Trasformarsi in sé stesse. Autoaccrescimento e autoconoscenza nel movimento Legno
Nell’indagare su un concetto di forza come efficacia combattente connessa a un’armoniosa psico-motricità, che è tutt’altra cosa rispetto all’idea patriarcale della forza basata sui muscoli, Alessandra Chiricosta studia i cinque movimenti, circolarmente collegati, di Acqua, Legno, Fuoco, Terra e Metallo (v. Un altro genere di forza, 2019).
Mi soffermo sul secondo, il Legno, stimolata dalla postazione che mi è stata assegnata sotto la grande quercia di Vitriola domenica 13 luglio, nel cammino narrato Di albero in albero organizzato dall’associazione L’Erbalonga (1).
Nel saggio di Chiricosta ogni movimento presenta due epigrafi: la prima tratta dall’Huangdi Neijing Suwen, il trattato di medicina tradizionale cinese le cui parti più antiche risalgono al 400/260 a.C.; la seconda da filosofe novecentesche (Weil, Putino, Lonzi e altre).
Queste le epigrafi per il Legno, il cui tipo di forza viene definito come “virescente”:
Nel Cielo è il vento,
sulla Terra è il legno,
nelle strutture corporee sono i muscoli,
negli zang è il fegato,
negli aspetti colorati è il verde azzurro,
nei suoni è il grido,
nei movimenti reattivi a una alterazione è la stretta (contrattura),
negli orifizi è l’occhio,
nei saperi è l’acido,
nei voleri è la colla.
La collera reca danno al Fegato.
(Huangdi Neijing Suwen, cap. 5)
Allora c’è una forza che significa essere diretti, necessitanti, mirati
e questa stessa condizione è come la crescita dell’albero
che non dice la sua essenza, ma ciò che può
(A. Putino)
Divenire piante ci aiuta a scoprire “una forza radicale, turbinante, verdeggiante” (95). Vediamo, in estrema sintesi, di capire come e perché.
Il Legno è figlio dell’Acqua: quando la madre è debole il figlio è in penuria; quando la madre straborda il figlio viene impedito nel suo sviluppo. Armonia significa cercare un equilibrio fra poli opposti, eccessi che si scartano in un movimento spiraleggiante: “L’acqua che si trasforma in legno aumenta di dinamicità: sale verso l’alto, germoglia, fiorisce, diviene tronco, rami e quindi vento. Segna il passaggio dallo yin profondo al giovane yang, l’inizio di un nuovo ciclo”.
Il Legno è l’alba, la luce che inizia a manifestarsi, l’Est, il germoglio che spunta e che, col procedere del movimento, acquista vigore, forza, spingendosi verso la maturazione del Fuoco. Quello del Legno è un movimento di crescita” (80), che scorre, “connesso alla capacità di operare scelte, di muoversi in ogni direzione, non limitandosi alla rettilinearità. Per questa ragione le manifestazioni psichiche di tale energia sono il coraggio, la determinazione, la decisione necessaria per portare a compimento i propri intenti, elementi determinanti per affrontare e rendere operativi i cambiamenti della propria vita.
