Gratis o della cura del mondo

Tutto è iniziato leggendo questo articolo su Micromega http://temi.repubblica.it/micromega-online/uscire-al-femminile-dalla-crisi/, mi sono apparse due o tre linee di riflessione, che partono dall’articolo e si possono declinare in modo differente.

Lavoro di cura e maternità.

Molte blogger, me compresa, hanno iniziato a frequentare il web e i blog proprio in virtù di un tempo nuovo e liberato dal lavoro e dedicato alla cura.

Non piu’ tardi di qualche mese fa avevo inneggiato come possibilita’ intrinseca, da parte delle madri di riprendersi la propria narrazione, per elaborare l’uscita dai territori del materno più stereotipati, piu’ scontati; sfuggendo la prospettiva tecnicalizzata (detta e nominata dai tecnici) della maternita’, per iniziare ed imparare a ritessere questa storia: grazie alla rete. Magnifico strumento capace di connettere e permettere l’esplorazione tematica, la sua condivisione, la sua narrazione.

Per le donne e le madri una potenzialità di esercitarsi nella costruzione di un sapere collettivo e co-costruito dal basso. Mi sembrava e mi sembra, tutto sommato, una interessante prospettiva. Forse è la cura gentile al mondo, concetto introdotto dall’articolo. Un valore potente ed interessante. E’ certo.

C’è un altra prospettiva che va però considerata: la cura come sapere che va restituito alla cultura, alla società, e perchè no all’economia.

Lavoro di cura e professionalità

Più oltre, allungando lo sguardo prospettico sul tema della cura, si nota che il lavoro professionale di cura non ha narrazioni; basta chiedere alle/agli insegnanti dei propri figli che cosa stanno facendo o innovando, che sapere stanno producendo per la società: mediamente non lo sapranno. Non perché non producano saperi e innovazione anche sui diversi modi di cura, pensati ed adattati, per i molteplici figli di un mondo in transizione culturale.(L’atto di educare e di insegnare  sono alcune forme possibili delle pratiche di cura).

Poi fate la stessa domanda alle badanti, poi alle mamme, infine alle blogger. Nella maggioranza dei casi, forse, non saranno consapevoli del valore che producono “facendo” o narrando ciò che fanno, tanto meno sapranno teorizzarlo, o creare un processo per cui se ne abbia un ritorno economico.

Il fenomeno, però, accade trasversalmente nel mondo delle professioni di cura educativa, settore in cui la presenza femminile spesso è molto alta, e dove il sapere che il lavoro crea, il suo plusvalore culturale, sociale, economico si schiacciano e scompaiono. In altri contesti di cura (le pratiche terapeutiche, sanitarie, mediche ) che sono da maggior tempo,  saldamente in mano agli uomini, appare una maggiore competenza e propensione nel promuovere e vendere, monetizzandolo, anche quel sapere che genera professionalita’ e cultura.  In quei comparti anche le retribuzioni sono mediamente più alte rispetto ad altri ambititi di cura, siano esse scolastiche, educative, o assistenziali. Nella sanità si paga per il lavoro ma anche per questo sapere, e in “educazione” no. Sarà per via del fatto che alle donne, o a chi fa un lavoro da “donna”, spetta la cura (gratuita e) gentile del mondo?

Eppure nei contesti educativi/di cura/asssistenziali avviene invece un processo di elaborazione, talvolta inconsapevole, di modelli di sviluppo sostenibile, e di culture organizzative e/o cooperative e non competitive; e via via che ci si addentra nei modelli organizzativi (cfr. cooperative sociali onlus) si arriva a trovare modelli che prevedono interessanti processi di decisionalita’, anche economica, sviluppati in modo partecipato e responsabilizzante.Che è anche il presentarsi  la cura gentile del mondo e dell’economia attenta a tutti, concetti davvero intriganti in un tempo di crisi. Quindi questi saperi, almeno in teoria, potrebbero/dovrebbero avere un valore economico notevole.

Ma anche questo sapere “non vende”. Come non vendono le cure materne, come non lo fa il sapere delle mamme blogger. Ma, si sa, le mamme sono quelle che hanno nel dna, culturale di genere, il ruolo di coloro che sanno sfamare tutti i figli, curare tutti i figli, e aver cura del corpo di tutti. Anche del corpo del mondo.
Il materno, femminile, e capace di cure, e’ gratis.

