Lei blues, di Anna Maria Civico

una città, 19 aprile, 2020

Stamattina c’è un cielo che promette arcobaleni. Scopro una visuale migliore dalla finestra della mia stanza. Un tetto con tegole a spiovente, di un appartamento all’ultimo piano con un grande terrazzo. Una casetta tradizionale sopra un attico. L’intonaco color ocra. Tre grandi porte a vetro, a doppie ante, riflettono la luce del cielo che le illumina da Est. Così lo sguardo, dalla mia finestra che dà a Nord, può vedersi rispecchiato, sui vetri, la luce dell’alba. Mi sveglio, come molte altre mattine, queste mattine, con una espressione interna che mi dice un umore triste e preoccupato. È un’espressione impressa in un volto interno. Una presenza che sta nel petto, come viso corrucciato, offeso. Eppure con lineamenti mobili. Sarà l’anima? Mi sveglio da un po’ di mattine con questa altra me che trepida e attende nascosta. È una sensazione che precede i pensieri. Precede l’attivazione della logica poiché la trovo lì, appena prima che la mente inizi i suoi giri di ricognizione. Mi accorgo bene di lei perché la mente è locata nella testa e non ha bisogno di andare ai piedi ed alle mani. Perché piedi, gambe, mani, tronco sono tutt’uno con la mente. Invece la presenza rannicchiata sta dietro lo sterno, tra i seni, vicino al cuore, appena sopra lo stomaco, ed ha una scossa in questi giorni. Come perdita di equilibrio. E mi bussava da qualche giorno. Una trepidazione, ed un pensare suo, che io non leggo. Autonomo dalla mente e leggero. Leggerissimo. Non ha ricognizioni da fare, memoria da annaffiare. Solo una visione in avanti ed un tenere dentro, dietro. Senza appoggi agli organi. In uno spazio che sembra molto più grande. Me ne accorgo in un attimo poiché, come le nuvole, sa fare silenzio. Se ha una relazione con altre parti del corpo, mi sembra, ora, che ce l’abbia con il respiro. Perché avverto, in quella zona, che il respiro tenderebbe a fermarsi un momento, come a chiedere: come va! In realtà, il respiro, sembra poter essere risucchiato. Ha una breve pausa, in un vortice che gli farebbe prendere un’altra direzione. Anche il respiro sembra avere un inciampo, una scossa. Poi procede sulla sua salita ed io respiro.

Ma, insomma, quanti/e siamo qui? Io che scrivo; La mente con le sue ricognizioni; Il respiro; L’anima-nuvola-vortice-trepidìo dietro lo sterno. Quest’ultima la chiamerò, Lei. Se ha una relazione con parti fisiche, ce l’ha con un’altra voce. C’entra, di sicuro, il respiro. E dunque, quella cosa che chiamo voce, mi sembra, oggi, un’energia pre-vocale che sta già lì. Nel respiro. Le corde vocali sono appena una eccedenza evolutiva per amplificare un’energia agente, che è il respiro. Ed è Lei. Viene a far oscillare le mucose che avvolgono le corde vocali. E così in quel movimento, il respiro agisce nella sua altra funzione aerea-acquosa-vibratoria. Che in questi giorni è sprofondata. La voce altra. La voce di Lei. Quella che è il respiro a condurre e che prima di passare dalle corde vocali, passa da Lei.

D’altra parte, si dà da fare, senza tante sottigliezze, e per senso di responsabilità, la mia voce di servizio. Quella pragmatica. Quella condotta dalla mente e che mi fa parlare e cantare per mantenere una relazione sociale e, in qualche modo, riproduttiva. Che autorità, il respiro. E Lei. Ha sospeso il ritmo abituale e tiene tutto al centro di Lei. Anche ora mentre scrivo, Lei è attiva. Mentre il lavoro di ricognizione dei pensieri non è ancora ultimato. Il respiro ha soffiato sulle corde vocali, noncurante della mia operosità mentale e di creazione. Ha agito in autonomia, in soccorso di Lei. Con Lei. In suoni precisi, che non sono mentali. Ma la mente li registra, li accoglie, li predispone alla memoria. Sono acqua nuova per i prati della memoria. Sono note blue. Sono quattro. Poi diventano cinque. La prima, la seconda minore discendente, di nuovo la prima e la terza ascendente. Dopo qualche giro, dalla prima si sale alla quinta. La seconda minore, la terza e la quinta sono più lunghe della prima. La terza e la quinta sono un po’ più lunghe della seconda minore. È la mia cellula Blues. Che appare ogni tanto a mettere ordine. Ognuno ha la sua ed è molto simile a quella di tanti e tante altri/e. Ognuna/o ci si può riconoscere. In Oriente e altrove, credo lo chiamino Mantra e chissà con quali altri nomi. Ognuno ha la sua cellula musicale. E le persone ci si incontrano. Dopo un po’.

Stamattina, ad un certo punto ho iniziato a respirare ad arte. La voce sprofondata, riemersa per un momento, soffiata dal respiro su Lei trepidante, mi dice che non può dare il permesso, a queste frenate, se non in casi eccezionali. C’è un po’ di morte aperta. Deve essere il vortice. Lì, dietro lo sterno, che Lei tiene a bada, e che, in questo momento, l’afferra per i lembi. Lei sta combattendo.

Non posso andare oltre con la sonda dell’immaginazione. Meglio essere prudenti. L’oscillazione delle mucose acquose in laringe, fanno il loro lavoro, onesto e Blues. Il suono attacca, si immerge, riemerge e fa un salto. Sembra il salto di un delfino, di una balena. Sì, perché ci vuole un paragone adeguato all’impegno del respiro e di Lei in questo momento. Ci vogliono salti di grande vitalità per emergere da una dimensione all’altra. Dall’acqua all’aria. Aria e poi di nuovo in acqua. Una volta che il salto ricade, e la quinta e la terza terminano il corso. Dalle profondità, una spinta del respiro, la spinge e via, con la reiterazione. Una sequenza che si ripete simile, mai identica, con variazioni minime in ogni successiva.

E, intanto, l’intonaco color ocra del palazzo di fronte alla mia finestra, è diventato di un giallo-oro chiaro. Il sole è più alto e, ormai, bianco. Il riflesso sui vetri delle finestre, si alterna, ora, a macchie di nero profondo e opaco. Lì dove la luce penetra, all’interno della casa, tra ante aperte.

Anna Maria Civico, 18 aprile 2020

Anna Maria Civico:

cantante, attrice, autrice, musicoterapeuta, ricercatrice indipendente, operatrice di sportello antiviolenza.

Pubblica i volumi “Contributo alle teorie della Performance. Esercizio in ottica di genere” Rubbettino, 2011; “La violenza sulle donne. Riconoscerla, contrastarla, prevenirla” a cura di Francesca Fanelli e AA. V.V., Editrice Universitaria Morlacchi, Perugia, 2012; “Un sentimento di benessere collettivo. Il corpo-voce in musicoterapia”, UVE Umbria Volontariato Edizioni, 2015. Pubblica il suo primo racconto “Armatura”, UVE, 2019.

Oltre all’attività artistica, e di musicoterapia, è pedagoga per la formazione di cantanti, attrici/attori. Calabrese, vive tra Terni, Marta VT e Sellia Marina CZ. Nei giorni della quarantena per coronavirus si trova a Terni.