“Io sono una bambina che gioca”. Maria Lai o della restituzione dell’infanzia

Aveva ragione mio padre di dire che sono una capretta… Diceva che ero una capretta ansiosa di precipizi”. Così comincia Inventata da un dio distratto, documentario integralmente costruito sulle parole, le opere, i paesaggi di Maria Lai. Ne ho trascritte lunghe parti. Ascoltare non mi bastava: volevo ridare corpo a quanto sentivo a partire dalle mie dita, soffermarmi sulle pause, gli accostamenti lessicali, i suoni di quella voce capace di cullarti mentre ti svela verità nude e antichi misteri. Ascolto e trascrizione come un rituale. Una meditazione.

Voce-bambina, come Chandra Livia Candiani, rivoluzione mite, a confutare il delirio di onnipotenza in perentorio sussurro.

Nella Quinta Luna in cui ci troviamo in questi giorni, quella dell’Amazzone, trovo una chiave per decifrare la familiarità nuova che la figura di Maria Lai mi evoca. So già che ci sono storie che ci sfiorano a lungo senza davvero toccarci, finché da un giorno all’altro ci ritroviamo coinvolte perché quelle vite cominciano a chiamarci, come se improvvisamente c’entrassero con noi. Mi è successo con Violeta Parra, dall’infanzia solo un nome, frammenti di melodie da una nazione lontana e sorella. Mi è successo con Camille Claudel, maschera di anacronistica adolescenza. Con Lhasa de Sela, frullo d’ali troppo bello per durare. Figure che ci agganciano per un dettaglio. Una ferita spesso, sovraesposta ma già in metamorfosi.

Nel caso di Maria Lai, invece, nessuna immedesimazione nessuna sovrapposizione. Solo una traccia lontana. Un’eco parente.

Maria è un’amazzone del XX secolo. Nella descrizione che dell’Amazzone fa Luisa Francia, nelle Tredici lune, ritrovo molti tratti di Maria: la sua solitaria determinazione, l'”arte di favoleggiare, di trasmettere le storie oralmente”, il carisma di “creare il tempo e lo spazio”. Il linguaggio di Maria è quello mitico del racconto archetipico: “la tendenza a raccontare è tipica degli ulassesi, altrimenti non ci sarebbero tante leggende qui. Sono come bozzoli che contengono significati universali e quindi chi le ha ideate era poeta.” Il racconto nasce dal nostro atavico bisogno di gioco, la narrazione in cui siamo stati gettati ci ha resi orfani d’infanzia, eredi di un uomo e di una donna creati adulti, che non hanno giocato. “Sappiamo che l’uomo ha perso il paradiso terrestre perché non era stato bambino, non aveva giocato abbastanza“: ascoltate la breve fiaba qui, direttamente dalla sua voce di nonna-bambina, sfogliando il suo libro cucito Tenendo per mano il sole.

Tenendo per mano il sole 1984

Per continuare a giocare – e pubblicamente – Maria deve scantonare.

“C’è chi nasce con una particolare esigenza, di essere fuori dal mondo, di non rispondere a tutte le leggi che governano la società. Scopre lentamente che qualunque affetto gli è proibito. Quando hai capito questo, però, sei salvo. Hai capito che non essere di qualcuno è essere universali, è essere più vasti. E allora… è la felicità. Io fin da bambina avevo sempre bisogno di sfuggire di casa e mi si guardava con un’interrogazione: “Non ti amiamo abbastanza? Perché stai sempre lontana? Perché ti nascondi sempre?” Io amavo molto stare sola, nascosta, e mi dicevano: “Ma cosa fai?” E io ascoltavo il silenzio. Mi sembrava bellissimo. Però naturalmente mi sentivo diversa, mi sentivo sempre un po’ accusata, mi pareva di tradire sempre chi mi amava. E sempre ho avuto il bisogno di creare distanze tra chi mi ama e me. Non sopporto di essere amata più di tanto. Il vero amore è quello che mi dava mio padre aiutandomi a essere libera anche essendo preoccupatissimo per me. Il vero amore è quello che aiuta l’altro a essere libero. Bisognerebbe trovare un compagno che sappia essere inesistente”

