“Una lunga strada ti attende, ma è l’unica strada che puoi percorrere”. Il viaggio polare in solitaria di Mirna Fornasier

Nel silenzio dell’aquila può essere definita una narrazione autobiografica, perché il suo asse portante è frutto di un’esperienza realmente vissuta: la traversata in solitaria del Padjelantaleden compiuta dall’autrice Mirna Fornasier: nelle terre dei Sami, oltre il circolo polare artico. Il romanzo racconta il viaggio a piedi di Michi, una donna italiana di 45 anni, nella wilderness della Lapponia svedese. L’esperienza non è raccontata con altisonanti toni epici, ma nel raccoglimento silenzioso di chi ha saputo avvicinarsi, attraverso la lentezza del cammino in terre estreme, a un’antica sacralità interiore, che l’immersione nella Natura lascia risuonare, dissolvendo i muri che abbiamo innalzato per distinguerci e riconfondendoci con la Natura stessa, da cui veniamo e che siamo. L’aquila del titolo è l’animale-guida che la protagonista vede alle spalle del monte Pizzoc, nel Trevigiano che è la sua terra d’origine. Col suo sguardo uso a penetrare nel mistero, l’aquila le parla: “Una lunga strada ti attende, ma è l’unica strada che puoi percorrere; solo lassù, nel silenzio, le tue preghiere potranno essere esaudite. Solo lassù, dopo un lungo cammino, potrai aiutarlo”. Il pronome finale si riferisce al figlio di Michi, la quale, oltre a incarnare la decostruzione consapevole del tipo umano più ricorrente nella contemporaneità, alienato in un turbine di velocità, bisogni indotti e ossessione all’accumulo, pare anche negazione dello stereotipo della madre italiana, sempre pronta a rinunciare a sé stessa per accudire e accontentare figli e marito. Il romanzo scardina questa concezione non semplicemente proponendo una protagonista emancipata e libera da costrizioni; la visione del mondo che emerge da queste pagine riconduce a un’idea di sacra connessione che scompagina nel profondo le comuni gerarchie di valori e le relazioni fra gli esseri che abitano il cosmo. Il viaggio di Michi, che in un’ottica convenzionale sembrerebbe abbandonare il figlio da poco scampato a un incidente automobilistico nel quale ha perso un amico, è invece una cura anche per il figlio, trasformatosi, dal bambino curioso ed entusiasta che era, in un adolescente abulico, dallo sguardo vacuo, che si perde in serate alcoliche, come quella che aveva preceduto l’incidente mortale. Il momento in cui Michi capisce che deve partire è descritto infatti come un’epifania: “un attimo di illuminazione, un’intuizione che le fece vedere ogni cosa pur se un poco offuscata”.

La protagonista ci viene mostrata nella sua profonda umanità, divorata dai dubbi che precedono la partenza. L’impresa è progettata con cura, ma ha i suoi margini di rischio, che preoccupano soprattutto il marito, deciso ad accompagnarla. Nella risolutezza con cui Michi afferma di voler viaggiare da sola si manifesta la sua volontà di ritrovarsi e, insieme, di riscoprire un filo che collega gli esseri, non solo umani. Il Grande Nord è rigore gelido e generosità di luce, in quelle terre la Natura si mostra nel suo volto severo e indimenticabile, la protagonista si testa e si tempra, ma anche si commuove dentro una smisurata vastità che va facendosi ospitale man mano che la si attraversa. La partenza è come un rinascere – “Primi passi” s’intitola il capitolo che la mette in scena. La lentezza del camminare è cura; la presenza a sé stessi, necessaria in quella che, per quanto ridimensionata dall’umiltà della narratrice, rimane un’impresa rara, è capacità di osservazione attenta, che prelude all’articolazione di un’intimità con tutti gli elementi naturali. La solitudine si popola e ci si scopre circondate di vita e invase da una bellezza foriera di un cambiamento di rotta che comprendiamo essere irreversibile:

Mirna Fornasier

“Si ritrovò con gli occhi colmi di lacrime. Tutte le paure e i dubbi dei mesi passati, di quella stessa mattina, erano svaniti. Capiva che si trovava nel posto giusto, stava facendo la cosa giusta; soprattutto, per la prima volta nella sua vita, si sentiva accettata. Accolta da quell’entità che si erge sopra ogni elemento, che non possiede nome né volto, che non ha razza né cultura né nazionalità, che prescinde dai dogmi e dalle religioni, quell’entità divina la stava accogliendo così com’era, con le sue insicurezze, la sua timidezza, il suo disinteresse per la moda, gli abiti, i gioielli, il suo distacco da quel mondo di donne – oche frivole o maschi mancati – che hanno dimenticato chi sono; hanno dimenticato che la loro forza sta nel loro cuore di donne.

