Dalla paura alla speranza. Le donne sono anche badanti

Comincio oggi a pubblicare le vostre testimonianze io, scusandomi per il ritardo con le persone che ce le hanno inviate (alcune ormai da qualche settimana), dovuto agli impegni che si sono accumulati nei giorni in cui Francesca e Stefano hanno creato il sito di Donne Pensanti e ulteriormente aggravati dal passaggio di testimone tra Francesca/Panzallaria e me nella gestione di questo blog. Da oggi riprenderemo a pubblicare i vostri contributi regolarmente, ogni 3-4 giorni. Vi invito nuovamente a partecipare, scrivendo di voi o di altre, raccontando quel che per voi rappresenta il femminile, in generale o nel dettaglio. Entro l’8 marzo, a questo indirizzo: silvia@donnepensanti.net

Oggi è Natale e, per quanto uno si impegni, è difficile far finta di niente. Anche le prese di posizione più nette contro i festeggiamenti, del resto,  il dissociarsi dal baraccone consumistico e le frecciate contro l’ipocrisia di tutto questo bene sparato ai quattro venti giusto per le feste comandate suonano ormai retoriche (anche il dissenso – non è una novità – corre continuamente il rischio di incensarsi in una noiosa ortodossia). Allora ho voluto scegliere anch’io una storia un po’ natalizia, nel senso buono: ce l’ha mandata Leo e parla di un’immigrata, Marianna. Una storia che comincia nella paura e finisce con la speranza, bella perché entra dietro le quinte di quelle  che spesso nella nostra vita sono solo comparse ma che, quando abbiamo la voglia di ascoltarle, con i loro racconti acquistano quella pienezza che ce le restituisce come persone. Un valore che la politica ufficiale tende continuamente a offuscare.

Quella di Marianna è una storia come tante altre. È la storia di donne e di uomini costretti a fuggire dalla miseria del loro Paese con la sola speranza di trovare la propria piccola America altrove. Storie di donne e di uomini che, oltre a partire svantaggiati per la loro condizione di immigrati, soli e spesso senza conoscere la lingua, sono costretti a convivere con addosso gli occhi troppo spesso crudeli di persone e governi dei Paesi che li ospitano. Sono semplicemente tollerati quando si tratta di fare ciò che noi spesso ci rifiutiamo, ma appena dismettono i panni del lavoratore, tornano ad essere l’extracomunitario, il diverso…  il problema.

La loro America, così come per i tanti connazionali che lasciarono l’Italia nel secolo scorso, non è fatta di lustrini e paiettes. Si chiama contratto di lavoro. Un lavoro che, oltre a non farli vivere da clandestini, gli possa consentire di mantenere se stessi e le proprie famiglie.

Marianna è arrivata in Italia pochi anni fa con un visto turistico, dalla Repubblica Moldova, uno dei paesi più poveri e con la speranza di vita tra le più basse dell’Europa. La sua – non lo è per nessuno – non è stata una decisione facile. Dietro di sé si è lasciata una bambina di 5 anni ed il marito, gravemente malato per via delle conseguenze del disastro di Chernobyl. Lei e lei sola, l’unica possibile fonte di reddito e di speranza per tutta la sua famiglia.

Da allora, sono passati tre anni, non ha ancora potuto far ritorno a casa, nemmeno quando la figlia è stata ricoverata d’urgenza in ospedale. Troppo alto il rischio di incorrere nel reato di clandestinità; un’espulsione, chi ha un dovere così pesante sulle spalle, non se la può proprio permettere.

Con un peso così grande da sopportare, avrebbe potuto diventare una tra le tante ragazze che sono costrette a vendersi e a degradarsi per sopravvivere, perché non hanno altra possibilità o solo perché più sfortunate.

Diverso però è il finale di questa storia. Da più di due anni, Marianna ha un lavoro fisso. Fa da badante per una signora che ha perso il marito e al mondo non ha più nessuno. E il suo lavoro lo fa bene. Con la dolcezza e la comprensione ha sbaragliato la concorrenza, riuscendo a star vicino ad un persona anziana e con un carattere reso difficile dall’età e dalla vita.

Ha provato, senza riuscirci, a rientrare nelle quote stabilite dal Ministero degli Interni attraverso i flussi annuali per ottenere il permesso di soggiorno, fino a che la sanatoria del Governo per colf e badanti non ha dato la possibilità ai loro datori di lavoro di regolarizzarle. Nei giorni scorsi Marianna ha ricevuto la comunicazione dalla Prefettura che la invita a presentarsi nei loro uffici per completare le pratiche. Marianna presto potrà tornare ad abbracciare la propria famiglia, sapendo di poter entrare ed uscire dall’Italia per ogni necessità o solo per piacere personale. Marianna ora è felice.

Leo