Nichilismo per procura

Qualche giorno fa abbiamo a lungo dibattuto a proposito della gestione del nostro tempo quando ci dobbiamo dividere fra figli e lavoro: è uscita una discussione interessante che continua a richiamare l’attenzione (notate la copiosità – e la qualità – dei commenti che ancora arrivano, quasi tutti i giorni). Un tema che pare estremamente sentito, nonostante, come qualcuno di voi ha subito sottolineato, non molto originale. Anche Marica, in questo scritto così malinconico e coraggioso, affronta la tematica “figli”, ma da un’angolatura completamente diversa e, certamente, molto meno abusata: quella del fronte dei “non prolifici”, come lo chiama lei. Una riflessione costellata di domande che fanno riflettere. Buona lettura.

Da giorni mi trovo a pensare intorno al tema “figli”.

Non ne ho, non ne ho mai sentito l’impellente desiderio, del resto non ho nemmeno un lavoro fisso, né un compagno, né fisso né mobile, non ne ho in previsione (né compagni, né figli).

In compenso ho quasi 37 anni, sono “figlia” e unica, ho 2 genitori che a larghi passi si avvicinano ai 70 (pur tra crisi coniugali adolescenziali), vivo sola, ho una casa (Genitori Gratias) e dei conti a cui far fronte. Avrei anche una vecchiaia a cui pensare, la mia,… pero, tan largo me lo fiais!

Torno al merito: dopo una crisi ai 33 anni, quando alcuni ormoni sciolti devono aver incrociato dei neuroni ciarlieri, l’idea che si stesse facendo tardi si era affacciata alla coscienza, ma l’argomento riproduttivo si è arenato sulla palese realtà di un niente da fare, totalizzando 5 bei fibromi all’utero!

(Aristotele sosteneva che i fibromi sono i figli delle sole donne …o delle donne sole, fate voi, forse che quell’impiccione prezzemolino avesse la sua parte di ragione?)

Ora invece, il tema si ripropone dall’esterno: raccolgo molte, tante persone che affermano di “non volere” figli, forse li catalizzo per affinità di vita e di vedute, ma nondimeno il numero è rilevante e profonda la convinzione della loro scelta, almeno in apparenza.

Lascio spazio al dubbio solo perché, nel mio caso, la scelta non è cosciente né integra; semplicemente la maternità non era e non é una priorità, ritengo che avere figli sia qualcosa da fare con convinzione, consapevolezza e in due, per questo altre scelte e altri eventi ne sono andati in detrimento. Non metto limiti alla provvidenza, ma poiché non è qualcosa per cui mi senta di lottare, e vista la scadenza biologica che s’avvicina, credo che per me avere figli attenga più all’ordine dei miracoli che dei progetti.

Tuttavia la mia situazione e le tante voci in coro, mi hanno acceso la curiosità di vedere cosa si muove nel fronte dei “non prolifici” e, soprattutto, se ci rendiamo conto di cosa significhi davvero, anche perché le spiegazioni socio-economiche non credo esauriscano l’argomento.

Tempo fa ha catturato la mia attenzione il verso di una canzone:

“Cosa racconteremo / ai figli che NON avremo?” *

Mi sono balzati alla mente Renzo e Lucia anziani, intenti a raccontare ai nipoti le loro peripezie di Promessi Sposi e mio nonno, che da mesi non c’è più e da più tempo era disperso nella sua nebbia: da lui ho imparato il mondo, il suo e il mio, in lungo e in largo, insieme a tutto quello che di più solido e importante so e sono.

La domanda é: a chi lo passo, io, il testimone?

Perché cosa si racconta non è un problema; ogni cervello connesso a un’anima ha un mondo da raccontare, ma a chi la si lascia l’eredità simbolica fatta di ricordi collezionati in modo certosino e maniacale, intrecciati a tempi lontanissimi, anche se ancora recenti, perché ormai estranei, strani.**

A chi racconteremo? Ai figli che Non avremo?

