Nascere è contagioso

     Mi vivo questi anni con le mie due figlie adolescenti in un’altalena di sentimenti e riflessioni che sta attaccata a una struttura inaspettatamente più solida, perché le peripezie personali e storiche non sono forse trascorse invano. Ascolto cercando di non drammatizzare né di lasciarmi ferire. Sorrido e osservo, partecipe e appartata, lo snodarsi ostinatamente originale – unico e universale – di questi due mondi con cui ho toccato, in tempi per me tutto sommato recenti e per loro distanti anni luce, ciò che di più vicino alla simbiosi io abbia mai conosciuto. Nei momenti in cui mi sono sentita più arrabbiata e impotente, qualcosa mi ha dato l’appiglio per riconnettermi con quei nostri primi anni insieme, di rientrare nella trama che avevamo amorevolmente cucito in spontanea armonia, quando bastava la vicinanza dei corpi, il fondersi dei nostri odori centripeti, gli sguardi beati nell’innamoramento reciproco per procedere nella pienezza e nella persuasione.

Allora ritrovo certi scritti, di tanti anni fa. Appunti rispetto a ciò che saprei forse dire ora, perché lì stavo gettando dei semi senza saperlo. Così lontani, così vicini che ho deciso di condividerli pian piano su questo nostro sito lentamente in ripresa, ad accompagnare la mia volontà di privilegiare ancora il racconto di ciò che siamo (state) e che troppo spesso ci fanno credere sia irrelato.

“Io non ho colpa, gridò [la madre] al bambino, sono io che sono il tuo sogno, perché sono i bambini a sognare le loro madri, le sognano immersi nel loro chiaro liquido iridescente, nella loro acqua primigenia, e lentamente, con il solo potere del loro sogno, pian piano si costruiscono attorno il corpo di una madre, e la madre continua a crescere, alimentata dal sogno, finché il bambino la spinge, la separa da sé e la sbatte fuori ed ecco che lei è una piccola madre che sta nascendo, esausta, disorientata, barcollante, gettata nel mondo.”

Per provare a raccontare il momento in cui diventiamo madri per la prima volta non posso che ricorrere alle parole di un’altra: queste sono della scrittrice portoghese Teolinda Gersão.

Credo sia importante sforzarsi di recuperare linguaggi per raccontare quella trasformazione che ci travolge quando ci nasce un figlio. È importante su un piano individuale, perché contribuisce a darci una forma, a ridefinire la nostra identità stravolta e beata. Ma dare un’espressione a questa nostra nuova dimensione ha anche una portata sociale, spesso lasciata in ombra, e invece fondamentale.

Riflettere sulla nascita è un ribaltamento di prospettiva: secoli di riflessioni filosofiche sulla morte non hanno visto svilupparsi altrettanto il pensiero sulla nascita. Forse perché siamo immersi in una bisogno di dar voce alle nostre paure ma lo facciamo schiavi dell’oblio più che nella consapevolezza del passato. Quando nasce una bambina non è “soltanto” una la vita nuova che comincia. Questo evento ha l’effetto di moltiplicare la vita attorno a sé come se la sua nascita generasse tante piccole rinascite delle persone che gli sono accanto, a  partire dai genitori, ma spesso anche i nonni, le amiche e gli amici più cari, gli zii e le zie.

Certa gente sostiene che chi si ostina a proclamare la necessità della pace non vuole fare i conti con quella che è un’inclinazione costitutiva dell’essere umano: l’istinto alla violenza e alla sopraffazione. Eppure mi vien da dire che se il genere umano è arrivato fin qui è perché i suoi individui hanno saputo anche prendersi cura gli uni degli altri. Esiste, certo, un forte impulso distruttivo ma, evidentemente, se le donne e gli uomini non si sono estinti nel giro di qualche generazione è perché esso coesiste con un istinto alla salvaguardia della vita che è ancora più potente del primo e che va al di là della mera autoreferenzialità egoistica. Nasciamo bisognosi dell’altro: senza qualcuno che si prenda cura di noi, ci nutra, ci lavi, ci cambi, ci infonda coscienza di noi stessi attraverso il suo sguardo amorevole non riusciremmo a sopravvivere nei primissimi anni di vita.

Privilegiare il discorso sulla nascita non significa accantonare il pensiero della morte, come troppo spesso avviene nella nostra civiltà, ossessionata dalla morte a tal punto da sfociare nella sua paradossale rimozione, ma imparare a conviverci, facendola dialogare con la vita, con la nascita, tornando a naturalizzarla.

Se dilatiamo il nostro privato aprendoci all’esterno ci rendiamo conto che quello della natalità non è un miracolo soltanto su un piano individuale ma lo è per l’intera società perché, come scriveva Hannah Arendt nelle Origini del totalitarismo, “con ogni nuova nascita, un nuovo inizio viene introdotto nel mondo, un nuovo mondo viene potenzialmente in vita”. Raccontare questo miracolo può favorire l’empatia, la comprensione piena dell’altro, la consapevolezza profonda e niente affatto teorica che siamo tutti sulla stessa barca-mondo, tutti, come dice bene il poeta mozambicano José Craveirinha, “con lo stesso identico amore per i figli che generiamo” o, aggiungerei, che qualcuno genera al posto nostro dandoci l’opportunità di amarli e di scoprire nuovi universi.”