Cambiare la scuola per rivoluzionare il mondo. La cosmovisione di una “zingara felice”

A Maria Montessori,

nel giorno del suo 150° compleanno

 

Ho letto Il bambino è il maestro di Cristina De Stefano un paio di settimane fa, a sei mesi dalla chiusura delle scuole e dopo aver ripreso e allargato, durante il confinamento, un percorso di yoga che sta intessendo i suoi fili con una mia ricerca in atto da tempo. Questa coincidenza ha fatto sì che, nella visione di Maria Montessori, mi risuonassero soprattutto i punti di contatto con quanto sto a poco a poco scoprendo sulla filosofia buddista e sulle pratiche di meditazione, che l’autrice, lungo tutto il libro, evidenzia con originalità e acume.

Vorrei ricostruire qui almeno gli echi di queste corrispondenze, seminando tracce per un’ipotesi di lavoro da approfondire  nei laboratori di scrittura che continueremo a fare nelle ore di italiano con le mie classi, alle medie, e cioè che per creare testi letterari abbiamo bisogno di affinare molte delle qualità che la meditazione ci aiuta a sviluppare e che sono le stesse che servono a dare vita a un ambiente di apprendimento sano ed efficace secondo quanto sosteneva Maria Montessori (1870-1952).

La società è un parto dell’infanzia

Leggendo Il bambino è il maestro, emerge dunque con molta chiarezza che quello montessoriano fu qualcosa di molto più vasto di un metodo pedagogico. Fu una cosmovisione radicalmente innovativa tesa a riconfigurare la realtà a partire dall’infanzia:

per cambiare il mondo è dai bambini che bisogna iniziare, possibilmente dai bambini poveri” (105)

Solo ripulendo la percezione erronea che si ha di bambine e bambini per poi trasformare sul serio l’educazione, si potrà dare alla luce “un nuovo tipo di adulto, che sa usare il silenzio più che la parola, la capacità di osservare più che l’autorità” (171).

È una “magna visione”, nata dall’evidenza che tutte le cose sono interconnesse: un’“educazione cosmica”, come si chiamò dopo il lungo periodo trascorso da Maria in India, fra 1939 e 1949.

Ispirandosi agli studi di Édouard Séguin, assistente di quel dottor Itard che, nella prima metà dell’Ottocento, aveva tentato di educare un ragazzino catturato nei boschi nei dintorni di Parigi, anche Maria cominciò lavorando coi bambini oligofrenici per poi comprendere che il suo metodo sarebbe stato prezioso per rivedere la didattica in tutti i tipi di scuola. Ex scolara tanto incompatibile con i metodi tradizionali da essersi fatta bocciare tre volte alle elementari, Maria sottolineava come nelle scuole tutto andasse cambiato: i bambini erano obbligati a starsene immobili, come “farfalle bloccate dagli spilli”, il contatto autentico non esisteva, mancava il coinvolgimento. L’apprendimento accade invece nel movimento e nella relazione con maestre e maestri che sanno evocare la bellezza e si muovono come attori, modulando la voce e appassionando gli allievi all’avventura dell’imparare. All’ampio respiro animico, Maria affiancava una solida preparazione scientifica: fu una delle prime donne in Italia a laurearsi in medicina e dalla sua esperienza di assistenza sanitaria nei quartieri più poveri di Roma apprese l’importanza dell’igiene personale, del riscaldamento e della pulizia degli ambienti, della cura della puerpera. Nel 1899, al Congresso femminista internazionale, Maria descrisse la condizione delle maestre elementari in Italia, “malpagate e ancor meno valorizzate”, nonché le condizioni dei bambini che lavoravano in miniera, per i quali chiese una legge che vietasse il loro impiego prima dei 14 anni. La sua fiducia nel progresso, tipica degli anni del positivismo, la convinse che un nuovo mondo fosse in marcia e che per le donne questa fosse un’occasione di emancipazione: le incentivava a innamorarsi degli studi scientifici e a farsi pioniere in quell’epoca di transizione, che avrebbe condotto a un futuro dove le donne si sarebbero sposate e avrebbero avuto figli per loro scelta, non per imposizione (v. 61). Promuoveva il bambino come soggetto di diritto, ma il suo sogno era che diventasse il motore della storia e questo poteva accadere soltanto rivoluzionando l’educazione fin dai primissimi anni di vita; addirittura sarebbe stato necessario che il neonato fosse il fulcro dell’attenzione già al momento della nascita, diceva Maria, anticipando di diversi decenni le teorie sul parto dolce. Ogni essere umano è per lei un nuovo inizio. Come in altre pensatrici novecentesche che avvertono l’esigenza di ribaltare la prospettiva filosofica patriarcale, la nascita è continuamente tematizzata nelle sue analisi; per esempio, quello che Maria chiamerà processo di normalizzazione, secondo cui i bambini, messi nel giusto ambiente e con i  giusti materiali, si appassionano talmente ai loro compiti da divenire “bambini diversi perché trasformati dall’interno”, viene definito una seconda nascita: “i bambini […] in poco tempo smettono di essere agitati e rumorosi e si trasformano in creature tranquille, calme, felici di lavorare” (117).