Che l’esperienza non si trasmette più, ce l’hanno spiegato, che la testimonianza confina con l’aporia, anche; ciò non toglie che resti dolorosa la consapevolezza di non avere a chi tramandare i ricordi, i miei personali, prima che pure si smarriscano nella mia futura nebbia alzahimeriana, e quelli di chi me li ha trasmessi. Onestamente, che non si perpetuino le mie cellule biologiche, poco ce ne cale, a me e al mondo, ma che enorme spreco che si perdano le storie, le parole, la memoria di tanti, in tempi come questi in cui la memoria è tanto poco di moda!

“A chi c’è ad ascoltare, ai figli degli altri. Si scrive un libro e via che si va! Magari ci rimedi pure la rendita per la vecchiaia…”

Troppo facile, la risposta.

Se in questo mondo non ci si mette del proprio, non ci si investe di persona con i propri figli che, in teoria, sarebbero preposti a raccoglierla, l’eredità morale, culturale, etica, dei genitori, che diritto si ha di caricarne i figli degli altri? È come mettere l’uovo nel nido altrui, come criticare i giocatori senza mettersi a giocare, come fare il prete e dire come si deve fare quello che non si fa.

In epoca natalizia, casualmente capito a sentire una trasmissione radiofonica (radio 3) sul significato del sacrificio religioso, umano, animale, simbolico. Nel Cattolicesimo i religiosi – simbolicamente – muoiono per il mondo e dedicano la loro vita “in morte”, o “morte in vita”, che è lo stesso, alla diffusione ecc…

A cosa rinunciano, in concreto, i religiosi, se non alla facoltà di procreare? (Lasciamo perdere roba che non si vede come la castità e la povertà!)

Però lo fanno per un ideale, un sacrificio volto a un bene superiore e mantiene il senso della devozione rituale.

Ora, qual è la differenza tra codesti suicidi-viventi e i “non prolifici”?

L’esistenza di un ideale a cui consacrare il sacrificio del “suicidio in vita”, mentre noi no, tranne forse un certo senso di infantile dispetto: “e no, caro il mio mondo, non mi avrai, non mi meriti”.

Insomma, pavidamente, noi non si ha il coraggio di sottrarsi al mondo e ai suoi piaceri, ma nemmeno si accetta di rimanerci e allora, il suicidio è ritardato, posticipato, anzi posterizzato, un suicidio per procura sulle teste dei figli che non avremo.

Per questo dico, non c’è diritto a “colonizzare” i figli altrui, che tanto nichilisti non sono stati (incoscienti, forse, o pazzi, ma non nichilisti).

Quanto è contagioso, il Nichilismo? Quanto ha a che fare con un presuntuoso e altezzoso rifiuto verso la materia viscosa e, talora, puzzolente che è la vita e tanto più la vita nella società?

Di cosa si sarebbe i sacerdoti, noi?

Le risposte le risparmio

D’altro canto io stessa mi sento fuori tempo, fuori posto. Mi sento nata e cresciuta e formata con valori inadeguati alla sopravvivenza, come se m’avessero dotata dei polmoni e poi m’avessero messa a vivere in un acquario.

Credo sia una sensazione comune alla nostra generazione e la ritrovo in tutti i “non prolifici”: inadeguatezza, incapacità di accettare la necessaria incoerenza tra principio e azione, tra teoria e pratica. Per capirci, io da bambina tifavo per Pertini e Berlinguer, io sono rimasta là, qui non mi trovo, mi sento più simile a una Mondina che a una Velina; come lo spiego a mia figlia?

Forse la spiegazione sta in qualcosa che dissi qualche tempo fa per scherzo a un caro amico “non prolifico”: “siamo tutti postumi”, siamo morti e non lo sappiamo, siamo scaduti come i pacchi del latte, solo non ci hanno stampato la data in fronte… Siamo appena in grado di sopravvivere senza farci venire la gastrite, non siamo adatti a fare figli…

Un’ultima nota: se un “non prolifico” ha moglie/marito, intensamente desideroso di prolificarSi …Eticamente, umanamente, dove finisce il diritto al suicidio di sé per procura?

Con buona pace del Manzoni, con noi i posteri si risparmiano un sacco di grattacapi!

Marica

*Le luci della centrale elettrica

**Avrei voluto dire “tempi stranieri”, ma si incrocia con il titolo – bellissimo – di un romanzo – disgraziatamente non altrettanto – di Carofiglio “Il passato è una terra straniera”.