Le donne nell’arte/L’arte delle donne. Appunti da un percorso a scuola
Ho colto volentieri l’invito dell’UDI a partecipare con le mie due classi a questo approfondimento e di presentarlo oggi a un incontro nel nostro quartiere Borgo-Reno. Per declinare il tema proposto nell’ambito dei percorsi che stiamo portando avanti in classe, con le seconde abbiamo studiato alcune artiste diversamente collegabili con le istituzioni manicomiali, mentre con le terze ragazze e ragazzi hanno fatto delle ricerche a gruppi su alcune artiste (pittrici, fotografe e poete) mediorientali e afgane.
C’è differenza fra creatività maschile e creatività femminile?
Come ha detto Filiberto Menna, nonostante sia difficile stabilire una distinzione netta tra la creatività germinale di un genere o dell’altro, credo anch’io che, essendo la creatività sempre ricca di contenuti e strutture che sono frutto dell’esperienza, i prodotti artistici cambino anche a seconda del genere. Scrive Greta, 12 anni:
“È da sempre che la vita cerca di imporci limiti, modi di pensare o di vivere, ed è da sempre che quasi tutti noi ci pieghiamo a queste volontà. Sono poche le donne e gli uomini che si sono opposti a questi canoni, e non è stato facile nemmeno per loro, poiché è dall’anno zero che se ti opponi arrivano conseguenze, cambiate negli anni, ma sempre conseguenze.
Ecco, anche se io e i miei coetanei non abbiamo mai avuto situazioni gravi, è da tutta la vita che ci pieghiamo alle volontà degli altri anche noi, che sia per un determinato modo di vestire, per la musica che ci piace, o persino per come portiamo i capelli, dobbiamo sempre seguire la moda, dobbiamo sempre fare come vogliono gli altri. Essere liberi ed essere sé stessi non è più un’opzione ormai non lo è più da tanto tempo…
E per quanto alcuni di noi si sforzino per tornare ad essere liberi, non sappiamo quando e non sappiamo soprattutto se riusciremo a farlo.
Io ho sempre cercato di dire la mia opinione, mi sono sempre cercata di esprimere come meglio riuscivo e lo facevo ogni volta che ne avevo l’opportunità, ma è stato molto difficile pure per me, per quanto da un lato mi venga spontaneo dall’altro lato ho una vocina sadica che mi suggerisce di lasciare stare, che rischio di essere giudicata se esprimerò sempre la mia opinione e il mio modo di essere, nonostante sia solo un sussurro nel mio orecchio, io la sento più forte di qualsiasi urlo, di qualsiasi altro rumore mi sia intorno, e per quanto io cerchi di ignorarla, lei è forte, lei è tanto forte, e spesso ha la meglio su di me, spesso mi fa richiudere la bocca, spesso mi fa abbassare il capo e cambiare idea, spesso mi fa accettare i voleri altrui.
Ormai quando c’è da esprimere una vera e propria opinione chiudo la bocca e me la tengo dentro, lo faccio sotto suggerimento di quella vocina, ma lo faccio soprattutto per colpa dei miei coetanei, sempre pronti a giudicare, a farti sentire uno schifo e ad aumentarti le insicurezze, e io non parlo di opinioni come per esempio dire a scuola di spostare una verifica, o suggerire che sport fare in palestra, parlo di opinioni tanto inutili quanto struggenti, perché ti fanno sentire non approvata parlo per esempio di dire la proprio opinione sulla violenza contro le donne, parlo di avere il diritto di offenderti se ti molestano, parlo di avere il diritto di arrabbiarsi se insultate verbalmente, e alla fine, che sia per un motivo o per un altro , questa società finirà per ucciderci tutti.”
