Stirando sul Web

A una settimana dalla fine della nostra raccolta di testimonianze sul femminile (mandate i vostri contributi a silvia@donnepensanti.net, mi raccomando entro lunedì prossimo!), pubblico un post di grande interesse, scritto da Silvia Sacchetti e centrato sulla maternità, declinata il più possibile contro gli stereotipi imperanti, che tanto male sanno fare, dentro quel cono d’ombra che in molte conoscono ma che talora ci risucchia, forse anche perché sono ancora in pochi a parlarne davvero. A questo proposito – e non solo, perché si parla di educazione in senso lato e non soltanto di ruoli genitoriali, vi segnalo anche il dibattito in corso sul nostro forum. Buona lettura

Che cosa faccio io per spostare la percezione della donna nel mondo?

Davanti a questa domanda, ho vacillato.

Poi mi sono detta che non è necessaria la teatralità, la partecipazione in prima fila munita di striscione. Mi sono detta che quello che fa di una donna una Donna è il modo di portare la sua testa tra le pieghe stropicciate di un mondo che, purtroppo, è ancora tutto da stirare.
E le donne conoscono bene la temperatura del ferro da stiro e sanno altrettanto bene che «brucia ma non si bruciano»[1].
La mia dimensione catartica è il Web.

Mi occupo da due anni con dedizione di un blog sulla maternità, ma non solo.
Io bloggo, direbbe la Zanardo, “mettendoci la faccia”, senza nick, perché credo che un nome faccia pensare di più di un nick e un viso più di un avatar.

E, attraverso quello che scrivo, desidero far pensare le donne che approdano al mio blog in cerca di una voce che dica loro «sei una buona madre», perché, purtroppo, «cosa sia una “buona madre” lo decidono gli altri. Il coro. Lo sguardo che approva e che rimprovera. Quelli che sanno sempre cosa si fa e cosa no. Cosa è giusto, saggio, utile. Quelli che dicono “è la natura, è così”: devi avere pazienza, assecondare i ritmi, provare tenerezza, dedicarti. Se ti senti affondare è perché sei inadeguata. Se soffochi è perché non hai gli strumenti della maturità. Se i figli non vengono devi rassegnarti: non accanirti, non insistere. Si vede che non eri fatta per essere madre. Se non ne hai voluti devi avere in fondo qualcosa che non va. Se non hai nessuno vicino che voglia farne con te è perché non l’hai trovato, sei stata troppo esigente, forse troppo inquieta. Se preferisci il lavoro allora cosa pretendi. Se non ci sei mai che ne sarà di tuo figlio, se gli stai sempre addosso come potrà rendersi autonomo. Se ti stanca sei depressa, se ti fa impazzire sei un mostro. Se hai un padre ingombrante, una madre assente, se sei sopraffatta dalla loro presenza o se sei orfana; se la maternità non ti invade naturalmente e spontaneamente come un raggio di luce, se non ti cambia i connotati rendendoti nutrice solare improvvisamente dedita e paziente: ecco, allora è chiaro che non hai l’istinto giusto. Sei inadatta, sei contro natura. Colpevole, a pensarci bene. Una cattiva madre»[2].

Non è facile riuscire a tenersi in equilibro tra le tante storie che raccolgo.

Non è facile trovare le parole che, in un preciso momento della loro esistenza, queste madri vengono a cercare e non è facile, a volte, trovare nemmeno il silenzio.

Anche io nella vita ho camminato controvento, anche io ho avuto momenti (se non anni) di grandi fatiche, di strappi, di disequilibri, di disamori e di malamori, di delusioni , illusioni e disillusioni, di tradimenti, insofferenze e sofferenze.

E ancora ne avrò, perché – si sa – dopo ogni decollo è previsto l’atterraggio.

Però sto crescendo. Cresco anche io, insieme alle donne che mi leggono e mi scrivono e sto imparando a illuminare le positività della mia e della loro vita con un fascio di luce che, mi auguro, non si spenga più.
E’ la consapevolezza.

E’ il senso del femminile globale, quello che ti rende cosciente di non essere solo madre, solo moglie, solo femmina, solo lavoratrice, solo amica, solo amante, solo figlia.
E’ il senso della complessità, che rende consapevoli di non essere immagini di genere in balia della mercificazione dei cervelli e dei sogni.
Insomma, cresco grazie agli strumenti che amo e che so usare nel modo più congeniale al mio carattere riservato, ma tenace.
In questo senso, il mio blog è rappresenta per me anche uno strumento educativo. Educare deriva dal latino ex-ducere, “tirare fuori”: tirare fuori l’essere (anche malconcio, spaventato, abbruttito) per fuggire il dover essere (immagini, modelli, misure, giudizi, performance).
E spero – profondamente spero – che i miei figli maschi, quando da grandi leggeranno le tracce che per loro ho lasciato, possano valutare la possibilità di esprimere un modus vivendi capace di trascendere il genere e di affinare ogni giorno di più la capacità critica, il senso e il rispetto di  se stessi.

Questo è il modo che io ho trovato per alzare un po’ la voce.
Senza parlare.

Silvia S./www.mammaimperfetta.it


[1] C. De Gregorio, Malamore, Mondadori, 2008

[2] C. De Gregorio, Una madre lo sa. Tutte le ombre dell’amore perfetto, Mondadori, 2009