Questo appartarsi che potrebbe essere scambiato per un bisogno individuale risponde in realtà a un’istanza fisiologica della società, che necessita di vivificarsi, di non recidere l’ultimo legame col sacro, di mantenere il fulgore che solo può animarla. La società si nutre in queste personalità schive e pregnanti. Non è un caso che sia proprio Maria l’artefice del primo esempio internazionale di Arte Relazionale, Legarsi alla Montagna: ogni casa di Ulassai legata a quella del vicino e alla sovrastante montagna, bella e terribile, con dei nastri azzurri. Mentre s’ingegnava per dare a quell’opera la possibilità di esistere, la gente la guardava come fosse matta: c’era chi si rifiutava di legarsi a quel vicino che gli aveva rifiutato una figlia o aveva tradito un’amicizia. Ma dopo un anno e mezzo di trattative, le persone hanno capito che anche l’odio e la rabbia creano un campo relazionale. Agirlo, anche attraverso un gesto simbolico, può aiutare a stemperarlo. Anche l’amicizia e l’amore venivano celebrati e sui nastri che collegavano le famiglie affettivamente vicine erano appesi dei pezzi di pane, “su pani pintau”. Così si custodisce un magico DNA collettivo: attivando – artivando il dialogo dell’umano con il cosmico. Così, per usare le parole di Monique Wittig, ci si fa “guardiane dell’armonia”.

Armonia da sistemi complessi, minacciata dalla fagocitante volontà di omologazione, dal virus dell’assimilazione e della riproduzione dell’identico.

Quando mi sono trovata davanti a questa scarpata, non sapevo da dove partire e le pietre mi hanno suggerito l’idea delle ossa vecchie. Allora ho ipotizzato un ritrovo di una preistoria e ho tracciato le linee di un probabile dinosauro, quindi ho fatto al centro questo cielo stellato, quindi questa partenza per l’infinito e poi su l’immagine di un radar che catturasse anche i raggi del sole, come una meridiana. E avevamo già composto tutto, quando è arrivata una folata di vento terribile e ha scombinato tutti questi ferri e gli operai mi hanno subito detto: “Stia tranquilla. Mettiamo tutto subito a posto, come prima.” Ma io ho capito che la montagna aveva parlato e lo scompiglio già era più significante del radar. Praticamente ho visto come un segnale della insicurezza che può dare il mondo tecnologico. E allora ho detto: “Per favore, fissate tutto come trovate”. È rimasta l’immagine di uno scompiglio.”

Capre cucite 1992

L’accoglienza del caos – uno scompiglio con le sue geometrie, come vedremo – s’incarna nell’universo gitano da cui Maria si lascia rapire da bambina: il popolo del vento non separa il lavoro dal gioco. La musica e la giocoleria intridono il quotidiano e si fanno mestiere goduto. Passeggiando nei campi pianeggianti di Cardedu, racconta:

“Io ero qui ospite dagli zii. Ho vissuto qui tutta la mia infanzia, dai 2 anni ai 9 anni. Vicino a quel filo sono stati parcheggiati due carrozzoni di zingari per un anno e mezzo. Impiegavano il loro tempo un po’ nei lavori, ma anche tanto nelle acrobazie perché erano degli acrobati, dei giocolieri e allenavano tutti i loro bambini che diventavano tutti giocolieri. E anch’io partecipai a tutti i loro esercizi e per cui ne avevo imparati tanti. Facevo lo spettacolo. Io avevo imparato a volare sulle punte, facevo dei grandi giri che sembrava che volassi perché vedevo solo le punte… per me fu un periodo indimenticabile, questo. Poi venne il giorno della partenza ed evidentemente per me fu un dramma. Mi misi d’accordo con i loro bambini e fui nascosta in un carrozzone. La mia fuga fu scoperta solo durante la notte coi carrozzoni già partiti. Ciò che ricordo e che non ho mai dimenticato è lo sguardo degli zii che non mi rimproverarono. mi aspettavo di essere rimproverata. Mi guardarono a lungo. E io continuai a viaggiare su quel carrozzone con la fantasia per anni. Forse ci viaggio ancora.”