Anche rispetto alla forza abbiamo un enorme bisogno di altre narrazioni: l’Iliade letta da Simone Weil mostra come dalla forza che struttura l’epoca arcaica con la sua “progettualità androcentrica, stanziale, patriarcale” (84) si sia passati all’uomo nuovo Odisseo, che detta con la sua astuzia politica le regole della ragion di stato. È così che “la forza violenta, virile cambia forma ma non sostanza. Diviene polis e politica, città, stanzialità. E diviene polemos, la guerra nobile che si conduce fuori dalla città. L’esistenza dell’una dipende dall’altra. Qualcuno deve essere schiacciato, perché la forza virile, violenta, s’inveri […] L’esercizio della forza-violenza si raffina nell’astuzia dell’uomo-nuovo” (84). Nella profondità del mythos permangono tuttavia tracce di altre correnti che possono dare luogo a narrazioni alternative, anche sulla forza. Averle occultate è opera di un dispositivo di controllo potente, ma non privo di smagliature; esistono i pertugi da cui può scaturire una visione nuova e insieme radicata nelle origini delle nostre civiltà, “un altrove che è anche tutto interno alla nostra narrazione” (85). L’imprevisto la cui visione balena anche fra le pagine dell’Iliade nella figura di Pentesilea, regina delle Amazzoni, che spiazza perché fuoriesce dalle direttrici binarie e lineari: è il “percorso di liberazione spiraleggiante, in cui non solo si apre la possibilità di pensare e agire forze di altro genere, ma anche il senso di termini quali genere e sesso, la differenza tra questi e la differenza sessuale stessa si dispongono a una radicale riscrittura” che “assume la prospettiva del movimento, è un approccio nomadico”. L’accesso a questi aspetti reconditi/recessivi del mythos si dà più facilmente attraverso il corpo che attraverso un logos già gravemente colonizzato. Il corpo di Pentesilea, per esempio, irrompe sul campo con un movimento inatteso: “con l’impeto rabbioso di un torrente silvestre”, come scriveva Angela Putino (cit. 92) le Amazzoni “procedono raccogliendosi e disperdendosi, alternando moti centrifughi […] a moti centripeti, senza soluzione di continuità. Danno battaglia in un assetto nomadico [con] variazioni d’intensità e direzione” (93). Il loro modo di combattere riflette un’organizzazione sociale diversa dalla “stanzialità patriarcale ateniese che ha tagliato per le donne la connessione tra radici e tronco, mutilando la loro capacità di volo” (93).
Virgo e viriditas. Così come Pentesilea lega Atene e Troia, così nell’Eneide la virgo bellatrix Camilla, principessa volsca, crea un’analoga connessione tra Troia e Roma.
Isidoro da Siviglia fa derivare il termine virgo da viridior aetas, ossia età più verde (cit. p 104). La virgo è dunque legata al verdeggiare e pare che prima di chiamarsi mulier, che è mollior per natura (106), la donna in latino si chiamasse vira (femminile di vir): “Un tempo in cui la donna non era stata ancora deprivata della sua forza, non era mulier ma vira, «la verdeggiante»” (110). A riprova di questa intuizione, l’autrice cita le virae querquetulanae, assai poco studiate. Le cita il grammatico del II secolo d.C. Sesto Pompeo Festo nel suo De verborum significatione: si ritiene fossero delle ninfe che presiedevano un querceto rigoglioso (virescenti), verdeggiante (110) e venivano chiamate virae perché così gli antichi chiamavano le feminae. “Il corpo umano viene analogato a quello di una pianta, la cui differenza di genere non determina alcuna supremazia dell’uno sull’altra, nessun esercizio di forza” (112). La forza diventa infatti autoaccrescimento, che non necessita di un nemico per affermarsi, solo di buone radici, nutrimento e possibilità di esprimersi per ciò che si può. Vir/vira presentano la stessa radice di vis, la forza, che curiosamente al genitivo fa roboris, richiamandosi di nuovo alla quercia, robur. Interessante che in un dizionario etimologico del 1907 Pianigiani riconduca virgo alla radice varg che si connette al sanscrito urg’a, la forza.
È quindi possibile pensare e agire un altro genere di forza? Sì, però il mancato attecchimento del termine vira ammonisce: un altro genere di forza esisteva ma “è stato nascosto, condannando la forza a essere letta solo attraverso l’esperienza patriarcale e androcentrica della violenza virile, contro cui Weil ci ha ben messo in guardia. Vis-roboris rimanda invece a una forza arborea, virescente che non parla di sopraffazione, non ha bisogno di annichilire per affermarsi.” (114-115)
Lungo una prospettiva diversa ma affine la filosofa e visionaria, dottoressa della Chiesa Ildegarda di Bingen, chiamava viriditas l’energia, la forza divina che lo Spirito ha immesso in natura, riconoscibile a tutti i livelli, fisici e spirituali, del creato. Una forza che, se sfidata, sa darsi come difesa.
