Uomini codardi
Vivo a Bologna, una città che nonostante tutto significa ancora molto nell’immaginario politico di tanti.
Una città che si vanta di avere una storia fatta di grande attenzione alle persone e che per un lungo periodo è stata un modello sociale importante e riconosciuto anche al di fuori del suo spazio nazionale o locale.
Eppure anche qui, se non addirittura soprattutto qui, è difficile vivere una dimensione in cui l’essere maschio non sia una condizione privilegiata e prevaricante.
A marzo del 2011, con alcuni altri uomini abbiamo lanciato un appello agli uomini della città, appello presente anche su questo sito.
Ne è seguita una riunione molto partecipata che sembrava porre delle buone basi per una discussione sul maschile.
Certo si viaggiava nei tempi, ormai storici per i ritmi impostici dal mondo dell’informazione, diBUNGA BUNGA e scandali sessuali, tuttavia aveva lasciato spazio a molte speranze e ci aveva caricato di non poco ottimismo.
Sentimento andato presto deluso, visto che già dal secondo incontro soltanto sei persone si sono presentate facendo poi naufragare la cosa. Perché parto da qui?
Perché credo che uno dei problemi di una messa in discussione del ruolo dell’essere uomo si possa riscontrare anche in questo. L’attivarsi solo e unicamente per presenzialismo e necessità di dimostrare qualche cosa. Credo ci sia un meccanismo, comune alla politica in generale o all’ambiente pseudo politico, principalmente maschile che consiste nel sentirsi appagati nel dimostrare interesse verso un tema per poi abbandonarlo non appena si ottiene la medaglietta del riconoscimento e della presenza.
Forse dovremmo partire anche da qui, trovare un modo per far si che questo metodo venga rotto e sipassi dalla presenzialismo alla consapevolezza del tema di genere e della nostra critica su noi stessi.Dico nostra come uomo ovviamente, ma penso che su altre tematiche potrebbe essere trasversale.
Forse il punto sta nella non consapevolezza dell’essere parte del problema, nella pacata beatitudine di chi pensa di poter guardare da fuori e cercare di risolvere un problema di altri, in un atteggiamento molto vicino a quello del buon padre che aiuta il bambino nei compiti per poi, appena risolto il problema sul quaderno, disinteressarsi del resto della sua vita.
Quella che dovrebbe essere stimolata secondo me è una visione di quanto il mondo patriarcale sia svilente, anche in termini virili, per gli uomini stessi. Un mondo che è talmente spaventato da una sua parte da volerla rinchiudere in un ruolo di oggetto quando non di schiavo è un mondo dominato non dalla sicurezza ma dalla paura.
Potremmo partire da qui, dall’evidenziare quanto sia codardo l’uomo che si sente esterno edifensore, quanto sia codardo non solo l’uomo violento ma anche l’uomo che si erge a difesa di quello che vuole rinchiudere nel problema di altri senza riconoscere quanto questo sia suo.
Partendo da qui, mi piacerebbe si potesse ragionare in una direzione che vada verso la distruzionenon solo dello stereotipo riguardante la donna oggetto, ma verso quello meno lampante, ma forse altrettanto dannoso dell’uomo nobile e consapevole, dell’uomo che dice “I care” per poi rientrare in una quotidianità assolutamente pregna di quel sistema che dice di voler sradicare.

“Voi Uomini Codardi” mi sembra retorico e roboante, anche se il concetto della paura e sicurezza maschile è illuminante. Non è che giochi a fare il coraggioso puntando il dito? Prova a partire da te e dimmi “tu” di che cosa, come uomo, hai paura…
E poi “6 uomini” veramente interessati a mettersi in discussione sulla propria mascolinità non sono mica pochi! Che ci vuoi fare… quando si lotta contro un’egemonia millenaria e si propone di “decrescere” nei propri privilegi non è che si forma subito una fila…
“Patriarcato”: per me è una parola che non basta più a spiegare nè i farfalloni senili, nè i guerrieri eroici difensori delle proprie donne. Certo, qualche paludamento patriarcale (nel linguaggio e nelle galabeye) ancora va di moda, ma mi sembrano più cimeli che sostanza. Certo, mai abbassare la guardia sul culto dei cimeli (quanto soffro a vedere l’oggettistica fasci-nazista, nonchè i tatuaggi affini) però a me sembra che l’alienazione ora sia più profonda e che il patriarcato ne sia strumento più che causa profonda.