Nel suo spontaneo risentimento, mi pare che Greta riveli la memoria cellulare di un’esclusione mettendo senza saperlo in luce molti aspetti di quella che è la collocazione delle donne nell’ambito della produzione artistica. Dal disagio che deriva da una dirompente differenza infatti, dall’intoppo di sentirsi s-centrate, spostate, non conformi, incongruenti, eccedenti rispetto all’ordine simbolico dominante, alcune artiste quest’ordine decidono di rovesciarlo con opere marcatamente fuori canone. E comportandosi diversamente: «L’arte – diceva la pittrice Carla Accardi in una conversazione del 1966 – è sempre stata il reame dell’uomo. Noi, nello stesso momento in cui entriamo in questo campo così maschile della creatività, il bisogno che abbiamo è di sfatare tutto il prestigio che lo circonda e che lo ha reso inaccessibile». Una dolorosa consapevolezza che spiega anche come mai un’esperienza come Rivolta femminile, innescata nel 1970 dalla stessa Accardi e dalla critica d’arte Carla Lonzi, prenda forma proprio in seno alle arti visive.
La proposta di Lonzi è quella di una radicale de-culturazione tesa a sovrascrivere l’ordine maschile egemone con discorsi nuovi, finalmente liberati, frutto di una creatività alternativa concepita, come ha scritto Giovanna Zapperi, “nei termini di una pratica trasformativa che investa il soggetto femminile all’interno di una dinamica collettiva”.
Negli Anni Settanta va prendendo forma l’idea femminista di una creatività diffusa, descritta da Anne-Marie Sauzeau come una possibilità espressiva spontanea e gioiosa che scaturisce dalle donne in situazioni collettive in cui, non sentendosi inibite dalla cultura ufficiale che ha imposto loro certi ruoli, ritrovano un’identità storicamente perduta. Per diverse artiste tuttavia, nonché per certe critiche come la stessa Sauzeau, questa creatività diffusa costituisce solo un potenziale, una sorta di humus a cui si può sì attingere per la propria creatività, ma i manufatti artistici sono cosa ben diversa da questo afflato indistinto. Certo, ma la propensione allo scambio, al contagio mi pare uno dei tratti ricorrenti se non proprio specifici, nella postura artistica femminile. L’arte cioè, non vuole quasi mai essere lo strumento per elevarsi dalla folla, ma piuttosto un veicolo di contatto. L’arte è vita, la vita stessa. Nessuna aura per l’artista. Nessuna aristocratica distinzione, perché tutto è di nuovo sacro, in interdipendenza. L’arte stessa è apprendimento alla (ri)connessione. Nell’arte impariamo ad appoggiarci solo su ciò che davvero ci risuona, altrimenti stiamo in un mero esercizio retorico.
Denunciare la violenza del patriarcato e rovesciare il suo ordine simbolico per arrivare a instaurare un nuovo normale è ciò che emerge in tutte le artiste mediorientali esaminate così come nei Landai, espressione della sofferenza delle afgane. In un paese in cui l’87% delle donne subisce la violenza maschile, i Landai sono un gesto di denuncia semplice e coraggioso:
Vengo al mondo con il cuore pieno di speranza.
Il giorno del giudizio, dirò a voce alta
L’utopia non è illusione/un sogno/una fantasia/
L’arte si trasforma fin dalle radici. La natura materica e concreta è un altro dato frequente nell’arte fatta dalle donne . Osserviamo i dipinti dell’artista curda Zehra Dogan, incarcerata per avere rappresentato la violenza turca contro il suo popolo: le bombe sui villaggi, le persone uccise. In prigione ha continuato a dipingere, usando coloranti di fortuna: la curcuma, il prezzemolo, il caffè. E il sangue mestruale, meravigliosa metonimia – o metaforma per dirlo con Judy Grahn – della potenzialità vitale. Affermazione biofila in un universo snaturato dall’ossessione bellica.
Anche l’artista iraniana Shiva Ahmadi fa opere che sono insieme denuncia e proposta di radicale trasformazione collettiva, di una potenza espressiva straordinaria. Corpi femminili intensi, vibranti, imponenti a testimoniare l’incanto mutilato.
“Avevamo una grande casa a pochi passi dal mare che oggi non esiste più. Ciò che so del mio villaggio lo devo ai racconti di mia nonna, costretta ad abbandonarlo nel 1948 durante la Nakba, e rifugiata a Gaza come migliaia di altre persone”. Sono parole di Malak Mattar, un’artista palestinese nata nel 1999 e cresciuta nella Striscia di Gaza. È solo grazie ai racconti di sua nonna che Malak può sapere come la Palestina è stata un tempo, prima che i suoi abitanti venissero cacciati e costretti a vivere in un territorio ristretto e controllato da Israele. Malak racconta di come tutti gli esseri, non solo quelli umani, subiscano l’occupazione: “anche loro vittime delle guerre israeliane, anche se nessuno ci pensa mai”. A riconferma della vocazione connettiva, che va oltre l’antropocentrismo, di tante di queste artiste. Il loro richiamo alla vita, alla gioia pervasiva.
