La pazza
Racconto per la presentazione della mostra fotografica:
“Pelle” di Alexander Gonzalez Delgado
La musica continuava da ore, ininterrotta.
Tutta la spiaggia ne era invasa, dai piccoli scogli su cui si infrangeva il mare, fino all’accenno di pineta che la divideva dalla statale che da Gallipoli arriva fino a Santa Maria di Leuca.
Con le torce e i ritmi dei tamburelli che rimbalzavano in quello spazio semichiuso, si poteva quasi pensare di essere in un luogo senza tempo.
Lei Ballava.
La pelle tesa e rigida nei cerchi di legno degli strumenti si stava via via tingendo di rosso scuro, mentre anche i grossi calli dei suonatori cedevano e si spaccavano sui tre quarti della musica. Suonavano ansimanti ormai incapaci di cantare per accompagnare la pizzicata, la pazza da curare.
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“Angelina tutto a posto?” sua madre batteva contro la porta con la mano aperta. Era una donna piccola piegata nelle forme da un lavoro lungo e troppo pesante per lei, di cui però non si era mai lamentata, nonostante il sudore e i suoi cinque figli.
Angelina però le era venuta su strana: bella, quasi troppo a dirla tutta e con una testa difficile, sempre presa dietro a sogni e voglie di partire.
L’aveva vista crescere e litigare con il padre su ogni scelta, urlare e strapparsi i capelli per studiare e per andare all’università e adesso per opporsi al matrimonio che da anni era lì pronto per lei.
“Si mamma tutto a posto, ora esco”
Era in piedi davanti allo specchio, le mani che scorrevano sull’abito nuziale che era stato di ogni donna della sua famiglia da troppe generazioni. Lo sentiva pesante sulla pelle nuda, fatto di una seta ruvida come la corda e pruriginosa come la lana mal cardata. Se lo tolse gettandolo sulla sedia, con un movimento carico di disprezzo a cui l’abito si ribellò graffiandole una spalla con uno degli innumerevoli ganci del corpetto.
“Ma vaffanculo”
Aprì la porta per fare entrare sua madre, che li guardò entrambi con rimprovero, come quando anni prima sgridava lei e i fratelli dopo una litigata.
“Perché non lo provi?”
“Lo ho provato e non mi piace”
La sera, a cena, il padre quasi non la guardò in faccia.
Mangiarono in un silenzio cupo, a lume di candela, doveva essere una festa, un saluto per lei da parte della sua famiglia, prima che… la vendessero le venne da pensare.
Per lei era una vendita, nulla di più, un contratto commerciale per assicurarsi non si sa quale futuro tornaconto e lei era la valuta di scambio.
Non è che Antonio fosse una brutta persona, o che non le piacesse, solo non poteva accettare che le fosse imposto, come era stato per sua madre o per sua nonna.
Finirono di cenare senza una parola se non per chiedere di passarsi l’acqua o il sale, poi aspettarono che suo padre si alzasse per primo come ogni sera.
Stettero lì per quasi due ore con gli avanzi freddi nei piatti e il gatto che raspava alla porta per entrare in casa, poi Angelina non ce la fece più, si alzò e uscì di casa senza una parola, non ascoltando le grida di suo padre che la rincorrevano.
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La musica le arrivò alle orecchie dopo quasi due ore che camminava lungo la spiaggia.
Attraverso una stretta fila di pini che chiudevano, lo sapeva, una piccola baia oltre cui c’erano solo gli scogli e il rumore del mare e del vento.
Gli uomini stavano suonando per una donna, una soltanto, che danzava in cerchio su una sabbia schiacciata e resa compatta dai suoi piedi e dal suo sudore.
Alla luce delle torce sembrava una strega impiegata in un sabba, il corpo pieno rimbalzava ad ogni salto, mentre le mani alzavano la gonna a mostrare le caviglie tese come spade.
Si avvicinò guardandola ballare, poi piano piano sentì qualche cosa sciogliersi in una sensazione quasi fisica di dolore.
Iniziò anche lei a seguire la musica, prima fuori dal cerchio formato dagli uomini, poi via via sempre più vicino fino a che non si lanciò al centro.
L’altra donna le fece spazio con naturalezza, accogliendola nella sua danza.
Ballarono insieme per ore, ognuna sul metro della propria rabbia o dolore, senza conoscersi.
Ballavano e urlavano con i capelli carichi di sudore che diventavano fruste e lasciavano segni rossi sulla pelle.
Ballavano e urlavano.