Spesso per dare cura, tanto lungo e gratuitamente, una donna non lavora.

 E quindi?

Da queste premesse si potrebbero intuire alcune possibilità, non necessariamente felici e fortunate.

1 – Quel sapere delle mamme, invece ha un valore; lo sanno le blogger, piu’ colte digitalmente e/o fortunate che hanno saputo scrivere e pubblicare un libro, o frane un lavoro. Prendiamone nota, questo è interessante.

2 – Invece mediamente capita qualcosa di diverso: qualcuno di piu’ accorto riesce ad usare quel sapere per guadagnarci qualcosa (facendo studi di mercato), o in contest in cui le mamme creano una forma marketing gratuito o a favore di un guadagno irrisorio: un pacco di pannolini o di caramelle (o scrivere che sapore hanno le caramelle che ti inviano a casa, e ad esempio, questo me lo hanno proposto), o scrivendo un libro o un saggio sociologico o psicologico sulle storie altrui, raccolte in rete.

3 – Allora esser madri, moderne colte e consapavoli non basta, anzi è uno svantaggio. Per via di quell’essere ancora oggetto di sfruttamento economico: imparare a fare la madre (o il padre) è faticoso ma se sono una donna qualcun’altro si arricchirà sulla mia fatica. C’è da pensarci.

Basta consolarsi, pensando, alla necessaria cura del mondo? Oppure vuole dire rintracciare il plus valore prodotto da chi porta e promuove la cura, di quella cura che è anche culturale, sociale ed economica, e inserire un rapporto diretto di riconoscimento.

Vuole dire sostenere che la cure materne debbano essere monetizzabili?. Non esattamente, la scelta della cura è individuale e spesso oblativa, connotata da legami di amore. Forse vuole solo dire che occorre non fare sfruttare il proprio sapere, per un profitto altrui.

4 – Ancora una volta diamo credito agli uomini di saper gestire meglio il proprio plus valore. Gli uomini-padri, sono solo più fortunati perché, pure avendo in nuce nuove storie di paternita’, non provano nemmeno a raccontarle; hanno alle spalle una forte cultura che li sostiene. Loro lo sanno, che un reddito va prodotto, sempre, prima, a prescindere. Prima di tutto e di tutti. E una forma di cura della famiglia, della prole. Si dice: “Poche storie”. Infatti non le raccontano, le loro storie, le pensano, le vivono, ma prima si porta a casa la “pagnotta”.

Non è così casuale che anche il padre più attento ad aver cura della sua esperienza, del proprio figlio, della propria genitorialità, generalmente non diventa blogger, per raccontarsi. Oppure, come nel caso delle cura professionale, quando lo fa i modelli/saperi relativi alla cura maschile (in genere medica) viene pagato abbondantemente.

5 – E allora, ancora una volta perché non impariamo da loro, saper “vendere” ciò che abbiamo imparato; insegnare la cura gentile del mondo, la cura dei corpi, cosa sono le buone prassi e i modelli di sviluppo non competitivo e “femminile/materno”, come essi reggano meglio agli impatti delle crisi, come siano più inclusivi e capaci di sfamare molti “figli”, come sappiano proiettarsi su una vision economica di maggior respiro e sono. Ma impariamo a farci pagare, per questo.

6 – Una accortezza che possiamo sviluppare come donne, blogger, madri, citttadine è non dimenticare che la cura del mondo è un valore e ha un valore; se lo dimentichiamo ad un certo punto il meccanismo viene mitridatizzato e scompare ai nostri occhi come un fiume carsico. E qualcuno ci guadagna, in modo poco chiaro. Magari offrendoci l’illusione di una possibilità espressiva o della notorietà. A maggior ragione la rete, i blog, gli sharing, rischiano di essere uno specchio fallace, dandoci una sola una restituzione, un innaturale plus valore mediatico alla nostro saper di cura: la fama, gli accessi, la condivisione dei link. Come se questo ci ri-pagasse del sapere che mettiamo a disposizione di tutti.

Invece e’ solo gratis.

crediti | grazie infinte a m. per avermi dato gli stimoli e la possibilità di sviluppare il pensiero sul valore del plus valore