Oltre al principio fondamentale dell’interdipendenza fra tutte le creature per cui Thich Nath Hanh ha coniato la parola interessere, alla base della visione di Maria c’è l’idea che per crescere bene servono fiducia e amore, che lo sviluppo, per darsi nella sua pienezza, necessiti di equilibrio, armonia e pace. Piano ontogenetico e piano filogenetico, dunque, si intrecciano ma in una prospettiva ancora una volta ribaltata rispetto a teorie meramente evoluzionistiche: i popoli comunemente definiti primitivi diventano quelli con maggiore profondità spirituale e sono quindi guardati come portatori di luce fra le tenebre degli esseri civilizzati, le cui anime sono ormai gravemente inaridite. Per Maria si tratta di popoli “che hanno costumi diversi dai nostri in un modo inconcepibile e che tuttavia non sono affatto selvaggi, al contrario hanno una forma mentale e spirituale pura, non guasta da politica, non eccitata da lotte e armamenti”, sono liberi dalle gabbie di pensiero occidentali, perché più vicini al segreto iniziatico dell’infanzia: “il bambino è il padre dell’uomo”, afferma Maria citando il poeta romantico Wordsworth.

La lezione del vuoto

Quanto ci limita non credere nello straordinario? È davvero saggio il disincanto? Non è forse la meraviglia la strada verso la saggezza?

Oggetto della sua ricerca è la mente del bambino: il formarsi di un’intelligenza umana è un miracolo da celebrare ogni volta.

La sua spiritualità trova momentanea dimora nel cristianesimo, ma ben presto i cattolici dotati di potere temono la sua radicalità, il suo essere “in contatto con la vera anima delle cose” (170), che per Maria si rivela nel silenzio, “momento molto simile alla meditazione”. Con voce pacata, nell’assenza di rumori, pian piano i bambini vengono chiamati, uno a uno, e il loro nome magicamente si risignifica.

La vacuità è essenziale nella sua cosmovisione. Un giorno, parlando con sé stessa, diceva: “Io mi vuoto – io mi vuoto – io mi vuoto”. Per vedere, l’occhio deve essere sgombro. Lei stessa, per riassumere il suo metodo, dice: “Aspettare, osservando”.   (147)

Occorre non eccedere con gli stimoli, isolare concetti unici focalizzandoli in bellezza, con oggetti manipolabili e in modalità suscettibili all’errore e quindi all’autocorrezione (il bambino si accorge da solo dell’errore e “ritenta finché non raggiunge lo scopo”, 146)

Questa essenzialità permette l’esattezza: la precisione è componente essenziale dell’arte dell’insegnamento.

Come ha scritto Thich Nhat Hanh nel libriccino che citavo poco fa, “per poter guardare in profondità dobbiamo fermarci” (31). Ed è proprio di non-azione che si nutre la rivoluzione montessoriana, la quale, al contrario della connotazione legata al movimento e all’azione che di solito attribuiamo a questo termine, è invece “una specie di zen dell’insegnante” (146). Maria stessa emanava una calma dimorante, era talora avvertita come una presenza silente e irradiante – perché fondata sulla recettività, sull’ascolto, sulla capacità di osservare e stupirsi davanti a quell’enigma denso di miracoli che è il bambino nella sua sacra pienezza. Ogni volta che osservava bimbe e bimbi, Maria metteva a fuoco un dettaglio diverso, un elemento nuovo, guidata dal suo istinto, da quelle intuizioni a cui sapeva dare valore. Le era chiaro che ognuno deve apprendere secondo i propri ritmi e che la lentezza è benvenuta in ambito didattico: da quando nasciamo, ci diceva la nostra maestra di yoga Tania Martinelli durante una meditazione, abbiamo bisogno di ripetere più volte i gesti, le parole, ogni cosa – per imparare davvero.

