Il bosco attende, ovvero Il suo primo amore

Ci siamo concentrate sulla relazione, in questa seconda edizione di Testimonia il femminile, perché siamo convinte che ci siano in essa chiavi cruciali dal punto di vista identitario e che studiando i legami, più o meno vincolanti, che ognuna di noi costruisce, eredita o in cui si trova, volente o nolente, invischiata, si possano illuminare certe pieghe, sciogliere certi nodi (o, almeno, farli venire al pettine), che costituiscono la trama del complesso reticolo sociale che sono poi i gomitoli arruffati delle nostre vite, tutti ingarbugliati insieme, spesso come non avremmo voluto o senza che capiamo bene il perché. Se abbiamo scelto di limitare la nostra prospettiva, per questa seconda rassegna, a rapporti con individui di genere diverso dal nostro è perché volevamo portare in primo piano le potenzialità, spesso latenti, che racchiude il confronto con l’alterità, ben consapevoli che il nostro è un taglio parziale e che identità e alterità, sempre intrecciate, si riproducono in maniera imprevedibile indipendentemente e al di là del mero rapporto fra i generi. Eppure ci arrivano soprattutto testi che parlano di rapporti d’amore o relazioni comunque erotiche, nelle varie sfumature del termine. Questo è un dato che non sconvolge ma su cui vale la pena riflettere e mi piacerebbe farlo, più avanti, condividendo con voi le mie sensazioni davanti a un testo che mi sta scuotendo parecchio in questi giorni, Le notti fiorentine di Marina Cvetaeva. Non ci bastiamo. Esiste un’atavica propensione, ineluttabile, verso l’altro che, in alcune di noi, prende la forma di un’immersione nel proprio abisso. Irrinunciabile. Senza riflettere su questo bisogno, frainteso e vilipeso il più delle volte, dandolo per anacronistico, interpretandolo come una tara culturale di una società che sa solo dipingere le donne come dipendenti dall’uomo o agli uomini subordinate, perdiamo qualcosa di profondo e rimaniamo intrappolate in un’illusione ottica, rapprese sulla superficie di un discorso in realtà molto sfaccettato e radicale, nel senso che ha radici molto ma molto in profondità.

Lucia non si è sottratta all’occasione di empatia che ogni rapporto d’amore, quando è tale e lo è davvero, offre, e ha raccolto i ricordi dell’amato, calandosi nel vissuto di un tempo in cui loro non erano ancora nulla insieme, ma vivi già, impegnati a diventare quello che sarebbero poi stati, insieme anche.

IL BOSCO ATTENDE ovvero IL SUO PRIMO AMORE

E ride e ride

E corre e corre

A piedi nudi

Scopre rivi

Radure forre

Nuova aria

Odore di terra

Sguardi fieri,

Vivi, alla pari.

Nella bimba

Vede la donna,

sulla pelle sente

lo sfiorar della gonna,

come un brusio

strano  nel ventre

di fiume che esonda

Entrando un fruscio,

Il bosco li attende.

Lucia Sciuto

La fotografia è del Bosco della Cornacchiaia e l’ha fatta Giulia Valentini (2007)