Infine, non credo che il considerare la donna come oggetto sia “solo” uno stereotipo, tecnicamente parlando. Ma, se ho inteso il tuo stile, la comunicazione pubblica richiede approssimazione e quindi … amen: distruggiamo gli stereotipi (come dire, svuotiamo il mare)!
Bacioni plurali
Massimo MG
Provo a spiegare e intanto ti ringrazio, perchè quello che spero di stimolare è appunto un dibattito, anche se come giustamente dici, non sono un tecnico e potrei, essendo uno qualunque usare termini che invece vanno meglio analizzati. Penso però che anche la continua involuzione sulle parole e non sui concetti non aiuti a sviscerare i temi, ma questa è una mia opinione.
Per rispondere vado per punti 🙂 :
Non mi pare, ma se lo ho fatto non era mia intenzione, tirarmi fuori dal quadro che dipingevo. Non mi sento assolutamente assolto e se parlo di qualche cosa, lo faccio assolutamente partendo dal mio privato che cerco di problematizzare. Per lavoro mi sono spesso trovato in una situazione simile, in cui ho pensato che la semplice presenza fosse sufficiente ad assolvere un mio, dovere? interesse? Parto quindi da me quando dico che questo comportamento è sbagliato e dannoso e che va assolutamente condannato, chiedendo invece una reale partecipazione.
Con mondo patriarcale, che è diverso da patriarcato ma su cui accetto sicuramente una tua migliore definizione, intendo una struttura della società basata su di un’impronta maschile di rapporti che credo sia lampante e che non è comune solo al rapporto di genere, ma che si può ritrovare anche nella prassi sociale, politica ed economica.
Svuotiamo il mare, perchè no? Non posso accontentarmi di una risposta che mi dica non è possibile, altrimenti non mi alzerei la mattina dal letto. Con stereotipo però non intendo solo quello comunicativo, ma anche quello in cui uno si autoinclude. Mi assegno da solo uno stereotipo nel momento in cui mi inserisco in una cerchia di comportamenti, anche se nobili, e ottenuto quel riconoscimento lo utilizzo come una bandiera.
Manifesto contro la crisi, quindi sono contro il questo sistema. Mi iscrivo ad una ml contro la violenza sulle donne, quindi non sono violento. Sono assiomi che secondo me non funzionano più, vanno agiti non solo sventolati.
Sui sei uomini, erano un esempio per chiarire il punto di cui sopra, la goccia rompe la roccia, quindi con quelle sei persone sono rimasto in contatto e continuiamo a sentirci e quando possibile a fare cose insieme, ma il punto sta nel passaggio precedente. Un mese prima in tempo di BUNGA BUNGA tutti si sentivano in obbligo di mostrarsi “diversi”, finita “l’emergenza” passato l’impegno.
Su questo ammetto di aver provato una delusione, forse per eccessi di aspettative mie, ma un po’ ci speravo 🙂
Caro Juri,
nel tuo articolo sento l’amarezza e il senso di impotenza che a volte prende anche me quando mi trovo ad affrontare temi analoghi al cospetto di altri uomini (esclusi, naturalmente, i miei amici di Uomini in gioco e di Maschile plurale in generale).