In un pensiero che procede “per spirali” (118), Alessandra Chiricosta intreccia poi le riflessioni scaturite dalle virae con la filosofia di Angela Putino. La studiosa esplora “nella sua interezza” – quindi “non solo nella prospettiva del dominio” (118) – la forza combattente ricollegandosi all’“essere guerriere delle femministe degli anni Settanta-Ottanta” le quali, attraverso “le diverse esperienze corporee […] hanno reso possibili nuove aperture e prospettive” facendo così agire “una concezione diversa, più complessa e completa della forza nelle sue varie manifestazioni”; infatti “quando viene incarnata dalle donne, come soggettività non previste dall’ordine dominante, il senso dell’essere guerriera si presenta come percorso di liberazione, al contempo individuale e collettiva” (118). L’azione allora è quella di una “forza che non si concepisce come soverchiante, ma che parte dalla spirale dell’autoaccrescimento e si manifesta come pratica liberatoria: sottrarmi alla presa è cercare nuove possibilità all’interno delle linee di forza che mi attraversano, che mi costituiscono” (118-119), senza irrigidirsi e ponendosi in ascolto di sé stesse e dei propri equilibri. Trasferendosi dal piano delle arti marziali a quello della nostra postura nella società ci accorgiamo che “ignorare la presa può voler dire non arrendersi all’idea che essa sia paralizzante, ineluttabile, un destino […]. Non pensare che da quella posizione sia impossibile uscire, che mi definisca come identità […] Uscire dalla presa della forza-violenza vuol dire, dunque, trovare proprie radici dalle quali far partire il proprio moto spiraleggiante verso l’alto e verso l’esterno, riscoprirsi come vira, come soggettività in grado di esprimere una propria forza virescente” trovando il proprio “radicamento, una postura solida dalla quale, come insegna l’energia del Legno, si possa dar corpo alla mobilità del vento. Radicamento che, per poter diventare nomade, deve essere radicale, non si accontenti cioè di occupare uno spazio residuale in ambiti fatti per rinchiudere, ma riarticoli nuove modalità del vivere e dell’agire” (120). Le radici sono diverse dalle fondamenta, perché entrano in relazione col terreno, se ne nutrono e lo contengono così come il terreno si nutre della loro presenza e le contiene, in reciproca trasformazione. Agire in assetto nomadico – e qui il riferimento è naturalmente Rosi Braidotti – significa agire nella spinta di un pensiero-azione che cerca le proprie radici, uscendo “dal dominio del logos e dei suoi principi di soggettivazione, aprendo la possibilità di configurare nuove mappe che non partano da astrazioni, ma dalla materialità dei corpi conoscenti, situati, interconnessi e in continua trasformazione” (122). E la vira agisce, appunto, “nomadicamente: de-pista, esce dai tracciati consueti per ritrovare le tracce di sé che la memoria della terra […] preserva e permette di riattualizzare a chiunque decida di affondare le proprie radici in lei. Modalità imprevista, inattesa, impensata dalla stanzialità, procede per logiche altre, che il fallogocentrismo non comprende” (123). Modalità che frutta percorsi che “non possono essere assoluti, ma vanno riattualizzati da ogni corpo-realtà che li percorre, modificandoli”. Percorsi al di fuori delle “strade separanti che fondano la città” (123), “cammini non battuti, non colonizzati”. In “eterna metamorfosi” (124). Un essere nomadi straniante perché si invera nel “diventare pianta, albero o arbusto” senza mai affermare una propria essenza ma esplorando nel divenire una propria possibilità. Una forza che è misura di ciò che si può, della propria potenza, che come scriveva Putino “compie fino in fondo ciò per cui è indirizzata” (cit. 127). Una forza virescente dunque, che è esercizio e addestramento perché agisce in campi di forze – non è mai unica – e necessita quindi di notevole sensibilità contestuale per non irrigidirsi e non cadere nella dismisura; necessita inoltre di spogliarsi dell’ego per tendere a “una percezione e un’azione quasi impersonale” (128)
Nell’uscire dagli angusti confini del logos le arti marziali dell’Asia orientale e meridionale sono ottime pratiche perché “istruiscono su come abbassare i deliri colonizzatori del logos e autopercepirsi nel continuum delle forze che connettono quel corpo che chiamiamo nostro al suo interno e i corpi tra loro […] La forza del movimento Legno, virescente, spinge verso l’alto proprio perché è radicata a terra, ruota a destra perché muove a sinistra” (136 e129).
L’accesso a un altro genere di forza è atto di gioia liberatoria che il corpo registra innescando una nuova coscienza di sé che, in una spirale virtuosa, è essa stessa forza.
(1) V. QUI il TG Regionale Emilia-Romagna del 13 luglio 2025, dal minuto 16:30