La fiducia che l’adulto ripone nel bambino – ad esempio coinvolgendolo nella preparazione della tavola per il pasto con stoviglie vere, in ceramica e vetro – è ricambiata con la serietà e l’intensità che i bambini mettono in quello che Maria non chiama “gioco” ma designa, con un’espressione dell’alchimia, come “il grande lavoro del bambino”, quello che porta alla consapevolezza: l’“essere pienamente presenti nel qui e ora, che è il fondamento della felicità” (Thich Nhat Hanh, 30)

Eccedenze che sono visioni. Cosa ci possono insegnare i Figli della Terra

Maria si muove nel paradigma dell’abbondanza. Constata la nostra ricchezza e rileva incredula come non sentiamo quasi mai la necessità di diffonderla. Dalla consapevolezza dell’abbondanza scaturisce necessariamente la “chiamata”: l’impulso incontrastabile a utilizzare il proprio privilegio per rendere il mondo un luogo più abitabile. Il suo si delinea fin da subito come un agire per l’umanità, dove il per ha una doppia valenza: introduce sia un dativo di vantaggio, “a favore dell’umanità”, sia un complemento di scopo, “per diffondere umanità”. Durante le meditazioni con Tania, questo tema per me evidente della situazione privilegiata in cui ci troviamo rispetto alla maggior parte delle creature della Terra è emerso più volte, eppure veniamo normalmente educate/i nell’opinione opposta: il sistema capitalista si basa sul paradigma della scarsità, che ci spinge a essere avidi, ci induce bisogni fittizi e desideri di sopraffazione, un paradigma che ha portato allo sfruttamento criminale dei beni naturali e a forme di vita incompatibili con l’esistenza della maggior parte degli esseri.

C’è un’altra età, oltre all’infanzia, che l’intuizione dell’abbondanza se la porta dentro pelle: l’adolescenza. Un’intuizione preziosa e fragile, che può anche distorcersi se nutrita con cibo guasto.

A luglio è tornata in Italia, dopo quasi dieci anni a Buenos Aires, la mia amica Valentina, col suo compagno e col loro bimbo di quasi due anni. La nascita di Teo ha ravvivato in me, fin dalla gestazione, la memoria psicocorporea dei primi tempi che ho condiviso con le mie figlie, oggi adolescenti, corroborando un’intuizione che avevo avuto durante un periodo complicato nella relazione con la maggiore, circa due anni fa: gli adolescenti, che Maria chiamava Figli della Terra, stanno vivendo “una nuova nascita” (292) e devono essere considerati come “i «neonati» dell’epoca adulta”. C’è un richiamo forte ai primissimi anni di vita durante l’adolescenza: anche per la madre potersi collegare a un flusso di amore che sia scroscio trasparente, il meno possibile macchiato da interferenze socio-culturali miopi e limitate, è particolarmente prezioso in un’età in cui la collisione con figlie e figli può farsi molto dolorosa. E questo scroscio sgorga da quell’alba, dai mesi della gestazione e dal nostro immediato ritrovarsi nel mondo qua fuori, neonato e neonata mamma. È durante quel reciproco ri-conoscerci che cuciamo insieme l’involucro traspirante: il bozzolo che man mano si sfilaccia per lasciar entrare il mondo e la cui tenuta, sia nel contenere sia nel lasciar sperimentare, si rivelerà di grande importanza dentro questa soglia verso l’età adulta.  Per gli adolescenti Maria immaginava una scuola superiore unica, senza barriere fra i saperi, “a tempo pieno, possibilmente con internato perché l’adolescenza è l’età della vita in comunità”. Ricordiamocela quando rientreremo in classe questa “socialità smarrita”, ricordiamoci quanto questa naturale istanza comunitaria degli adolescenti sia stata mortificata negli ultimi mesi, pur se apparentemente incassata meglio del previsto grazie all’oppio dei popoli dei telefonini. Questo naturale istinto all’aggregazione chiama in causa noi, lavoratrici e lavoratori della scuola; occorrerà nutrirlo con sano equilibrio e con spirito intriso di meraviglia: “tutto – materie scientifiche e materie umanistiche – deve rientrare in una visione grandiosa del creato, perché gli adolescenti amano le imprese epiche […] a contatto con la natura […] affiancando sempre il lavoro manuale al lavoro intellettuale”, scriveva Maria.

“Per creare la pace bisogna facilitare un’educazione di vastità […] una scuola che dilati la mente. Non la scuola tradizionale, impegnata a mettere nella mente dei bambini idee e nozioni legate a un «mondo che ormai si trascina alla fine»”. (297)

Siamo dentro una cesura antropologica che merita ascolto e cura, sarebbe importante viverla come un’occasione per riaprire gli orizzonti con una consapevolezza diversa, riappropriandoci di una progettualità eco-logica ed etica insieme. Abbiamo l’opportunità di un cambiamento radicale: il lascito di Maria Montessori ci dà una traccia trasformativa potente, fatta di osservazione, meditazione, ascolto e di un concetto di vacuità ben lontano dal nichilismo filosofico occidentale. Una traccia fatta soprattutto di amore.

L’espressione “zingara felice” per Maria Montessori è usata da Grazia Honegger Fresco. Mi è piaciuta molto.