Tu che t’intendi di comunicazione, sai bene che gli eventi oggi vengono consumati alla stregua di qualsiasi prodotto. Pertanto, quando voi avete lanciato l’appello sono accorse tantissime persone per “consumare” l’evento, e per poi scomparire in attesa di un altro evento. Penso anch’io che sei uomini venuti al secondo incontro siano quasi una folla…
Fino a qualche tempo fa provavo una sorta di autocompiacimento narcisistico tutte le volte che le donne (sempre e soltanto loro!) mi riempivano di complimenti quando parlavo dei miei percorsi di crescita e di consapevolezza sui temi a noi cari. Ora, invece, mi succede sempre più spesso di provare disagio e imbarazzo, e comincio anche a chiedermi se, caso mai, non vi sia una modalità errata di porre le nostre questioni agli uomini.
Intendiamoci, il mio è soltanto un sospetto (o, se preferisci, un dubbio), sul quale non ho ancora avviato alcuna riflessione. Questa mi pare, allora, una buona occasione per mettere sul tappeto questo dubbio, nella speranza che possa suscitare la voglia di un confronto.
Sento che parole come codardia, maschilismo, patriarcato, stereotipo, archetipo non sono più sufficienti a spiegare una realtà che è molto più complessa di quello che appare.
Un saluto,
Orazio
Ecco come e in che luoghi, con quali modalità, parlarci penso sia un punto tanto importante quanto di cosa parlare.
Credo che nelle modalità della comunicazione siano già incluse molte delle dinamiche che si vorrebbero poi smontate.
Spesso mi trovo a relazionarmi in contesti fatti di mini lezioni frontali, in dibattiti chiusi e senza possibilità di replica, che tutto sono tranne luoghi di confronto o ascolto.
Luoghi in cui o ti rendi “maschio alfa”, indipendentemente dal tuo genere, oppure non sarai mai ascoltato.
Luoghi che in più utilizzano codici assolutamente propri e spesso ermetici agli esterni, luoghi in cui l’idea di essere una casta di eletti non solo non è un concetto bandito, ma anzi è volutamente ricercato.
Intendo questo quando dico che più che sulle parole dovremmo concentrarci sui concetti che esprimono, senza iperproblematizzarle alla nascita.
Forse uno dei problemi del porre le nostre questioni è che il già porle diventa una questione stessa in se.
Dovremmo riuscire a fare in modo che un percorso su se stessi e di confronto con gli altri, non sia una scalata all’Everest del linguaggio, ma una costruzione comune di senso da dare ai discorsi (non intendo senso comune, che fa molto omologazione).
Ciao
Juri
Begli spunti da parte di tutti
splendida riflessione, ma non credo si possa considerare un problema “da uomini” – lo vedo sinceramente molto come qualcosa di ben consolidato nel tessuto sociale italiano, fa parte di un cinismo di fondo che non siamo mai riusciti a scrollarci di dosso, e non so come poterlo fare sinceramente, non sono ottimista
Il titolo “ Uomini codardi” è assolutamente esatto, ma è rivolto ai destinatari sbagliati.
Gli “uomini codardi” sono quelli che continuano a sostenere che sia “difficile vivere una dimensione in cui l’essere maschio non sia una condizione privilegiata e prevaricante” nonostante evidenti situazioni di chiara discriminazione contro gli uomini che non potrebbero essere ignorate se non mettendosi dieci strati di prosciutto sugli occhi. La più macroscopica discriminazione antimaschile è nella separazione e nel divorzio, in cui l’affidamento condiviso previsto dalla legge non viene applicato, privilegiando l’affidamento o la residenza esclusiva (non prevista dalla legge) dei figli alla madre su base esclusivamente sessuale (con buona pace della Costituzione), con grave pregiudizio per i figli, privati di fatto della figura paterna, fondamentale per la loro crescita. Per non parlare del dilagante ricorso alla false denunce contro i mariti ed i padri, con la pressoché totale impunità nei confronti delle calunniatrici.
Se bisogna denunciare le discriminazioni sessuali, ciò va fatto sia che le vittime siano donne che uomini, anche se ciò significa mettere in discussione i teoremi ideologici di certo femminismo.