Tenendo per mano l’ombra 1987

Come Chandra Livia Candiani, anche Maria sceglie le parole con parsimonia. Esatte e ponderate, senza rumori di fondo, senza automatismi: ha col linguaggio un rapporto ancestrale, poetico: da ragazzina la poesia seppe sciogliere la sua goffaggine e la fece sbocciare, le diede coscienza spaziale e introspettiva, educandola al giusto equilibrio fra parole e silenzi, fra vuoto e pieno. Conducendola all’essenziale. Ed essere essenziali, dice Michela Murgia nella puntata di Morgana che le ha dedicato pochi giorni faè riconoscere le origini.

“Un pastorello mattiniero ogni mattina si levava col sole, portava la sua capretta sulla montagna. E lui cammina, cammina, dietro uno strano sentiero che nasceva solo sotto i piedi della capretta finché arrivarono all’ingresso di una grotta, fino a trovare un grande tesoro, una grande luce, ricchissimo di diamanti, pietre preziose, oro, argento. Il pastorello sceglie, senza esitare, un campanellino d’argento e lo mette al collo della capretta per realizzare il suo più grande desiderio, che era quello di andare sulla montagna guardando le nuvole e disegnando e così non avrebbe dovuto guardare la capretta: la avrebbe sentita. E così inizia il periodo felice. Ma un giorno il cielo si oscura e si oscura anche la mente del pastorello. Incomincia a pensare che è stato stupido, che avrebbe dovuto scegliere un oggetto prezioso e diventare ricco. E allora comincia a cercare la direzione per la grotta e chiede alla capretta, ma la capretta lo abbandona, sparisce e gli lascia il campanellino d’argento.

Questa è la leggenda, come la raccontano, in cui io ho trovato naturalmente dei significati: l’essere mattiniero con capretta è la condizione ideale per diventare poeta perché la capretta è la fantasia che ci porta per sentieri che non esistono, la grotta è l’inconscio, guardare le nuvole è il desiderio di guardare l’infinito e trovare significati nelle forme che le nuvole disegnano nel cielo, che sono forme misteriose simboliche. E poi c’è la tentazione che coinvolge sempre la vita di ogni artista: quella di aver sbagliato tutto, perché non sei stato pratico, non sei diventato ricco. E allora si perde tutto. Però al pastorello io ho dato la possibilità di prendere la campanellina e suonarla. Il gesto di suonare il campanello fa scoprire il RITMO. E così lui ritrova la capretta, il cielo stellato, le nuvole, i tesori e conquista tutto.”

L’arte è direzione di salvezza, impervio il suo accesso eppure alla portata di tutti. Semplice e rigorosa: l’arte è rit(m)o.

Ciò che non so 1984

Verbale e visivo si nutrono vicendevolmente: il testo si fa letteralmente tessuto, come nei suoi quaderni cuciti che lasciano interdette (ammutolite ed escluse), per la bellezza misteriosa che emanano: “Questo libro che s’ingarbugliano i fili, le pagine… una tira l’altra. È come se fosse timido, non vuole essere tanto sfogliato, non vuol mostrare tutto, è come pudico, qui non si vuole aprire, non insistiamo, contiene segreti”. In questo punto del documentario, Maria ha un’aura insieme creaturale e demiurgica, che mi evoca immediatamente, attraverso la grana della sua voce e l’intonazione delle sue frasi, questa rara ripresa di Violeta Parra mentre prova a raccontare le sue opere plastiche a una giornalista: “Non posso spiegarlo”, dice Violeta: “semplicemente fare: è per le mani che le emozioni passano”, commenta l’intervistatrice.

