica tensione verso un che di indefinito, di cui piangiamo l’assenza confondendola con la perdita. Sì perché ciò che spesso rimpiangiamo è davvero mai stato nostro? È davvero mai esistito? E questo, in fondo, cosa conta? Anche nelle mie corde, che pur l’ho cercato e l’ho voluto cantare dalla prima volta che l’ho ascoltato, il fado contraddice se stesso e si fa canto della disattesa, come nel Fado da desespera, il primo brano che ho scritto per i Gabirù e per cui Bruno Carrozzieri ha composto la musica. Desespera è neologismo mio: insieme negazione dell’attesa e femminilizzazione di desespero (disperazione in portoghese) che nel passaggio di genere capovolge il senso, raccontandoci di una bambina incontrata su un’isola strana – affiorano i ricordi di un’estate di più di vent’anni fa, sull’arcipelago delle Berlengas – che si fa nostra maestra e ci insegna ad assaporare il presente, con allegra pazienza, senza aspettative. Solo gli spruzzi dell’acqua di un mare, dove ormai non siamo naufraghe perché nulla più attendiamo. Fado da desepera: potenza liberatoria dell’ossimoro.

Col cuore trasparente che la bambina ci ha insegnato, siamo pronte per intonare il primo canto. Troppo bello perché le parole non arrivino tutte e infatti proponiamo questo brano di Dulce Pontes in traduzione italiana: è il canto dell’elementalità. Terra Aria Fuoco. L’Acqua la troviamo in altri brani di questa raccolta del 1999: un capolavoro in cui si sente quanto l’artista fosse entrata in un collegamento profondo e fertile col cosmo. Un vero e proprio canto primigenio, dedicato al maestro Zeca Afonso.

 

C’è uno strumento che da solo evoca il fado ed è la guitarra portuguesa. Ha un timbro inconfondibile: destino, fado e saudade sono le parole che normalmente si associano al suo trinado. “Per interpretare il fado, nessuno strumento è più adatto della chitarra portoghese. È abituata a cantare tristezze dalla più remota antichità e, inoltre, parla tanto piano che non dà fastidio ai grandi, quelli felici quelli opulenti. È quasi una bambina che piange o una donna che sopsira. Impressiona e non stordisce. Si fa sentire, ma non s’impone”, scriveva Alberto Pimentel, in Photographias de Lisboa,  Proponiamo allora un brano solo per chitarra portoghese: Os verdes anos di Carlos Paredes, colonna sonora del film omonimo di Paulo Rocha, del 1963, che apre il Cinema Novo portoghese. Lasciamo la campagna del primo canto per entrare nella città, in quella Lisbona periferica che sa ancora di paese, terra di passioni primitive e sanguigne. Una Lisbona spietata, però – sempre ci rivedo le periferie romane immortalate da Pasolini – perché metropoli che non sa accogliere, fomenta tensioni, generando una violenza repentina e assurda. Il protagonista, Júlio, giovanissimo operaio appena giunto in città, uccide la ragazza che sta frequentando, che lavora come donna di servizio in una casa della media borghesia. Un femminicidio che è anche un atto d’accusa alla società industriale incipiente. chitarra portoghese

 

Ma come da buona tradizione romantica, il fado è capace di ironia e di grottesco. Questo pensavo mentre cercavo i suoni più cupi e stridenti per il nostro Fado gutural, di cui Bruno Carrozzieri ha composto la musica per poi riarrangiarla con Luigi Bruno, il pianista che ha sostituito mio fratello nel trio dal 2016. “E di questo mio fado l’assurda morale/è che la vita è una danza di baccanale. Di questo mio canto/lo sfogo finale/è che ogni pena d’amor ha un suono gutturale”. Ma torniamo subito alla saudade nella sua forma più originale: vera e propria nostalgia di ciò che non si è mai posseduto. La Bailada dos amores desnascidos, brano dall’armonia semplice che mi è uscito già cantato ormai quattro anni fa, sono gli amori che muoiono proprio mentre stanno venendo alla luce… Gli amori che “scelgono piuttosto le tenebre”, emblematici di un’età che poco osa e poco sente, distratta e frammentata.

 

Bruno appoggia la chitarra portoghese, riprende l’acustica e, dall’estuario del Tejo ci spostiamo sulle rive del Guadalquivir, a suggerire un vicinato non solo geografico fra fado e flamenco, sulle note di questa Maria, la portuguesa che ci fanno ascoltare la meravigliosa Silvia Perez Cruz: suonando il flamenco si parla allora del fato tremendo della bella portoghese Maria, “allegria e agonia del Sud”, che canta la sua tristezza per l’amore che le hanno ammazzato mentre pescava di contrabbando nel fiume andaluso.

Volgiamo verso la fine con un brano che mi piace moltissimo cantare e in cui a parlare sono un uomo e una donna, che a pochi metri di distanza si vivono due dolori analoghi ma incomunicabili, lui con versi che ho montato utilizzando le poesie del disamore di Cesare Pavese e lei con parole riassemblate da Ancestrale di Goliarda Sapienza. Nasce così il Fado dos Enganos: parole che sono imbrogli, nostre e non nostre, e sbagli – polisemia del termine enganos in portoghese – perché frutto di una cecità che ci condanna a essere intransitivi, perduti nella nostra rabbia sorda al dolore altrui, così limitrofo. Due solchi paralleli nei gialli campi di grano.

fado dos enganos FOTOIl nostro concerto lo chiudiamo però nella gioia leggera delle passioni consumate dentro al Pátio dos Amores, celebrato da Dulce Pontes. Come in una festa paesana, il ritmo incalzante ci conduce lontano dalla malinconia. Buon ascolto e a presto.

 

 

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