Guardiamo anche le Nana e le enormi variopinte strutture scolpite da Niki de Saint Phalle per il Giardino dei Tarocchi di Capalbio (GR). Sfogliando il catalogo curato da Lucia Pesapane che ho preso poche settimane fa alla mostra che le ha dedicato il MUDEC dal 5 ottobre 2024 al 16 febbraio 2025, leggo che l’artista propugnava la società “matriarcale”: le donne all’origine, dice Heide Goettner-Abendroth. Le donne al potere anche, diceva Niki de Saint Phalle. Donne matriarcali, però. “Tu pensi che la gente continuerebbe a morire di fame se dipendesse dalle donne? Non posso fare a meno di pensare che potrebbero creare un mondo in cui sarei felice di vivere”. Per questo nella sua opera la donna viene “amplificata”, resa enorme, agile, in una sensualità giocosa e contagiosa, che pare gioiosamente prescindere dai canoni di bellezza imposti: “Mi piace ciò che è rotondo, ondulato, le curve, il mondo è rotondo, il mondo è un seno. Non mi piace l’angolo retto, mi fa paura. L’angolo retto vuole uccidermi, l’angolo retto è l’inferno. Non mi piace la simmetria. Mi piace l’imperfezione […] la perfezione è fredda. L’imperfezione dà la vita, io amo la vita. Amo l’immaginazione come un monaco può amare Dio. L’immaginazione è il mio rifugio, il mio castello, l’immaginazione è una passeggiata all’interno di ciò che è rotondo. Sono cieca, le mie sculture sono i miei occhi. L’immaginazione è l’arcobaleno, la felicità è l’immaginazione. L’immaginazione esiste”. L’impeto rivoluzionario di queste opere arriva intero a ragazze e ragazzi. Scrive Angelica, 12 anni:
“Trovo le sue creazioni molto significanti. Lei ha creato delle “creature” grandi e con molti colori, alcune spaventose, inquietanti ed altre rassicuranti, suadenti. Penso che tutti quei colori siano le emozioni, felici e tristi, e che queste creature inquietanti e rassicuranti vogliano farci capire che le cose possono essere belle come brutte. Alcune delle sue creazioni sono donne che piangono. Lei ha anche fatto queste creazioni per farci capire che ha superato i suoi incubi e le sue paure, e per me vuole farlo capire anche a tutti noi. Che noi possiamo superare le nostre paure ed andare avanti. Niki ha finanziato da sola le sue opere ed il suo Giardino, ci sono costi che sono arrivati anche a 5 milioni di euro, ma lei ha fatto comunque tutto da sola. Ha iniziato a vendere un profumo da lei creato per riuscire a pagare questi costi. Io trovo quello che ha fatto una cosa molto significativa, come ho già detto. Lei ha fatto tutta da sola, e io penso che anche noi possiamo riuscire a sconfiggere le nostre paure o risolvere i nostri problemi da sole.”
