C.I.E.

C.I.E. centri di identificazione ed espulsione

Già il nome fa paura, sembra quasi un luogo adibito a merci più che a persone.

Una sigla che potrebbe rivolgersi ad un interporto o a qualche dogana.

Qui però vengo “stoccate” le persone.

Persone qualunque, non diverse da nessuno di noi, se non per la provenienza geografica.

Ognuna di loro ha una storia alle proprie spalle, fatta per lo più di paura e difficoltà, ognuna spera in una sua storia futura, come noi appunto.

Lo fanno anche le 35 donne del CIE di Bologna, che mercoledì 24 agosto hanno dato vita ad una protesta all’interno della struttura, perchè non capivano in che modo fosse possibile che, nonostante non si siano mai macchiate di nessun reato, l’Italia abbia deciso di prolungare la loro pena da 12 a 18 mesi, grazie al decreto legge Maroni.

 

E’ la disperazione che nel pomeriggio le ha fatte reagire ad una prigione ingiusta e priva di ogni diritto.

 

Vivono in cameroni, con pochi o nessuno spazio di intimità, salvo qualche doccia comune.

Dormono su letti di cemento in strutture senza nessun tipo di refrigerio, caldissime e opprimenti.

Vivono peggio dei detenuti, a cui il diritto delle visite almeno è concesso.

 

E’ difficile raccontare un luogo di questo tipo, perchè è difficile immaginarsi che in Italia possano esistere spazi simili.

Spazi in cui lo stato di diritto può essere acceso o spento come una lampadina, in cui l’essere madre non ti viene riconosciuto, così come si annulla la possibilità di essere figlio.

 

Una bambina di soli quattro anni infatti, aspetta da mesi di poter riabbracciare la madre rinchiusa, senza colpa, all’interno del CIE e ieri qualcuno ha detto alla donna che per almeno altri sei mesi non potrà uscire.

 

Sarebbe ora di dire basta, e chiedere che questi luoghi vengano chiusi e che a quelle donne e quegli uomini vengano liberati.

 

Bisogna dire basta non per bontà d’animo, ma per pudore. Perchè noi per fortuna o purtroppo siamo Italiani, e chi li rinchiude è l’Italia.