Mentre piangeva e le lacrime calde le rigavano il volto, Miki ringraziava senza sapere chi o cosa, per il grande privilegio di essere l’unico essere umano nel raggio di chilometri. Il vento leggero la coccolava, asciugando le sue lacrime, e lei dimenticò di essere lì per suo figlio. Una sola cosa sapeva: era a casa.” (p. 59)

Non è il nucleo essenziale di questo scritto, ma una sottile polemica circola in queste pagine, una polemica che ritrovo in altri autori italiani che prediligono quel Grande Nord col quale hanno ormai innescato una connessione che va avanti da decenni, come Davide Sapienza e Franco Michieli: non è la wilderness in sé che ci manca, in Italia, ma piuttosto la capacità di percepirla e quindi di viverla, lasciandoci abitare da lei. Educare da lei. La legislazione italiana stessa impedisce una sana implicazione delle persone in quel mondo naturale che pur esiste anche a queste latitudini, con meraviglie sconosciute ai più: multe severe contro chi fa campeggio libero in tante aree montane, sanzioni e divieti come a colonizzare e controllare ogni anfratto, ogni nostro respiro. E così cresciamo, legalmente e culturalmente amputati di questa opzione di pienezza. Ho già avuto occasione di riflettere, di ritorno dal mio viaggio in Islanda, sulla sensazione di libertà che provo a contatto con i bambini del Nord Europa. Scrive Mirna Fornasier:

“Esisteva uno sconfinato abisso tra il modo di vivere la natura degli italiani e il modo di concepirla degli scandinavi. Questi ultimi, per così dire, ‘nascono nella natura’. Fin da piccoli vengono educati a frequentarla, se non lo fa la famiglia, ci pensa la scuola. Camminare per giorni dormendo in tenda, per esempio, è per loro una situazione comune. Miki ricordava di aver visto in Norvegia, nel parco nazionale del Rondane, numerose famiglie con bimbi piccoli a seguito, che partivano per un piccolo trekking. Tutti, anche i bimbi di quattro anni, avevano il loro zaino, proporzionato naturalmente all’età, e, incuranti della pioggia che cadeva già da un po’, si incamminavano sorridenti per la loro avventura in tenda con papà e mamma.” (p. 79)

Il romanzo presenta altre digressioni come questa. Fatica a farsi fiction nella manifesta volontà di testimoniare un mondo e una sua specifica visione, che si sa da tutelare e diffondere. La narrazione è essenziale, senza orpelli. Una scrittura reticente a ogni espediente retorico che vuole semplicemente essere un canale che ci collega a un mondo o, ancora meglio, che ci collega di nuovo al mondo: precisa e letterale, corredata di carte geografiche, fotografie ed epigrafi; gli autori evocati attraverso brani dei loro libri o delle loro canzoni intessono una trama dei margini, riconfermando la frontiera come ubertoso spazio rivoluzionario: preziosi disadattati che rifiutano di integrarsi nella normalità mortifera del conformismo, che teme e consuma e controlla, obliterando il fulgore e l’autenticità del selvaggio. Dimenticando la maternità di cui la wilderness è intrisa. Questa genealogia materna che trascende l’umano, l’autrice ce la conferma con le parole con cui, nella postfazione, spiega la sua scelta di raccontare la propria esperienza attraverso il romanzo di Miki:

“Era troppo difficile parlare di me. Sapevo che, se anche fossi riuscita a scrivere qualcosa, non sarebbe stato altro che un asettico resoconto di viaggio e tutto quello che era stato, la paura, la fiducia ritrovata, i pianti di sconforto o di gioia, l’angoscia, la serenità, la fierezza per le mie capacità, tutto sarebbe rimasto nascosto dentro quella penna.

E fu per questo che decisi di raccontare del mio viaggio in terza persona, lasciando che fosse Miki a camminare al posto mio. E così la penna cominciò a scorrere tra le mie dita e a raccontare la mia esperienza. A raccontare anche del Silenzio e delle mie preghiere di madre. Perché, ovunque noi andiamo, per qualsiasi motivo andiamo, ci portiamo sempre dietro la nostra storia, quello che siamo. E io, soprattutto, sono una madre. Una madre che lassù, immersa nel silenzio della natura e della sua anima, si ritrovò a pregare per suo figlio condividendo lo stesso tremore di tutte quelle madri che hanno paura che i propri figli non riescano a trovare la propria strada, o il coraggio per percorrerla. Quella strada che, sola, può portarli a quella che è la nostra meta ultima: diventare essere umani.

Nella consapevolezza che molti di loro non ce la fanno, sommersi come sono da tutta una serie di falsi bisogni, di messaggi che li bombardano in tutti i momenti della loro vita, nell’indifferenza di una società che in altri tempi si prendeva la responsabilità di proteggerli, a volte nell’indifferenza delle stesse famiglie, questo dolore portai con me. Ognuno di quei figli poteva essere mio figlio. Tutti loro sono anche figli miei.

Durante il cammino rivolsi a Madre Terra – la più grande tra le madri – la mia preghiera per tutti questi figli, e, quando scelsi quello che nella storia raccontata in questo libro avrebbe dovuto rappresentarli tutti, scelsi un nome a caso: Antonio. La donna di cui si parla invece sono io, Mirna. Per mia madre sono sempre stata “Miki”.” (pp. V-VI)

Padjelantaleden

 

MIRNA FORNASIER, NEL SILENZIO DELL’AQUILA, MOLINELLA (BO), GINGKO EDIZIONI, 2010.