Il medesimo impeto utopico, teso cioè a trasformare il reale costruendo alternative più consonanti col proprio sentire, torna in altre artiste fra quelle studiate: “Volevo iniziare una rivoluzione, usando l’arte per costruire il tipo di società che io stessa avevo immaginato”, ha detto Yayoi Kusama, giapponese a lungo vissuta negli Stati Uniti, che chiama la sua arte psicosomatica “una forma di automedicazione”. Capita spesso in queste artiste che agire la propria creatività funga da medicamento per tentare di guarire da una scissione impostaci socialmente: siamo dentro un mondo che non rappresenta le donne, un mondo che ha eroso ed espunto la nostra radice più antica, segreta e vitale. L’arte diventa allora il luogo dove stare a proprio agio in integrità e interezza, dove esprimere la propria originalità, sottraendosi all’omologazione che per le donne è stata lungo i secoli particolarmente invasiva e mortificante. Per le donne il rischio di finire in manicomio perché “non conformi” era infatti molto consistente, come mi è stato confermato sabato 8 marzo durante la visita al museo di storia della psichiatria di Reggio Emilia, presso l’ex complesso manicomiale San Lazzaro. Coloro che non si adeguavano alle aspettative sociali e familiari erano facilmente recluse: quelle con un “erotismo fisiologico esagerato”, le “masche”, cosiddette per gli atteggiamenti ritenuti poco femminili, le traumatizzate di guerra, quelle che non si rassegnavano all’arruolamento del marito o dei figli, quelle che soffrivano di depressione post partum, quelle che non accettavano di sfornare un figlio dopo l’altro, quelle troppo indipendenti. E poi le irritabili, le impulsive, le irrequiete, le ciarliere, le prepotenti, le smorfiose, le ninfomani, le stravaganti, le oziose, le petulanti, le piacenti: sono solo alcune delle trentatré sintomatologie individuate per la “modula” d’ingresso al manicomio in epoca fascista.
Una specie di “rivolta della natura” era considerata anche la scultrice Camille Claudel, di cui tanto abbiamo già scritto su questo sito. Dotata di una personalità molto originale, estrosa, di un’energia, un’immaginazione e una volontà eccezionali, scrive di lei Ethan della 2G : “Secondo me in un’artista deve esserci diversità e originalità e Camille essendo cresciuta con un carattere esplosivo ha potuto comprendere tanto. Camille non vive un’infanzia felice. Nella sua famiglia l’atmosfera è cupa, vi sono forti contrasti, litigi continui. Il padre ha frequenti attacchi di collera e la madre non è capace di dimostrare il suo affetto per i figli ed è molto autoritaria. Anche il fatto di avere una famiglia dura l’ha aiutata a crescere e a capire ciò che la circondava anche se un’area cupa spesso può creare traumi ed effettivamente non è andata molto diversamente. Comincia a girare voce che Camille Claudel sia pazza. In famiglia affrontano la questione e decidono di farla internare in un ospedale psichiatrico. Nei primi anni d’internamento la madre fa vietare ogni visita alla figlia, quasi a punirla delle sue scelte anticonformiste. Così scrive al direttore del manicomio: “Tenetevela, ve ne supplico… ha tutti i vizi, non voglio rivederla, ci ha fatto troppo male”. Vi restò trent’anni, fino alla morte. Rinchiusa, abbandonò completamente la sua arte. È vergognoso il modo in cui l’hanno trattata perché può fare tutto ma è comunque una figlia, quello che ha passato ci dimostra anche che “Fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio” La sua tomba, sormontata da una croce recante l’anno di morte e un’anonima cifra (“1943 – n. 392”), oggi non esiste più.”

Comprendiamo allora come la paura si eredita e si trasmette, la paura di essere quelle che siamo, il timore che la sincerità ci conduca in malora. Scrive Nissrine, 12 anni, della stessa classe: “Dire la verità. Io ho sempre avuto difficoltà a dire la verità sui miei sentimenti, su come mi sentivo veramente o solo a sfogarmi con qualcuno, non perché avevo paura del giudizio o non avevo il coraggio, era solo più forte di me, era come se ci fosse un muro che mi bloccava, un collare che mi stringeva forte il collo, che non mi permetteva di esprimermi, come se qualcuno non mi concedeva questo diritto, ma questo qualcuno ero io. Ho sempre ammirato quelle persone che sono in grado, per qualsiasi problema, di buttare tutto fuori, che riescono ad esprimersi liberamente, a dimostrare la verità, la loro verità, di come vogliono essere, di chi vogliono essere, di chi vogliono diventare. Queste sono le persone che hanno fatto un grande passo avanti, perché secondo le mie esperienze, la cosa più difficile da fare è dire la verità ammettendo tutto quello che hanno passato. Ora che ci penso, dopo aver scritto tutto questo, non è che ho sempre avuto la paura di esprimermi?”

L’anelito alla creatività diffusa si fa di nuovo intenso e necessario, per tirare fuori la nostra verità. Come diceva Gianni Rodari: Non perché tutti dobbiamo essere artisti, ma perché nessuno sia più schiavo.
Perché nessuna sia più schiava.