Non c’è da meravigliarsi che di fronte a tale codardo silenzio gli uomini non raccolgano gli appelli a partecipare a iniziative che li criminalizzano tacendo ipocriticamente le ingiustizie ai loro danni.
@Peppe
Guarda capisco la cosa, ma non la condivido.
Credo sia una questione che viene sempre comunque posta in una maniera sbagliata. Chi va tutelato in una situazione del genere è il bambino/a non il genitore secondo me e da lì bisognerebbe partire. Rivendicare un diritto, giusto o sbagliato che sia, in una situazione di conflitto tra genitori in cui il bambino è posto come oggetto del contendere è comunque dannoso per lui.
Sono un po’ lapidario, ma lo faccio da figlio di genitori separati che sa cosa vuol dire vedere le due persone che più influiscono sulla sua crescita, metterlo al centro di una disputa, che a volte ha poco a che vedere con lui.
Io sarò ancora più lapidario, da padre di un bambino che mi implorava di fare la strada più lunga per riportarlo dalla mamma per stare più tempo insieme, dopo le .due ore striminzite (spostamenti compresi) che ci aveva imposto il giudice.
La discriminazione contro i padri colpisce anche e soprattutto i figli che ne sono privati, perché usati cinicamente da molte madri furbe e dal business delle separazioni come strumento per . sfruttare economicamente i loro stessi padri Si tratta infatti di una squallida questione di soldi che viola il diritto dei figli ad un rapporto equilibrato con entrambi i genitori.
L’indifferenza nei confronti della sofferenza sia dei figli che dei padri per non riconoscere la verità politicamente scorretta che le donne nella realtà sono spesso cattive contro gli uomini e contro i loro stessi figli rappresenta una codardia doppia indegna di uomini pensanti.
Guarda, mi pare ovvio che ci sia molto di personale, come è giusto e normale, in quello che dici.
Io potrei raccontarti di una situazione assolutamente inversa a quella che poni tu, ma non penso che sia questo un luogo in cui parlare di esperienze così personali per un rischio di OT. Il che non vuol dire che non mi vada di affrontare l’argomento, ma se vuoi c’è una community affiancata al sito su cui puoi aprire un tread in cui sarei felice di proseguire il discorso.
Unica cosa che mi sento di dire è che non concordo con le generalizzazioni che fai “le donne… sono spesso cattive contro gli uomini” come non concordo con le generalizzazioni di qualsivoglia argomento.
Un Caro saluto
Juri
Ho citato il caso personale di mio figlio perché avevi citato il tuo. Ma la somma delle migliaia di bambini cui è stato negato un rapporto sereno e continuo col padre, sulla base di una discriminazione sessuale contro gli uomini, costituisce un caso sociale, non personale.
Davvero potresti raccontarmi di una situazione inversa, cioè di una madre cui è stato negato l’affidamento o la residenza del figlio perché era una donna? In tal caso devi essere stato testimone di un evento più unico che raro, più di un incontro ravvicinato del terzo tipo con gli alieni.
Io non generalizzo, constato. Il sistema giudiziario in materia di separazione e divorzio ha una mentalità discriminatoria nei confronti dei padri, ma le madri sono libere di non approfittarne e fare accordi equilibrati a proposito dei figli nell’interesse di quest’ultimi. Se invece ne approfittano, se ne assumono la responsabilità. I dato ufficiali che relegano l’affidamento e la residenza dei figli ai padri a percentuali ridicole dimostrano che ad approfittarne sono molte.
Esempi di generalizzazioni:
” è difficile vivere una dimensione in cui l’essere maschio non sia una condizione privilegiata e prevaricante.”
“Credo ci sia un meccanismo, comune alla politica in generale o all’ambiente pseudo politico, principalmente maschile che consiste nel sentirsi appagati nel dimostrare interesse verso un tema per poi abbandonarlo non appena si ottiene la medaglietta del riconoscimento e della presenza.”
“Quella che dovrebbe essere stimolata secondo me è una visione di quanto il mondo patriarcale sia svilente, anche in termini virili, per gli uomini