Artiste che sanno sospendere il giudizio e farsi canale, capaci di ascoltare l’anima dentro le cose. Traduttrici fra l’umano e il microscopico in un convergere inedito di piani che è intrinsecamente antigerarchico. L’artista è una rapsoda, etimologicamente una cucitrice di frammenti sparsi a creare un canto (dal greco rhapsōidós, comp. di rháptō ‘cucio, saldo’ e ōidḗ ‘canto’). Anche il paesaggio nasce dal gesto di cucire, come una trama della Terra:

“Un bel giorno, il dio distratto incontrò Maria Pietra lungo la strada tra Santa Barbara e Ulassai. “Quassù è magnifico”, disse “ma se ti distrai, rischi di ruzzolare giù fino al mare di Tortolì. “Procurami un ago grande e magico”, rispose lei “cucirò queste rocce di montagna agli scogli di quel mare così nessuno potrà più farsi del male, neanche l’animaletto più piccolo. Il dio distratto le consegnò l’ago e Maria Pietra fece ciò che doveva fare: il paesaggio” (Carlo A. Borghi)

Tortolì

L’elemento femminile è sottilmente implacabile nella cosmovisione di Maria: cita il suo maestro Dessì che diceva che tutte le opere più raffinate, in Sardegna, le hanno create le donne, mentre gli uomini sono riusciti a fare solo i nuraghi. Donne emancipatesi in un contesto rozzo e patriarcale, grazie all’abilità delle loro dita, ispirate dalle Janas, le porte rettangolari, poi fate operose e precise, come le api che un tempo furono, in una metamorfosi generativa e rigenerante che tutto interconnette.

“C’era una volta un dio che volava nell’infinito da un tempo eterno. Era onnipotente, ma si era tanto annoiato. Allora gli pareva che il massimo della felicità fosse nell’avere desideri. Si mise a cercare, cerca l’uomo perché sa che l’uomo può sognare l’impossibile ma scopre che l’uomo non ha imparato a sognare. La terra è popolata come da un brulichio di formiche. Gli uomini tutti frenetici che si fanno le guerre e cercano in tutti i modi di complicarsi ma non sanno sognare, non sanno proprio sognare. Allora lui dice: “Sarei io il primo uomo che sogna e cerca sulla Terra un’isola disabitata, dove vuol vivere solo. E vede in un piccolo mare un’isola a forma di piede. Si cala in quest’isola. È ancora selvaggia, piena di pietre. Si concentra e si fa uomo. Si fa vecchio perché per avere dei desideri bisogna vivere con fatica. L’isola dispone di sassi, di sugheri e di uno sciame di api che lo segue e lui cattura tutto questo e con semplici arti umane costruisce un alveare.

Un giorno lui si è addormentato e un’ape lo disturba. Con un gesto della mano, involontario, allontana l’ape, ma si lascia sfuggire una scintilla di potere divino. E così tutto lo sciame si trasforma in una tribù di piccolissime divinità femminili. Nascono le Janas. Conquistano la dimensione umana giocando a fare le donne. Essendo profete sanno che le donne sarebbero arrivate nell’isola prima o poi con gli abitatori umani. Scavano case nella roccia e le arredano, giocando a fare le donne come le bambine giocano a fare le signore. E finalmente all’orizzonte la prima imbarcazione umana. Arriva uno strambo popolo, questo popolo dei Sardi. Non si sa bene da dove venisse. Era un popolo rude, selvaggio, duro. Era un popolo di guerrieri. Le donne erano schiave da millenni. E le Janas volano intorno alle loro teste per convincerle a lasciare il lavoro pesante agli uomini. E così finalmente le donne entrano nel mondo delle Janas, dove imparano a filare e a tessere sui telai preparati dalle Janas che, essendo state api, avevano una geometria genetica, per cui questi telai erano costruiti con estremo rigore. Le donne avevano portato una qualità essenziale per la creatività: la pazienza. E allora rigore e pazienza erano la condizione ideale per la creatività. E così nascono i tessuti delle donne sarde che erano popolati delle immagini ritmiche e simboliche. E qui finisce il racconto di Dessì. E io continuo. Queste immagini simboliche dei tessuti passano dal filo alla pietra, dal femminile al maschile e dal simbolo al significato. E così nasce l’alfabeto, nasce la scrittura. Con la scrittura la memoria e solo quando la scrittura diventa memoria conquista il ritmo e diventa poesia”

Legarsi alla montagna 1981