(IN)CANTI – Ritratto di un’amica intanto che parlo

Cantare mi è sempre piaciuto ma per tanto tempo non ci ho fatto caso. Ho passato anni preziosi a guardare la realtà e ad analizzare me stessa e gli altri, facendo soltanto ciò che, quasi per inerzia, non mi è mai stato difficile fare: leggere, studiare e, fino ai vent’anni praticamente tutti i giorni, nuotare. Il resto era un mondo meraviglioso ed estraneo che rimaneva al di là di un vetro infrangibile, un luogo a cui non mi sembrava possibile appartenere davvero. Quel “narcisismo della rinuncia”, che un personaggio in un romanzo di Manuel Alegre considerava tratto distintivo dello spirito nazionale portoghese, l’ho riconosciuto come un’anima gemella, e chissà che non abbia avuto un suo peso nella mia scelta del Portogallo come spazio prediletto delle mie “affinità elettive”. Preferisco però, oggi, ricondurre la mia “passione lusitana” all’onda di luce azzurra che mi rievoca il pensiero di Lisbona, un innamoramento che ti trasforma il corpo e la percezione. Repentino e, nel mio caso, irreversibile. Perché la timidezza mi ha stancato, la reticenza ha perso tutto il suo fascino e la tendenza a delegare mi irrita. Così come non sopporto le donne che abdicano alla loro vita non appena diventano madri, investendo aspirazioni e desideri soltanto nei loro figli, annullandosi.

Voglio cantare di più, mi sono detta allora. Ed è così che ho saputo interpretare l’intuizione che avevo avuto poche settimane prima, fermandomi a parlare con Beatrice fuori dalla scuola dei nostri figli, quando mi era uscita una sincerità inusitata, visto il grado di conoscenza: quello era un incontro di vita. Bello e buono.

Sarebbe troppo facile dire che Beatrice è soprattutto voce: decisa e melodiosa insieme, ferma e calda, ruvida e profonda, tintinnante quando meno te lo aspetti, e ne avevi proprio bisogno. Una voce senza trucco, che non si perde sul finale, che non vacilla. Una voce affidabile. Troppo facile, perché Beatrice è anche colori – arancione e fucsia soprattutto, come la collana che le ho comprato nella Baixa a novembre – e la risata che erompe piena, senza affettazioni, con quella malizia ironica e gioviale da toscanaccia “pane al pane vino al vino”. Di chi sa trasformare il dolore in energia pura, vitale.

Beatrice è stata una bambina timidissima che leggeva in continuazione. La sua maestra la sgridava per questa sua passione, a suo avviso smodata: “Non è normale leggere così”. Non esisteva nient’altro, il mondo attorno spariva e c’erano solo quelle storie, troppo belle per smettere. Per ripigliarla i suoi genitori provarono a farle fare non so più quanti sport, ma era sempre lo stesso disastro: due volte hanno dovuto perfino chiamare l’ambulanza che Beatrice era troppo in affanno, sembrava non riuscisse più a respirare normalmente. L’agonismo la faceva soffrire in maniera spropositata: “non sono mai stata competitiva nei confronti degli altri, non mi è mai interessato, mi è sempre sembrata una cosa che non mi faceva crescere”, mi ha detto l’altra sera al ristorante giapponese (ci siamo così sfondate di cibo che quando abbiamo visto il conto volevamo scappare). “Con la musica, poi, ho iniziato a essere competitiva, ma con me stessa, spinta dalla volontà di migliorarmi sempre di più”. A otto anni, la svolta. Come per caso. Una collega comunica alla madre di Beatrice che manderà la figlia a un’audizione per il coro di bambini della Scuola di Musica di Fiesole, un coro che avrebbe cantato in vere e proprie opere. Anche Beatrice partecipa alle selezioni, e soltanto lei viene presa: “da lì è nata la mia vita. Ho pochissimi ricordi anteriori a questo avvenimento”. Si appassiona alla musica senza mezze misure: comincia ad andare a teatro a vedere l’opera, insieme a suo padre, fino a quel momento non certo un cultore di lirica. Vuole imparare a suonare ed entra al conservatorio: prova prima col violino, ma ben presto passa al violoncello, più affine alla sua voce scura da contralto. Anche la scuola media la fa dentro al Conservatorio di Firenze e a diciassette anni comincia a studiarvi anche canto. Suona nelle orchestre, partecipa a molti stage e dà lezioni di canto. Da sempre, da quando aveva quattordici anni, infatti, Beatrice, oltre a cantare e suonare, insegna: il suo primo allievo è stato un signore settantenne che andava da lei a lezione di solfeggio. Insegnare e apprendere sono due attività che sempre sono andate di pari passo nella sua vita, indissolubilmente intrecciate: “Ho sempre sentito che l’insegnamento avrebbe fatto parte della mia vita. Mentre trasmetti quello che sai, se riesci ad ascoltare l’altro, stai crescendo anche tu”. Beatrice è così: un talento coltivato con rigore e allegria, che lei non ha mai voluto mettere al servizio dell’ambizione. È la prova che si può essere artisti e generosi, creativi senza essere madornalmente auto-centrati. Speciali senza tirarsela all’inverosimile. A ventisei anni si è trasferita a Milano – “una città viva, creativa, stimolante” – dove canta in numerosi concerti di musica barocca alla Scuola di Musica Civica. A trent’anni sta per entrare alla Scala ma decide di trasferirsi a Bologna: è incinta e il suo compagno vive e lavora qui. Nonostante le difficoltà di ambientamento, la solitudine, il senso di abbandono, che la sovrapposizione di maternità e trasferimento non possono che intensificare, Beatrice non demorde: continua a fare concerti e, nel 2006, apre la sua associazione dove dà lezioni di canto. Non è tecnica pura quella che sa trasmetterti ma la passione di un’avventura alla ricerca della tua vera voce, in cui progressivamente abbandoni le tue paure, sciogli i tuoi blocchi. Una voce che puoi usare a scopi professionali – fra i suoi allievi, nomi molto noti nel campo della musica lirica, e non solo – ma anche dentro a un percorso di crescita: il suono della voce umana, per lei, è una potenzialità di cura, poco sfruttata perché sconosciuta ai più. Il canto non è mai mera performance, puramente estetica, ma emozione che fa scaturire un’energia profonda, come quella che Beatrice è capace di lasciar fluire quando con le mani trasmette calore buono alle tue parti più doloranti. “Tante persone stanno cercando questa voce. L’arte riveste un ruolo di trasformazione eccezionale in questo contesto pieno di incertezze: è una possibilità di ricostruzione che va curata e coltivata.” Io la ascolto. E canto.

p.s.: La seconda parte del titolo è la traduzione del titolo di un romanzo portoghese di Eduarda Dionísio, Retrato dum Amigo Enquanto Falo. Qualche sfumatura viene meno, ma in questa conversione al femminile nemmeno ci sarebbe servita, in fondo.